Soluzione condivisa (fonte foto Pixabay)

La battaglia campale del governo trifronte mostra i primi cedimenti

Verso una soluzione condivisa con l’Europa
di Roberto Mostarda

Non è facile, ma è tuttavia semplice, non farsi impressionare dal continuo rimpallo e dai continui tweet dei vice premier in lotta contro tutto e contro tutti in una corsa forsennata dagli esiti dubbi. Se si guarda infatti oltre l’apparenza, nel governo appare evidente lo studio e la ricerca di una soluzione dell’impasse con l’Unione Europea in una direzione che pur facendo salvi i punti qualificanti del programma, riesca a raggiungere con le istituzioni europee un punto di equilibrio e di rispetto del patto di stabilità evitando così una procedura di infrazione tanto più dannosa in quanto aggravata dalle scelte dei mercati- variabile ingovernabile a livello mondiale -  che già hanno eroso nel loro costante altalenare e per i balzi e rimbalzi dello spread una buona fetta delle risorse messe in campo per le politiche annunciate in campagna elettorale.

Come osservano autorevoli commentatori, ormai la luna di miele dell’esecutivo è finita e da ora si “parrà la loro nobilitate” che tradotto vuol semplicemente dire la capacità di dare impulso all’economia nel rispetto dei vincoli di bilancio non soltanto europei, ma anche strettamente nazionali. Ed è questa senza dubbio la partita più rilevante. Non si può infatti dubitare che gli impegni del governo siano in primis quelli di contenere il debito nazionale e allo stesso tempo modulare gli interventi in modo da sostenere politiche sociali e far ripartire il sistema produttivo per renderlo capace di generare occupazione e consumo, elementi dello stesso sistema virtuoso che sostiene lo sviluppo. Se uno o l’altro di questi termini va fuori quadro, l’intero disegno non regge.

E, dunque, al netto delle sfuriate “tweettatorie” del vice premier leghista o del pressappochismo dilettante di quello grillino, la vera partita è quella indicata dalle imprese e da tutto il mondo dell’economia che sulla produzione, il consumo e i servizi fonda e sostiene ogni politica di crescita e di welfare. Stupisce allora l’accusa agli industriali di essere stati sempre zitti ed ora pronti ad attaccare il governo. Primo perché l’accusa è vera solo in parte, secondo perché quanto indicato da chi produce è la legittima sensazione di non vedere chiarezza nel disegno del governo nella direzione dello sviluppo in un paese che sovente appare quasi in svendita totale ai capitali stranieri.

E stupisce ancor di più che queste reazioni scomposte arrivino da un leader politico avvezzo da sempre a dialogare con piccole e medie imprese attanagliate dalle stesse pastoie dalle quali le più grandi riescono a volte a svincolarsi e non sempre con fortuna. Un po’ di ascolto e un po’ di umiltà non guasterebbero data l’innegabile evidenza che nessuno ha bacchette magiche e che le misure dedicate alla crescita nel programma appaiano se non carenti, quanto meno appannate da interessi che sempre più chiaramente rischiano di essere di bottega. Se a questo si aggiunge il duello con le istituzioni europee che non vogliono certo affamare il paese ma solo richiamare alle più elementari regole del cosiddetto “buon padre di famiglia”, il quadro diviene preoccupante.

Ben venga allora la duttilità e la prudenza che sembra emergere attraverso il premier , il sottosegretario alla presidenza e il ministro dell’economia, nel tentativo di trovare la soluzione migliore che contemperi le politiche sociali senza comprimere quelle di crescita: tradotto in parole semplici che limiti a livelli accettabili per l’Europa il famoso 2,4 per cento irrinunciabile, attraverso una rimodulazione interna delle misure. Qualcosa si può e si deve fare per evitare l’infrazione che da sola produrrebbe più danni della limatura delle percentuali. Un po’ meno teatro, allora, e più conti fatti con realismo.

Difficile dire se questa lezione di realismo politico ed economico riuscirà a concretizzarsi nei tempi strettissimi rimasti per la trattativa. I rinvii o le meline verbali non aiutano e tanto meno il continuo incrociare di spade metaforiche. Quando industriali e mondo produttivo, sindacati e ampie categorie sociali si esprimono in modo critico e chiedono di modificare la manovra, sarebbe opportuno ascoltare la voce che viene dal paese. Nessuno ha la verità in mano e il potere transeunte non autorizza a criticare o comprimere spazi di libertà o porre in atto politiche fatte di annunci, di attacchi a destra e a manca fondati soprattutto sulla boria o l’interesse del momento. Se si vuole governare si deve avere la visione del paese tutto e non di pezzi di esso. Il cambiamento annunciato e promesso, allora, deve attuarsi nel concreto dispiegarsi della dinamica sociale e  non nella creazioni di interessi contrapposti da sostenere a corrente alternata. Così si acuiscono soltanto le differenze, si rafforzano gli scontri tra fasce di cittadini, si imbastardisce la politica e questo non porta nulla di buono anche se occasionalmente può portare qualche successo elettorale.

Cosa manca in questo piuttosto fosco scenario: le opposizioni. La controprova è nel risveglio di gruppi e categorie che tornano da soli e senza alcuna mediazione politica a far sentire la loro voce e a dar voce ai propri interessi e richieste. Una novità importante ma che senza alcun riferimento in politica non porta a risultati. Le opposizioni dunque dovrebbero affrontare questo scoglio prima ancora di capire cosa accadrà loro nel prossimo futuro. Da marzo scorso il palcoscenico è in mano ad una compagnia teatrale complessa certo ma che cerca di interpretare più parti in commedia, senza controcanto! Un danno che cresce con il tempo e che  non aiuta chi vuole cambiare senza distruggere e smontare continuamente tutto senza saperlo ricomporre in modo adeguato. Sveglia, dunque, perché una debacle ulteriore alle europee potrebbe aprire la strada ad un paese irriconoscibile ma non certo nuovo né migliore di quello che sta ora cambiando pelle!

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