Crepa (fonte foto Pixabay)

Il tentativo del Governo per evitare la procedura di infrazione europea

Nessun cedimento...ma qualche crepa c’é!
di Roberto Mostarda

La granitica posizione assunta dal governo italiano nei confronti delle obiezioni della Commissione Europea sul deficit sembra subire i primi ritocchi. Naturalmente il premier araba fenice e i due vice premier ribadiscono che non si cede di un millimetro e non si tratta di una sconfitta, ma è evidente che i famosi “decimali” sulla cui modifica sembra orientarsi l’esecutivo per venire incontro alle obiezioni delle istituzioni di Bruxelles, manifestano un tentativo di non arrivare alla procedura i cui danni per il paese e per i suoi cittadini potrebbero rivelarsi molto pesanti.

Valeva la pena , allora, di fare il muso duro, mostrare i muscoli, irridere agli interlocutori in scadenza? La risposta è ovviamente legata alla lettura politica che grillini e leghisti danno della loro azione in ossequio al famoso programma di governo in base alla quale con questo esecutivo si privilegiano gli italiani, si evita la macelleria sociale, si redistribuiscono le tasse e via raccontando.

Pensare che il muso duro potesse mettere nell’angolo Bruxelles è apparso sin dall’inizio infantile e non preveggente e la situazione si è aggravata quando l’unanimità dei paesi dell’area Euro e anche dei membri al di fuori di essa nei 27 ha fatto chiaramente intendere che non esiste nessuno spazio per azioni dilatorie o furbesche nei confronti del riassorbimento del debito pubblico. E questo per la semplice ragione che è proprio questo il punto e, se non si privilegiano azioni anche prospettiche per contenere la montagna che attanaglia il paese, nessuna azione di governo può pensare di riavviare crescita e sviluppo. Tanto meno misure popolari certo ma che impattano direttamente sull’aumento di quel debito.

Ora pensare che in Europa i sovranisti e gli antisistema si sarebbero erti a difesa di Di Maio e Salvini è apparso per quello che era: un abbaglio. Tanto più grave perché si è tentato di far passare per misure determinanti per il paese quelle che gli interlocutori politici e istituzionali europei hanno bollato come misure populiste nel senso pieno del termine (ossia legate a interessi politici di bottega nel migliore dei casi). L’abbaglio in questione ha mostrato anche i suoi effetti deleteri isolando il Paese per il quale l’Europa continua ad avere un atteggiamento aperto al dialogo, purché si agisca per quel fine: diminuire il debito, il cui peso non riguarda solo gli italiani ma anche l’intera Unione.

Ora, dunque, occorre fare qualche passo all’indietro per recuperare credibilità e per impedire che gli interessi economici dei paesi europei prendano il sopravvento sulla comprensione per le storture evidenti e per i problemi che l’Italia manifesta con un forte ritardo nella ripresa e per la bassa produttività misurata sui partners, nonostante isole di eccellenza. E’ il sistema paese a preoccupare i nostri interlocutori ed è lì che occorre intervenire con decisione, non con misure palliative, con indennità insostenibili sul lungo periodo e, comunque, da iscrivere in un’azione pluriennale e condivisa onde evitare che il prossimo governo smantelli tutto. Ossia quello che è accaduto per troppi interventi strutturali nel corso di questi ultimi due decenni: con il risultato di un paese fermo e avviluppato da un insieme di contraddizioni che impediscono di decidere e in profondità sulle storture e sui guasti accumulati.

Comprendere di aver ecceduto nei toni e nelle indicazioni contraddittorie, ammettere la necessità di rivedere conti e percentuali, non è una sconfitta se si guarda non alle ambizioni personali dei leader ma agli interessi del paese. Ribadire il concetto del rispetto che si deve all’Italia in Europa è positivo certo, non occorre farlo offendendo gli altri, ma mostrando la capacità di scelte incisive e, finalmente, strutturali. Ovviamente per le fortune elettorali e politiche dei leader, dover dilazionare le misure chiave del programma, prevedere scaglionamenti dei provvedimenti sociali , soprattutto,  potrà costare e costerà qualcosa. Ma come spesso si sente dire quello che è primario è l’interesse nazionale, non quello di una parte o parti di esso. O il paese riparte nel suo insieme o non riparte: favorire l’imprenditoria al cento nord non deve significare assistenzialismo al Sud, perché questo altro non è che il meccanismo diabolico che per decenni ha condannato il Mezzogiorno alla subalternità e al ripiego, mortificando intere giovani generazioni e classi lavoratrici capaci e attive, abbandonando al crimine organizzato il controllo del territorio. Ecco i punti dolenti sui quali è necessario agire e senza la soluzione dei quali, non si va avanti.

Ottenere da Bruxelles un cammino meno accidentato, difendendo gli interessi del paese è allora la prima risposta. Ma senza iattanza e altri poco intelligenti atteggiamenti che non ci aiutano e semmai fanno rivivere vecchi, triti e abusati modi di definire l’Italia e gli italiani. Il momento è delicato e suo modo storico, occorre essere all’altezza delle speranze dei cittadini e coerenti nell’obiettivo del riavvio della cornice virtuosa per lo sviluppo, non percorrendo sentieri sterili e al massimo utili per arrivare da un’elezione all’altra.

Su questo non è solo il Governo a dover agire, ma anche le forze politiche di opposizione presenti in Parlamento e nel Paese. Non domani quando qualche dividendo elettorale potrebbe consentire maggior pressione, ma oggi con le forze che si hanno, senza chiusure preconcette, condanne apodittiche e altro armamentario: questo è il terreno privilegiato gialloverde e soprattutto grillino. Dunque non fare il gioco altrui e nel terreno altrui! Per la sopravvivenza propria di idee e programmi ma anche per la vitalità della democrazia!   

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