Reddito di cittadinanza (fonte Pagina Facebook Movimento 5 Stelle)

Piazze, balconi, tribuni e .... il Paese?

A tutta forza, ma per dove
di Roberto Mostarda

L’Italia gialloverde sfida l’Europa e il mondo. Questa la summa delle giornate che stiamo vivendo mentre si avvicina il momento della verità per il bilancio dello stato e per il documento di economia e finanza che dovrà accompagnare il paese nei prossimi anni. E sullo sfondo prende sostanza l’appuntamento elettorale europeo della prossima primavera, cioè dietro l’angolo. La spinta populista impressa da Di Maio e da Salvini, pure con accenti diversi, ci pone più di qualche domanda e interroga chi ha a cuore le sorti della nazione e non si è lasciato irretire dalla propaganda continua, dalle promesse altisonanti del cambiamento e soprattutto ha ben chiaro chi sarà a pagare il conto delle misure più popolari: quel reddito fisso sempre più in difficoltà fatto di stipendi e pensioni, mentre la mancanza di concrete ed efficaci misure per la crescita rallenta lo sviluppo e con esso la possibilità di riavviare il meccanismo inceppato che blocca il paese da decenni.

E’ pensabile che i reggitori della cosa pubblica, in particolare i “nuovi” cinquestelle, immaginino un paese fatto di redditi di cittadinanza, di persone che non cercano seriamente lavoro e soprattutto non lo trovano perché piccole e medie imprese finiscono pian piano o per chiudere o per finire nelle fauci di fondi e investitori internazionali che non si occupano certo delle sorti della nostra pur ambita piccola grande Italia? Rispondere sì a questa domanda sarebbe tragico ed è dunque da pensare che al di là delle decrescite felici del guru e degli iperurani scenari di Casaleggio junior, qualcuno al governo o nelle amministrazioni locali si renda ancora conto di quali sono i nodi da affrontare e sciogliere e che non sono certo quelli di prevedere ponti trasformati in outlet o parchi giochi mentre sopra o sotto sfrecciano tir e milioni di autovetture!

Eppure, il continuo rialzo, anche mediatico, il tentativo chiaro e semplice di impedire ogni forma di critica che venga da elites di pensiero o da organi di informazione, l’attacco senza quartiere alla professione giornalistica, il silenziatore sul ruolo reale delle imprese (le affermazioni apodittiche di qualcuno dopo il crollo del ponte Morandi, certi del’impunità dovuta al dolore per la tragedia) o ancora il rammarico per le vacanze svanite per il crollo di Genova di chi dovrebbe essere portavoce dell’esecutivo e non trastullarsi a chiacchierare via chat con giornalisti tentando di farli cadere in tranelli e fake news, quasi fosse un gioco, ci dicono che molto tempo ci separa dalla vera assunzione di responsabilità da parte della “nuova” classe politica di quelli che sono i doveri non occasionali, non perenti di chi regge la cosa pubblica: dare stabilità, infondere ottimismo, delineare scenari chiari e semplici ai quali attenersi, spiegare i propri intenti e non affidarsi a documenti, contratti o altre amenità delle quali nessuno viene a conoscenza se non quando  sono state approvate in Parlamento a suon di fiducie (e prima nelle conventicole che fanno da scena al nuovo potere) .

Se poi ci soffermiamo sul balcone pentastellato di palazzo Chigi con le facce festanti per aver deciso di imporre il 2,4 per cento di deficit al paese e pronti a sbattere la faccia contro Bruxelles in una singolar tenzone che neppure Don Chisciotte si immaginerebbe, allora la sensazione di instabilità si fa più serrata e preoccupante. Si avverte infatti nelle performance di Di Maio e sodali qualcosa di più agghiacciante del machismo salviniano, sia detto per inciso ben più costruito e fondato su una linea politica non sempre condivisibile, ed è la sensazione fondata che costoro non sappiano assolutamente cosa stiano facendo e, se lo sanno, sarebbe necessaria una seduta di autocoscienza e un’analisi psicosomatica! Poiché chi fa politica sa cosa vuole, quella sensazione diviene sgomento, senza scomodare l’antico detto napoletano per il quale le cose serie non si mettono in mano a “i criature”. E a peggiorare il quadro non è il “dimo, famo” romanesco di cui sembra essersi appropriato il leader della Lega, quanto piuttosto l’incosciente visione di un popolo “bue” (absit iniuria verbis) fatto di redditi di cittadinanza di beate periferie senza lavoro che accetta la manna che arriva dalle stanze del potere. Ora quello stesso popolo, che bue non è mai, potrebbe anche svegliarsi bruscamente tanando il gioco al massacro. In ogni caso prospettive non molto positive per tutti noi!

Intanto, il Pd cerca di riappropriarsi anch’esso delle piazze, immaginando un popolo che ha lasciato per troppo tempo alle scorrerie degli avversari e prova a riscaldare quegli animi di sinistra di cui non si può fare a meno ma che nel corso degli anni con la loro rissosità e autolesionismo ci hanno condotto dove ora ci troviamo. E questo per la ovvia considerazione che in una separazione le ragioni quasi sempre sono nel mezzo così come le colpe.

Discorso a parte quello del resto del centrodestra in attesa di Salvini, costretto a posizioni estreme come quelle sovraniste della Meloni e a quelle liberaldemocratiche di quel che resta di Forza Italia, ancorata alla figura dell’ex cavaliere che come riferiscono i soliti ben informati, spesso sottolinea sconsolato “non posso fare sempre tutto io”, dimentico però della oggettiva impossibilità di dare spazio vero ad un suo successore!

 

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