Esempio di segnali di fumo indiani (immagine di Frederic Remington - Pubblico Dominio)

I rischi di una manovra sostanzialmente sconosciuta e autocratica

Segnali di fumo e danni reali
di Roberto Mostarda

L’anno appena concluso e gli avvenimenti politici e parlamentari delle sue ultime convulse giornate, ci consegnano qualcosa di assolutamente inconoscibile e rischioso: una manovra economica fatta più di annunci, qualche ripensamento tecnico, scontri con le opposizioni, negazione del Parlamento nella sua funzione di composizione, mediazione e decisione meditata. La manovra del popolo è al popolo sconosciuta nel suo insieme e nell’impatto che avrà nei prossimi mesi e anni e conosciuta soltanto per l’annuncio delle misure populiste quali il reddito di cittadinanza, la flat tax e la quota 100 per le pensioni. Un mix di efficacia tutta da dimostrare, di cui però sono fin troppo noti gli elementi negativi e l’ombra nefasta che rischia di proiettare sul Paese.

Un paese al quale si è rivolto il capo dello Stato nel suo messaggio di fine anno richiamando concetti tanto semplici quanto logici in una società che sembra preda di spinte centrifughe in ogni settore d in ogni ambito politico e sociale. Unità, senso di comunità, futuro comune, convivenza serena, responsabilità che si fonda sul reciproco rispetto e sulla ricerca di ciò che unisce. Ancora, sicurezza non in soli termini tecnici ma come risultato di una condivisione del bene comune. Bene comune che va salvaguardato a garanzia del lavoro, dello sviluppo del nostro sistema economico, delle infrastrutture e che si fonda sull’istruzione, sulle opportunità per tutti, sulla competenza e sull’impegno che occorre per porla in essere. Tutto questo in un quadro europeo al quale siamo ancorati e al quale dobbiamo fare riferimento perché liberamente ci siamo impegnati nei decenni a costruirne la realtà emendabile ma necessaria. Parole semplici dicevamo, declinate senza retorica ma cercando di toccare tutti gli italiani.

Un discorso che non ha glissato sul nodo di fine anno con lo scoppio delle polemiche sui tempi di approvazione della manovra di bilancio. Mattarella ha richiamato tutti al confronto, ala dialettica, sottolineando come la compressione dei tempi del dibattito e il ricorso alla fiducia abbiano oggettivamente indebolito lo sforzo comune. Tutti devono impegnarsi in una riflessione senza animosità ma assolutamente consapevoli che tutto ciò che impedisce l’esercizio delle libertà costituzionali non aiuta il cammino comune di tutta la nazione. Un invito a tutti, nessuno escluso, non contro o a favore del governo, non contro o a favore delle opposizioni. Il bene supremo del paese non ammette giochi e sfide sulla pelle del Paese.

Le parole del capo dello Stato sono state salutate con approvazione da tutti i protagonisti della politica. Segno di condivisione, c’è da dubitarne, tanto è vero che ognuno si è affrettato a riconoscere in esse il plauso per il proprio agire. Ossia ognuno ha provato a tirare la giacchetta del presidente ma senza riuscirci. La pacatezza dei riferimenti del discorso del Quirinale non nasconde e non ha nascosto la consapevolezza delle difficoltà oggettive nelle quali il sistema Italia si contorce, sia in economia che in politica. La firma sulla manovra di bilancio che ha evitato la procedura di infrazione non è stata una sanzione positiva ma occasione per un richiamo ulteriore alla responsabilità di ha in mano le redini del Paese.

Ecco allora, si diceva all’inizio che la sostanza della legge finanziaria, se pure allontana la minaccia di sanzioni, non cambia di una virgola il senso di confusione e di approssimazione che la scarna conoscenza delle nuove misure induce non solo in esperti ma in gente comune. Di più la previsione di misure e decreti successivi per far partire le misure chiave manifesta la totale inadeguatezza di quanto a colpi di fiducia il Parlamento è stato costretto ad approvare senza confronto e senza dialettica. E’ come se prendesse consistenza l’antico adagio “passata la festa .... gabbato lo santo”, ovvero stornata l’attenzione dell’Europa proviamo a fare quello che abbiamo sempre avuto in testa. Un auspicio non tranquillizzante per i mesi futuri. Anche perché la Commissione di Bruxelles ha annunciato un’attenzione costante all’attuazione delle misure di contenimento previste, sottolineando che interesse delle istituzioni comuni non è entrare nei singoli interventi ma salvaguardare il quadro insieme della compatibilità con le regole comuni.  

Il cammino vero comincia ora, il confronto vero anche in Parlamento dovrà procedere ora e la conoscenza stessa dei contenuti complessivi e dettagliati della manovra dovrà manifestarsi da oggi in poi ed essere conosciuta da forze politiche, forze sociali, e quel che più conta dai cittadini. La sostanza è che non vi è garanzia alcuna che quanto annunciato e previsto avrà vigenza ed effetto concreto. Soffermiamoci su alcuni nodi cruciali. Si parla di una manovra che riavvierà la ripresa economica ma il mondo delle imprese non ravvisa alcun tipo di misure capaci di risvegliare il sistema (pensiamo al balbettio sul discorso infrastrutture e i ritardi su ogni dossier al riguardo), gli enti locali avvertono lo scollamento con il governo anche se vedono aprirsi la porta dell’aumento di tutte le tasse locali. L’ufficio parlamentare di bilancio dichiara dati alla mano che la pressione fiscale aumenterà di oltre mezzo punto collocandosi al 42,5 e questo non cambierà sino al 2020, con buona pace della flat tax che dovrà spiegare i suoi effetti su partite iva e sulle piccole e medie imprese.

Cosa succederà, poi, alle pensioni? Qien sabe, diceva il protagonista di un grande film del passato. Atteso che modificare il sistema previdenziale ad ogni cambio di governo è premessa sicura di un tonfo finale, ora il mantra è che i fondi (dimezzati in finanziaria per lo scopo) insieme ai risparmi dovuti alla tassazione delle cosiddette pensioni d’oro, dovrebbero far dispiegare la mitica quota 100 indicata come “la soluzione” della questione, una volta smontata definitivamente la Fornero. Per chi dopo aver lavorato e versato correttamente sperava di avere certezze, tutto è in discussione tranne il dato primario che al di là delle minime che verranno giustamente sostenute, tutto il resto gira vorticosamente e le perdite non tarderanno a manifestarsi e non per le pensioni d’oro ma per quelle  medie della stragrande maggioranza dei connazionali.  

Dulcis in fundo, il reddito di cittadinanza. Evitato il ridicolo della partenza il 1° di aprile, sarà tuttavia in primavera che avrà inizio l’iter di attuazione. Solo che ad oggi, due tre mesi prima, nessuno è in grado con serietà di indicare quale sarà la platea che potrà usufruire della misura pur giusta in teoria per dare sollievo finanziario alle fasce più disagiate. Nessuna struttura, tanto meno i centri per l’impiego, sono in grado di registrare, vagliare, mettere a regime il sistema con il rischio che si parta a pioggia o peggio con una sorta di “autocertificazione”, comodo sistema con il quale nel tempo i cittadini si sono sostituiti alle strutture pubbliche non in grado di certificare i loro diritti o doveri. Ossia nulla è cambiato sotto il sole ed è forte la preoccupazione che possa crearsi un sistema nel sistema che conduca ad un uso indebito delle risorse stanziate (e peraltro dimezzate per contenere il deficit al famoso 2,04 per cento del Pil).  

Insomma, i rischi di una manovra sostanzialmente sconosciuta e autocratica restano per ora manifesti e senza risposte confortanti. Assistiamo, come nei film western, ai segnali di fumo che dovrebbero annunciare il futuro e, intanto, i danni che subiamo sono e saranno reali!

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