Salvini incontra Trump

Un governo in perenne attesa dell’evento risolutivo

Tra Europa e America, ritorno al ... passato?
di Roberto Mostarda

Il quadro generale delle vicende politiche ed economiche in corso nel nostro paese sembra avviarsi su itinerari quanto meno singolari eppure in qualche modo non così tanto come appare. Per dare un senso a questa considerazione è opportuno indicare alcuni elementi sicuramente utili: la trazione leghista che sembra aver preso il sopravvento dopo il voto europeo sui cinquestelle e la sostanziale atonicità di questi ultimi, peraltro alle prese con le ennesime sortite critiche di Di Battista, sta imprimendo all’agire dell’esecutivo alcune direttrici  che meritano un approfondimento.

L’ultimo elemento in ordine di tempo è la visita del vice premier Salvini negli Stati Uniti e i contatti ad alto livello con dirigenti dell’amministrazione Trump. Una visita quanto meno singolare ed eccentrica per un leader, quello leghista, da sempre sostenitore della Russia di Putin e di una visione sovranista e nazionalista molto simile a quella del capo del Cremlino. Ma una visita che, stranamente si inserisce in una sorta di tradizione diplomatica per il nostro paese dal dopoguerra in poi. Una tradizione alla quale non si sottrassero neppure i dirigenti comunisti e post comunisti. Un viaggio negli Usa ha sempre voluto dire una sorta di riconoscimento, a volte imprimatur, per il leader italiano del momento. Ai tempi della guerra fredda questo appoggio aveva anche ben precisi riferimenti comportamentali e politico-parlamentari, poi pian piano con i mutamenti storici e le diverse fasi della presenza statunitense nel vecchio continente ha subito dei mutamenti anche radicali. Eppure, il senso complessivo rimane e non sfugge certamente ai commentatori ma anche a molti cittadini tra i primi gli stessi leghisti.

Nasce allora una domanda, perché volersi accreditare oltreoceano partendo da queste premesse. Una risposta potrebbe essere nel non grande successo che i gruppi sovranisti hanno avuto alle elezioni se si esclude proprio la Lega e nella relativa influenza che essi potranno esercitare sulla nuova dirigenza dell’Unione. Lineare allora tentare di accreditarsi in direzione critica con l’Europa con l’amministrazione Trump e con il presidente che può essere considerato il primo sovranista da quando questo termine è divenuto consueto nella politica nazionale e non. Non filo americanismo, dunque,  ma un misto di nazionalismo esterofilo nell’unica direzione possibile per un’Italia che comunque appartiene e non da oggi all’area filoatlantica.

Altro elemento di rilievo, la sostanziale assenza di una politica estera dell’esecutivo in tutte le sue componenti e la visione conseguente legata alla priorità data al paese anche contro le alleanze decennali e il ruolo fondante dell’Unione Europea. Nessuna priorità sembra emergere nel contratto in questo ambito ed anche la collaborazione instaurata con la Cina per realizzare la nuova via della Seta sembra essere più una circostanza, un effetto collaterale, che una scelta strategica.

Discorso analogo riguarda i cinquestelle dai quali non è mai stato delineato alcun tipo di orientamento internazionale legato ad una visione complessiva e strategica del ruolo che l’Italia può e deve esercitare in Europa e nel mondo. Solo un velleitarismo confuso con venature terzomondiste che certamente non appare funzionale alla presenza internazionale del nostro paese nei consessi sovranazionali.

Sul fronte interno, intanto, il braccio di ferro tra leghisti e pentastellati continua nel consueto gioco delle proposte più altisonanti e degli stop and go che caratterizzano quest’anno di governo anche se come sottolineavamo si avverte sempre più forte l’impronta di Salvini e sull’altro fronte un Di Maio sempre più sulla difensiva e criticato da molti esponenti del movimento. Se a questo si aggiunge l’imminenza delle decisioni della Commissione di Bruxelles sui conti pubblici e sulla possibilità di una procedura di infrazione per debito eccessivo dove gli attori nazionali diventano tre, con il premier Conte insieme al ministro Tria che cercano di mediare ed evitare la sanzione mentre i due vice premier criticano il ministro dell’economia accusandolo di non voler rispettare quanto previsto nel contratto.

Insomma non cambia il copione che va avanti da un anno con decisioni annunciate, provvedimenti che tardano e un’attesa che un evento risolutivo possa togliere per così dire le castagne dal fuoco.

Intanto nel paese, dalle elezioni locali sembra ripresentarsi una polarizzazione tra centrosinistra e centrodestra con prevalenza di quest’ultimo ma a guida leghista. Una condizione che tuttavia non ha ancora visto Salvini decidere sul futuro della coalizione gialloverde che mantiene la maggioranza dei consensi nel paese anche se i grillini appaiono in forte difficoltà.

Per il Pd, intanto, il guado sembra ancora in corso e non vi è chiarezza per il dove. Per adesso si assiste al consolidamento della leadership di Zingaretti che tuttavia sembra avere la chance di compattare buona parte del partito ma non quella di estendere il consenso e che rifiuta nella pratica ogni confronto con l’ala renziana. Una condizione che alla lunga non favorirà il partito e la sua ricerca di una nuova centralità nel paese e nella sinistra che del resto appare in crisi in quasi tutti i paesi dell’Unione.

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