Ius (e dovere)
di Roberto Mostarda

E’ termine ormai entrato se non nell’uso comune, certamente presente in ogni ambito di comunicazione ed informazione, usato e abusato potremmo dire. E’ bene allora provare a capire bene di cosa si parla. La parola ius, è di derivazione latina ed indica quel complesso di precondizioni, condizioni e statuizioni che si sintetizzano nella parola italiana “diritto”, ossia l’insieme degli atti e dei comportamenti riconosciuti come naturali e connaturati all’essere umano (oggi anche alle altre specie pur con diverse gradazioni). Nell’accezione latina, si usa tuttora anche in contesti italiani; seguita da particolari determinazioni, e serve a indicare speciali istituti giuridici. Basti ricordare che ius-iuris è legato direttamente al sostantivo giurisprudenza (giuris sta per iuris latino). Un primo accenno concettuale. La giurisprudenza concentra in sé i due elementi, quello del diritto e quello della prudentia, ossia l’attitudine alla moderazione nell’interpretazione e nell’applicazione dello ius, appunto!
Dicevamo che il termine, seguito da particolari determinazioni, indica o estese branche o speciali istituti o particolari consuetudini del diritto romano e medievale come ius civile, nel linguaggio giurisprudenziale romano, il diritto di tutto un popolo e, senz’altra aggiunta, del popolo romano; ius gentium «diritto delle genti»; ius italicum «diritto italico» e via via in ogni ambito della vita sociale ed organizzata è possibile ritrovare le radici di qualche ius riconosciuto e normato. Talora in modo scherzoso si è anche trovato l’uso, soprattutto in passato, di uno ius murmurandi, il diritto di mormorare, di esprimere le proprie critiche, il proprio dissenso, che, se esercitato sottovoce, non può essere represso neanche in regime totalitario, con evidente riferimento a stagioni passate che peraltro enfaticamente si richiamavano al diritto romano.
La parola ius, oggi, è di prepotenza sulla bocca di tutti, potremmo sottolineare, per ragioni contingenti legate alla questione immigrazione, all’emergenza che il nostro paese continua ad affrontare giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, visto da chi fugge dal proprio come un approdo naturale nel Mediterraneo. Una vicenda storica che sta ponendo non pochi interrogativi e che molto più di altre questioni ha un impatto sociale e di conseguenza giuridico, tutto da capire prima ancora che da statuire.
Le cronache, oltre a metterci dinanzi ai barconi carichi di persone sfruttate all’origine, sfruttate in itinere e a rischio sfruttamento anche nel prosieguo, ci costringono a riflettere su come debbano essere considerati queste donne, questi uomini, questi bambini che arrivano sulle nostre coste con la sola speranza di trovare qualcosa di diverso da quello che hanno lasciato.
Non è un argomento di facile analisi e soprattutto, date le dimensioni del fenomeno, sta divenendo emergenziale ogni giorno di più. Il sentire comune lo vede come un’invasione e non è facile ricondurre la questione alla sua reale portata.
Ed è proprio quello a cui assistiamo nella nostra politica. Anche qui, come sempre, la divisione appare netta e ci sia consentito “idiota”. Da una parte, la sinistra, si propende per una generica solidarietà verso poveri ed umili che vanno aiutati tout court, prima di stabilire per loro regole, diritti e doveri. Dall’altra, la destra, si privilegia l’arroccamento contro l’invasione, si vellicano i peggiori istinti sociali di un paese che ha vissuto l’emigrazione sulla sua pelle e che ne dovrebbe conoscere tutti gli aspetti.
Il nodo in queste settimane, ora il governo ha indicato che la soluzione si troverà dopo l’estate (pia illusione nel corso della campagna elettorale ormai cominciata a dispetto del calendario), è quello del cosiddetto “ius soli” ossia la possibilità di ricevere la cittadinanza italiana per il solo fatto di essere nato nel nostro paese indipendentemente dalla nazionalità dei genitori e dal loro essere cittadini italiani. Lungi da noi l’indicare alcuna soluzione e alcuna interpretazione in materia (delicata e difficile già di per sé), ma appare opportuno sottolineare con forza – cosa che non avviene mai neppure in riferimento ai cittadini italiani – che il diritto, lo ius appunto, non ha una sola faccia. Come ogni medaglia ha anche un secondo aspetto. E questo aspetto sovente negletto e considerato accessorio e non cogente non può essere sottaciuto e soprattutto va rimarcato con determinazione: parliamo del dovere. Meglio ancora dei doveri che prima ancora dei diritti richiedono applicazione e rispetto delle norme proprio a garanzia di quei diritti che si vogliono naturali, insopprimibili e per tutti.
Ecco allora, che il confronto non dovrebbe svolgersi solo sul piano del clamore, delle parole ad effetto, delle finalità elettorali. Non stiamo affrontando un fenomeno transitorio, ma una svolta epocale che nessuna cannoniera, nessun muro e nessuna chiusura potrà fermare rimanendo nell’ambito della civiltà. Quel che deve però cambiare è l’atteggiamento: chi arriva senza niente deve essere aiutato certo, ma poi obbligato a conoscere la lingua, le leggi, i costumi del nostro paese, per potersi inserire ed integrare. Possiamo affermare in sostanza che questo sia avvenuto per i molti che da decenni vivono da noi? Molti passi avanti ci sono stati, ma molti restano da fare. Gli stessi migranti storici spesso sottolineano le difficoltà ma anche la consapevolezza di voler vivere rispettando le nostre leggi!
Rendere cittadino italiano chi nasce da noi potrebbe essere un atto di civiltà umana e giuridica. Ma non può essere un atto isolato e incoerente con il sistema. Prima di concedere occorre creare le premesse perché chi si ritrova da bambino cittadino italiano possa vivere e crescere da cittadino italiano. Con tutti i diritti umani e riconosciuti dalle leggi, ma anche con tutti i doveri che comporta la convivenza civile e sociale! L’un aspetto non può prescindere dall’altro, pena il caos.
Si parla seriamente di questo nel dibattito politico? Sembra proprio di no! E il discorso da affrontare deve essere strategico, prospettico, non legato al quotidiano e all’improvvisazione o al prossimo voto nazionale. Come sta avvenendo, purtroppo!

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