Il Presidente Conte con il Sottosegretario Giorgetti e i Ministri Tria e Bonafede, foto Presidenza del Consilgio dei Ministri, dominio pubblico

Prudenza di Tria, sfida al rialzo dei vice premier e silenzio di Conte

Il governo trifronte e l'Europa
di Roberto Mostarda

Superata quasi l’estate, mentre continua l’eco delle scelte sul tema dei migranti e si sviluppa il difficile confronto in materia con le istituzioni e i partner europei, si dipana anche la questione del bilancio e della legge finanziaria. Un ambito nel quale è assai difficile - si misurano nel tentativo di capirne qualcosa fior fiore di commentatori e analisti politici – dare un senso compiuto al cammino del governo gialloverde e dare una precisa caratterizzazione ai ruoli dei suoi maggiori esponenti.

Non si tratta soltanto di costatare pressoché quotidianamente le posizioni diversificate e divergenti dei vice premier e gli sforzi per una improbabile sintesi ma anche di decrittare in che cosa consista il programma di governo e quali finalità si pongano  i maggiori azionisti dell’esecutivo.

Discorso a parte e tuttavia collegato al precedente quello che riguarda il Presidente del Consiglio e la sua concezione di coordinamento e guida del governo nel suo insieme. Accanto a lui, il ruolo di equilibrio che sembra ormai essere appannaggio nel ministro del tesoro e delle finanze, Tria.

Abbiamo definito recentemente trifronte il governo costituito dall’alleanza tra Lega e Cinquestelle. Il passare dei mesi sta in un certo senso istituzionalizzando questa condizione, ma con una variante sostanziale: il premier appare in silenzio e in secondo piano, neppure dunque in quel ruolo di esecutore che si attribuì al momento di assumere l’incarico. Un ruolo che viene sostanzialmente assunto dal ministro Tria, che con costanza e pacatezza continua a dare indicazioni di percorso che tengono conto delle leggi e degli accordi economici nei quali l’Italia si trova inserita. Il ministro dell’Economia mette in guardia dalle impostazioni di puro conflitto o di braccio di ferro con l’Europa, che non possono avere altro risultato che rendere ancor più complesso il tentativo di mantenere la barra diritta e i conti in ordine. Un compito immane e che ad ogni passo richiede correzioni e assicurazioni per i partner sul rispetto dei parametri e l’ancoraggio all’area euro del nostro paese.

La parte più intricata del confronto in atto riguarda certamente i due vice premier alle prese con un programma che nessuno conosce nella sua completezza e che ognuno di loro sembra interpretare soltanto per i temi a loro più congeniali e non per un esercizio di sintesi.

Costatare che le finalità più consistenti sono tra loro, se non incompatibili, di difficile coniugazione è esercizio di assoluta facilità. Il punto di forza di Di Maio, il reddito di cittadinanza, e quello di Salvini sulla flat tax, in termini economici si contrastano a vicenda e la loro attuazione in contemporanea appare impossibile per il peso che avrebbero sul bilancio dello stato in termini di risorse necessarie. Tuttavia entrambi continuano a ritenerne possibile l’attuazione, per mantenere alto il contatto con il proprio elettorato. In parallelo si sviluppa l’azione politica in vista delle elezioni europee che si preannunciano positive per i movimenti populisti e ed euroscettici ma che difficilmente potranno modificare i parametri fondamentali dell’unione.

Il braccio di ferro che sia Di Maio sui temi economici, sia Salvini su quello dei migranti hanno posto in essere non sembrano ancora trovare una consistente risposta positiva in campo comunitario ed appaiono ai nostri partner piuttosto azioni a fini interni dirette a ottenere flessibilità di bilancio e conseguenti risorse necessarie per tentare di attuare i punti qualificanti del programma. Per entrambi appare quindi ancora arduo, al di là di proclami e velate pressioni, pensare di ottenere qualcosa dall’Europa. Di qui la virulenza del confronto – non pagheremo, o faremo da soli  e via dicendo - al quale il ministro Tria cerca di contrapporre segnali di equilibrio e di pacata analisi nonché impegni al rispetto degli elementi fondanti del confronto comune.

Nella sostanziale assenza di opposizioni in grado di contrastare l’attuale direzione politica, sono intanto gli avvenimenti sia interni sia internazionali a mettere il governo dinanzi alle sue responsabilità. La tragedia di Genova ha portato in primo piano il discorso delle infrastrutture e degli oneri finanziari necessari ed imprescindibili per riportare il sistema nazionale in sicurezza e all’altezza di un paese avanzato, mentre i recenti avvenimenti in Libia mostrano la labilità di ogni tentativo- ancorché condiviso da ampie fasce della popolazione, di impedire, bloccare e governare la questione immigrazione. Due tra i molti nodi da affrontare, pensiamo all’Ilva, all’Alitalia, alla Tav, al Tap, ai tanti del Sud, che rendono ardua la quadratura del cerchio programmatico che vorrebbe tutto e tutto insieme.

Il carattere trifronte dell’esecutivo e la poca chiarezza sugli equilibri sui quali si regge, non permettono di immaginare i prossimi avvenimenti e quale possa essere l’impatto del duro confronto con Bruxelles sulla tenuta dell’alleanza. Per la Lega è ancora incerto il rapporto con gli altri partiti del centrodestra, nei Cinquestelle cominciano ad apparire linee divergenti pur nella difficoltà complessiva di delinearne i contorni. Le elezioni europee potrebbero essere dirimenti per capire in quali direzioni si muoverà la politica italiana e il ruolo del paese a livello comunitario ed internazionale.

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