Il Presidente Mattarella alla XI Conferenza degli ambasciatori. Foto: Quirinale.

Il ritorno dei gattopardi
di Roberto Mostarda

Un elemento, sopra gli altri, ci porta a riflettere su quel che si appresta ad accadere nel nostro mondo politico, alla ripresa di settembre dei lavori parlamentari.
Oltre cinquecentomila emendamenti sono stati depositati in tema di riforma del Senato e dell’organizzazione costituzionale dello Stato, da quanti vogliono contrastare ed impedire il cammino dei disegni di legge delega del governo in materia. Si annuncia dunque una guerriglia senza quartiere, anzi una vera e propria battaglia campale, al cui centro vi è il governo e la sua maggioranza.
Se il nostro paese non venisse da ripetuti ed estenuanti tentativi di riforme costituzionali attraverso lo strumento “hobbistico” delle commissioni parlamentari che per decenni hanno pensato, promosso, prefigurato un sistema diverso e più moderno, raccogliendo un unico risultato: nulla! allora potremmo parlare di un esercizio di democrazia, della giusta volontà dei legislatori di intervenire consapevolmente su quella che sarà l’architettura di un paese più avanzato e più stabile! Niente di tutto questo, purtroppo!
Quello che si sta delineando è senza ombra di dubbio il “ritorno dei gattopardi” (questa volta con Berlusconi non in primo piano a dimostrazione che la specie oltre a lui contava su moltissimi epigoni e protagonisti), di quanti cioè fanno loro il motto che Tomasi di Lampedusa pose mirabilmente in bocca ai suoi personaggi: “che tutto cambi, perché nulla cambi”.
Quel che gli oltre 500.000 emendamenti ci narrano è proprio questo. Che cosa c’è per costoro alla fine del percorso che sembra presagire modifiche, mutamenti epocali: il ritorno tout court al Senato elettivo di sempre, cancellando dunque uno dei pilastri delle riforme annunciate dal Governo.
Il bicameralismo perfetto è tanto perfetto che nessuno riesce con chiarezza e semplicità a spiegare perché il nostro paese tra i pochi al mondo, presenti due Camere pressoché eguali, una con il doppio dei componenti dell’altra, numericamente, e con una lieve differenza anagrafica per poter accedere al Senato, rispetto alla Camera. Decine di migliaia di pagine, di tomi costituzionali non riescono ad identificare il valore precipuo del Senato, quale Camera Alta come avviene in altri paesi. Quale saggezza riscontriamo infatti nel lavoro che in esso si svolge, rispetto alla Camera? Ci vorrebbe quasi sicuramente un veggente per capire dove sta la differenza. Questo doppione ha portato e porta inesorabilmente ad allungare in modo sproporzionato i tempi di analisi e il cammino dei provvedimenti, con il risultato che l’azione di governo, anche la più vivace, finisce con l’infrangersi contro questo moloch di immobilità, di letture e contro letture alla cui conclusione sovente i testi legislativi hanno subito si e no qualche make up.
Si dirà, i costituenti avevano immaginato questo disegno per impedire qualsiasi tentativo egemonico parlamentare o dell’esecutivo, memori delle storture del ventennio. Lodevole intento e chi siamo per opporre ragionamenti critici. Tuttavia il pratico evolversi degli istituti, l’inutilità di interventi tampone per accelerare i tempi d’azione,  hanno prodotto in questi decenni una lenta ma inesorabile erosione del senso del ruolo, lasciandoci dinanzi a una realtà sconfortante, a duplicazioni insensate ed ad un allucinante ritardo dinanzi ai problemi che il paese e le sue istituzioni avrebbero dovuto affrontare. E’ come se oggi per affrontare la crisi del mezzogiorno ci fosse qualcuno che propone la creazione di una “cassa” apposita perché decenni di analisi e di studi, non hanno prodotto nulla di paragonabile a quella realtà.
O come se per velocizzare e modernizzare il sistema produttivo invece di sostenere l’imprenditoria, garantendole spazi consoni di azione, si volesse ripristinare qualcosa di simile alla storica trimurti “Iri, Eni ed Efim” che tanti vantaggi ha portato alla crescita del paese per poi divenirne (ad eccezione dell’Eni) un autentico freno allo sviluppo e un pozzo senza fondo!
Ci si aspetterebbe dai nostri rappresentanti qualcosa di chiaro e percepibile nella direzione di uno stato più moderno, efficiente, garanzia dell’esercizio delle libertà civili. Invece ci si ripropone il buon tempo antico (buono per chi?) fatto della certezza della dilatazione dei tempi e dell’inefficacia dell’azione legislativa.
A questo punto sorge spontanea un domanda: perché non ripristinare anche le vecchie province, le comunità montane, i consorzi tra comuni? E via moltiplicando i posti disponibili per una classe politica che altrimenti non saprebbe più come sbarcare il lunario e dovrebbe tornare a “lavorare”?
La battaglia degli emendamenti preannuncia proprio questo. Annullare ogni riforma e ripristinare ciò che vi era prima. Il Governo è avvertito!
E sì, perché la posta in gioco è proprio il governo e la sua sorte, nonostante ammorbidimenti e meline compiute dal premier per rabbonire le sue opposizioni. Molti vorrebbero cambiare per andare dove però nessuno lo immagina veramente. Prossimi appuntamenti le leggi già in vigore fra mille tentativi di rallentarle e il ripristino di quel consociativismo che sembra essere l’unica formula accettabile per i “gattopardi”!
Non ci resta che piangere, avrebbero detto due comici notissimi, se al fondo di tutto questo “ritorno al passato”, non vi fosse sempre il Paese, con il suo bisogno di cambiamento, le aspirazioni dei suoi cittadini ad un paese meno frustrante, le sue emergenze da affrontare con idee e strumenti nuovi. Il Paese, appunto, ma qualcuno se ne ricorda all’interno delle centinaia di migliaia di emendamenti?
Un’ultima considerazione: 500 mila emendamenti moltiplicati per le parole in essi contenute fanno milioni di parole. Sarebbe simpatico sapere quante parole sono contenute nel testo di riforma, forse qualche centinaio, un migliaio o poco più. Ecco, in questi numeri tutto il senso di una vicenda triste e sconsolante e, sia consentito, anche sostanzialmente vergognosa!

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