Di Maio e Salvini (fonte foto notizie.tiscali.it)

Strette di mano, riunioni, ma resta il gelo tra leghisti e grillini

La pace fredda tra gli alleati di governo
di Roberto Mostarda

Avevamo azzardato la possibilità che dopo i tuoni e i fulmini scatenatisi nella coalizione di governo intorno al voto europeo, non avremmo assistito alla possibile pioggia conseguente. Con una punta di tristezza dobbiamo constatare che la previsione era fondata, probabile, anzi certa.

Ovviamente è cambiato il clima e non poco e sarebbe irresponsabile non rendersene conto. Ancorché europeo il voto di fine maggio ha avuto nel nostro paese un significato assolutamente politico nazionale e il responso delle urne mostra che gran parte degli italiani che si riconoscono ancora nell’alleanza gialloverde hanno pressoché rovesciato i rapporti di forza dando alla Lega un posizione di forza nei confronti dei pentastellati. Si dirà che la trasposizione automatica non è corretta ed è obiezione ragionevole, ma è difficile non accorgersi che la narrazione leghista ancorché ruvida e non diplomatica ha fatto presa rispetto al tentennamento imbarazzante dei grillini al governo e al balbettio senza spessore di quelli in posizione critica con il capo politico e chi lo sostiene.

I giorni passati dalle elezioni ci restituiscono una rinnovata reciproca fiducia collaborativa più a parole che nei comportamenti, la sensazione che per Di Maio sia sempre più difficile restare al governo dove spadroneggiava con il nuovo ingombrante inquilino, che la resa dei conti nel movimento sia soltanto rinviata a data futura e che quella alla quale assistiamo tra i due contraenti sia in buona sostanza una pace fredda, a favor di fotografi e giornalisti, dove restano irrisolti molti dei punti nodali della crisi che era andata emergendo.

La pioggia non è arrivata perché il collante del governo ha fatto reggere la maggioranza, ma lo sfondo continua ad apparire cupo soprattutto perché Salvini sta inesorabilmente presentando il conto delle cose che vuole per assicurare vita all’esecutivo – l’ultima trovata degna dei tecnici alla Monti, quella di tassare come ieri i conti bancari, oggi le cassette di sicurezza dimenticando l’impostazione liberal del leghismo lumbard che misure del genere non se le sarebbe mai sognate- ed è assai probabile che le ottenga sino a quando la crisi grillina non avrà determinato un qualche segno di ripresa politica.

C’è poi anche la variabile araba fenice, ossia il premier Conte che sembra voler usufruire della tregua tra i due contendenti per riaffermare la sua sintesi su programmi e decisioni, riservandosi dossier internazionali e di largo respiro non avendo spazio su quelli più interni e nazionali. Una variabile non da poco come si sta vedendo giorno dopo giorno nel confronto con le istituzioni di Bruxelles e con il discreto ma costante riferimento al Quirinale, quale fonte di autorevolezza altrimenti difficile. Una partita che coinvolge anche il ministro dell’economia Tria attento a replicare in modo tranciante a visioni e tentativi di applicare regole eccentriche di comportamento a livello europeo e in tema di conti pubblici.

La partita del confronto con la Commissione è in pieno svolgimento e in piena crescita e quel che si avverte è soprattutto il messaggio di dialogo e confronto schietto che il titolare dell’economia e il premier indicano come la strada da seguire senza colpi di testa e alla ricerca di una sintesi che eviti la procedura di infrazione sul deficit. Idee come i mini bot (che non cambiano i termini del debito ma fanno solo teatrino di distrazione di massa) mostrano quale sia il perenne tentativo di non prendere sul serio le pressioni europee: un errore madornale perché le voci più dure sulla condizione dei conti pubblici e del deficit italiano vedono tutti uniti i 26, in prima linea quei paesi del gruppo di Visegrad considerati da Salvini naturali alleati e che per nessun motivo così come non hanno accettato alcuno smistamento di immigrati non intendono assolutamente farsi carico della crisi economica italiana.

A questo si aggiunge l’isolamento evidente dei grillini nel parlamento di Strasburgo e la sostanziale poca importanza del futuro gruppo del quale la Lega dovrebbe far parte, dei sovranisti. Una condizione che dovrebbe indurre ad un atteggiamento di dialettica vera e non di rintuzzo continuo dei moniti di Bruxelles. Un lusso smargiasso che non possiamo permetterci e che sarebbe bene riporre in un cassetto di idee bislacche da ricordare ma lasciar perdere. Non è sicuro che si assisterà al prevalere di questo approccio costruttivo e se tra gli alleati la pace resta fredda, di certo in sede europea la temperatura resterà rigida con l’ulteriore smacco di non poter partecipare in modo autorevole alla scelta delle posizioni chiave del governo sovranazionale, nell’anno in cui si conclude il ruolo di Draghi alla guida della Bce e con esso si prospettano nuovi attriti sulla gestione del settore finanziario e bancario comune.

La condizione di separati in casa che contraddistingue Salvini e Di Maio ed anche la vita delle delegazioni rispettive nell’esecutivo, non aiuta in nessuno di questi ambiti e nei confronti di alcun dossier chiave dell’Europa di domani come non sembra aver prodotto segnali positivi per lo scioglimento dei nodi cruciali nazionali che sono in prima battuta, infrastrutture, industria, cantieri e i posti di lavoro da creare in settori trainanti e in seconda battuta misure di sostegno economico e di tassazioni più leggere. Se il sistema Italia non si riavvia seriamente nessuna misura sociale potrà essere garantita a lungo e i segni di questa crisi futura non tarderanno a manifestarsi!

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