Italia e Europa (foto di Michael Gaida - Pixabay)

Si acuisce lo scontro con le istituzioni sovranazionali

Italia versus Europa, come finirà?
di Roberto Mostarda

Mancano ancora sei mesi all’appuntamento con le elezioni europee, ma il nostro governo ha deciso di giocarsi tutto in queste settimane sul fronte del Bilancio e del Def da presentare alla Commissione e al Parlamento di Bruxelles.

I toni si fanno sempre più accessi e le posizioni dei leader, compresi il premier e il ministro Tria, sembrano pur con toni differenti, indirizzate a una vera e propria sfida alle istituzioni comuni. Noi siamo un paese sovrano, non accettiamo ingerenze da nessuno, portiamo avanti le riforme, non arretriamo di un millimetro, a Bruxelles dovranno farsene una ragione, tra sei mesi di loro non ci sarà nessuno e saremo noi a guidare il vecchio continente verso i lidi sovranisti e populisti! Questa la narrazione, queste le parole, questi i comportamenti quotidiani da sceriffi di Nottingham!

Ora, questa costante sfida all’ok corral dovrà lasciare le sponde della propaganda per misurarsi nel concreto concerto con gli altri paesi europei, non soltanto con Bruxelles o Strasburgo. La sindrome dell’Europa delle piccole patrie, rinserrate nei loro confini, gelose delle proprie prerogative sovrane, lontana mille miglia dall’aspirazione sociale e comunitaria dell’Europa degli esordi (tradita peraltro per troppo tecnicismo e burocrazia) potrebbe manifestarsi non come luogo dove i nostri sovranpopulisti troveranno comprensione e aiuto, ma come un fronte unito soltanto nell’evitare contagi con un’Italia ribelle e isolata. Basti pensare all’oggetto del desiderio di Salvini, il leader magiaro Orban, che non ha accettato neppure un migrante sul suo territorio e sta trasformando il suo paese – culla delle rivoluzioni liberali dell’Ottocento- da ex comunista in nazionalsovranista, chiuso e violento contro chi dissente. Una compagnia che qualunque leader maturo e con lo sguardo al futuro (anche proprio) lascerebbe andare per la sua strada.

Gli italiani sono europeisti ma soffrono per come l’Europa a trazione franco tedesca da decenni ha condizionato e limitato le nostre capacità e potenzialità. Ma sono anche amanti della democrazia e della libertà e occorre non dimenticarsene mai. Quel che preoccupa è soprattutto un dato. Approvati in pompa magna - senza balconi peraltro – bilancio e Def, annunciati come la manna e la soluzione di tutti i problemi del paese, nelle poche pieghe dei dati sconosciuti si scopre che molti degli interventi cominceranno in sordina e forse anche il prossimo anno, mancando al primo punto del programma: fare tutto e subito per il cambiamento. E, mostrando come le sparate di Casalino e le forzature di Di Maio contro alti dirigenti amministrativi dello Stato non molto possono con la inevitabilità di un serrato confronto che chi governa deve fare con chi ha in mano la struttura operativa e tecnica. Non si tratta di una forzatura, ma di una naturale dialettica fatta anche di input positivi e necessari di chi conosce il funzionamento, le criticità della macchina statale.

Un discorso che vale per il reddito di cittadinanza, come fu per gli 80 euro di Renzi, per la flat tax di Salvini, per la riforma della legge Fornero, per la ristrutturazione dei centri per l’impiego, dei centri accoglienza e per la stretta sulle maglie del sistema stesso di approccio alla questione migranti. Ma che ha avuto plastica espressione anche nella tragedia di Genova dove le affermazioni del ministro per le infrastrutture hanno dapprima esaltato per il redde rationem annunciato contro il concessionario, per poi ridursi a soli proclami mentre nei fatti altri concessionari e società che hanno lavorato con il concessionario sotto accusa, dovranno essere coinvolti nella fase della ricostruzione. Ancora, annunciare la nazionalizzazione delle autostrade (discorso analogo per Alitalia dove ha fatto irruzione anche Di Maio provocando una rara ma decisa e stizzita precisazione del ministro Tria), pensando di tornare al vecchio sistema Anas (dimentichi di quanto questa società fosse coinvolta negli scorsi decenni, nel sistema del malaffare e delle tangenti) significa non ricordare e non voler sentire da chi lo ricorda, che fu proprio quella situazione a indirizzare verso le privatizzazioni e le concessioni per privilegiare una maggiore efficienza operativa (che gli avvenimenti in Liguria hanno peraltro messo in forte tensione).

E allora? La manovra oltre che l’esame delle istituzioni europee dovrà poi arrivare in Parlamento ed essere messa alla prova della capacità di tenuta della maggioranza e di quella di incidere delle opposizioni. Opposizioni che non sembrano per il momento esistere seriamente con grave scacco per il paese e per chi ritiene di non voler vivere nel pensiero unico, oltretutto imposto con la forza della narrazione quotidiana di magnifiche sorti e progressive (ci risiamo dopo quelle post comuniste). Il Pd sembra non essere più nel paese, ma in un altrove dove cerca di capire chi dovrà rappresentarne le istanze mentre il tempo passa. Il resto del centro destra rischia l’irrilevanza se continuerà ad attendere chiarezza da Salvini che non ha nessun bisogno di darla. In entrambi i casi quel che manca è la visione del paese, di quello che deve essere fatto per fermare il declino e l’irrilevanza e far comprendere che non saranno certo i cittadini pentastellati o i sovranisti  leghisti a poter ricostruire il tessuto coerente e forte che l’Italia ha avuto negli anni e che sempre ha dato prova di sé al momento opportuno. Se non recupereranno questa visione i danni che attualmente vengono inferti alla convivenza civile e al confronto senza intelligenza tra i vari “popoli” che si vogliono rappresentare nel cambiamento, i danni per tutti saranno incalcolabili e richiederanno decenni per essere sanati! Una prospettiva nera che dovrebbe risvegliare intelligenze e leadership più che mai necessarie, ricordando l’antico adagio per il quale il “sonno della ragione genererà mostri”!

 

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