Braccio di ferro (fonte Pixabay)

E’ sconcertante assistere ad un continuo rimpallo tra le forze della maggioranza

Quanti governi e programmi abbiamo?
di Roberto Mostarda

Poiché ragionare sul governo e sulla quotidianità politica non è soltanto esercizio dialettico, ma impatta sulla nostra condizione nell’oggi e soprattutto nel domani, forse è utile affrontare e provare ad analizzare la situazione nella quale si svolge il lavoro del governo e delle istituzioni democratiche in questa fase della vita del Paese.

Lungi dal voler analizzare il declino, anzi la fine della politica sin qui conosciuta e alle prese con qualcosa che politica ancora non è completamente, non ci si può tuttavia esimere dal porsi qualche domanda su cosa ci capita di vivere.

Dallo scorso mese di marzo, superate le secche dei primi passi di un possibile futuro esecutivo, Lega e Cinquestelle hanno dato vita ad un governo di coalizione fondato (questo quel che viene costantemente ribadito) su un contratto che le due forze hanno elaborato una volta deciso di provare a collaborare interpretando il risultato elettorale in tal senso. Ora anche un banale osservatore sa benissimo che gli elementi che dividevano i due contendenti elettorali erano molto più numerosi e ponderosi di quelli che li univano. Però, come ben sappiamo, la politica viene definita l’arte del possibile e pur in una “nuova” repubblica, in una nuova stagione, questo vecchio adagio sembra avere avuto una plastica realizzazione.

Dunque da otto mesi esiste un governo tra leghisti e pentastellati? E’ corretto dirlo nella forma, molto meno nella sostanza. Le preferenze elettorali, infatti, dicono che la narrazione leghista unita ad un maggiore consapevolezza delle istituzioni sta prevalendo sulla confusa e populista proposta grillina, erede peraltro del vaffa puro e duro. Una condizione di fibrillazione prima immaginata, poi temuta ed ora pane quotidiano. Se non esistesse il collante dello stare al governo e in una realtà parlamentare che non permette alternative (a parte quelle oniriche di qualche minoranza avulsa dal paese e senza speranza) la deflagrazione sarebbe già avvenuta. Le condizioni date, però, non la consentono e dunque ci restituiscono una realtà complessa e variegata.

L’interrogativo che ogni giorno ci si pone e che si pongono anche in molti paesi nostri partner e amici, è molto semplice e disarmante: quanti sono i governi o meglio le linee di governo nel nostro Paese?

Non si tratta di una domanda oziosa, da politologi o sociologi della politica, ma di un’esigenza di comprensione da parte del popolo italiano per poter scegliere in futuro a chi affidare le sorti del paese dopo questa sgangherata stagione di mezzo.

Dunque, quanti governi o linee di governo esistono? Un censimento certo è difficile ma proviamo.

Il primo è quello rappresentato dal premier Conte (l’araba fenice come spesso osserviamo) e dal ministro dell’economia Tria (unica voce ragionevole anche perché sempre radicata nei darti reali e non nelle fumisterie delle riunioni di maggioranza. Questo governo è quello che prova a rappresentarci con un minimo di serietà e di chiarezza a livello internazionale. Il premier cercando di girare il mondo per parlare del nuovo paese che si vuole costruire, il secondo per dare affidabilità a proposte di bilancio per così dire eccentriche rispetto a qualsiasi dottrina economica apparsa nel mondo (verità che il ministro conosce bene).

Il secondo è rappresentato dalla componente maggioritaria (sinora) il movimento grillino guidato da Di Maio che porta avanti parole d’ordine previste nel contratto ma nella lettura specifici dell’intellighentia grillina e per ciò stesso in contraddizione con la Lega e il contratto stesso. Per capirci la linea del “no” ideologico e demagogico ad ogni passo avanti infrastrutturale del paese, in ossequio alle promesse elettorali di molte parti del paese e per rispettare il detto in voga tra gli ambientalisti: mai nel mio giardino, nella traduzione italiana. Il caso Tap, il caso Tav, l’Ilva, le questioni militari, il voler mettere in crisi contratti internazionali necessari per il Paese e la cui denuncia farebbe esplodere i conti. Questa la linea, la sola che i cinquestelle concepiscono anche perché li ha premiati alle elezioni, ma a distanza siderale da un governo serio ed equilibrato della cosa pubblica. Il decreto per Genova ne è la plastica conseguenza. Sullo sondo il “ritorno” di Di Battista e il ruolo di Fico (visti come sinistra del movimento e interpretati come possibili nuovi dirigenti per futuri equilibri, ma siamo per ora nell’iperuranio).

Il terzo governo è quello interpretato dal leader leghista Salvini, populista, nazionalista (che in un ex leghista a pieno titolo fa quanto meno arrossire) e che sembra incontrare il maggior favore elettorale. Le posizioni in tema di migranti, sulle pensioni, sul lavoro, il rispetto degli accordi internazionali, persino una trattativa dura e rissosa, ma pratica con l’Europa, ne sono i segni distintivi. Il decreto sicurezza all’esame del Parlamento e vicino al voto ne è un po’ la summa. Salvini gioca poi anche un ruolo succedaneo, quello di traino ad una coalizione di centrodestra favorita alle urne e che sembra delinearsi come sola alternativa (le europee ci diranno se questo è fondato) allo stato attuale!

Come possano conciliarsi queste tre cuspidi, queste tre teste, non è dato sapere. Come per Cerbero si pone la questione che l’una non attacchi l’altra o che negli attacchi non si perda il senso complessivo. Il braccio di ferro è tra Lega e Cinquestelle, lo sanno anche le pietre e lo scontro tende ad aumentare ma nessuno vuole la crisi e dunque si va avanti con l’attacco a tre punte, attacco per quale partita nessuno lo riesce a capire e dunque la domanda rimane per ora inevasa. Chi vivrà, vedrà!

 

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