Siccità
di Roberto Mostarda

Scelta certamente ovvia, ma non scontata, quella di questa settimana di media estate. La parola siccità, di derivazione latina come facilmente si deduce siccĭtas -atis, legata a siccus «secco». Aperture di telegiornali, siti web, giornali radio, confronti, opinioni, dibattiti e una messe di notizie spesso affiancate a quelle degli incendi che di acqua hanno necessità per essere domati.
Ma il termine scelto oltreché di grande attualità nazionale (non siamo soli in Europa e in molte altre zone del globo) ci pone anche dinanzi a una serie di domande che sono esistenziali e strutturali allo stesso tempo. Siccità indica mancanza o scarsezza di pioggia, che si protrae per un periodo di tempo eccezionalmente lungo con danni evidenti e crescenti sulle colture agricole, sull’intera filiera alimentare e, soprattutto, sulla vivibilità delle nostre città come dei medi e piccoli centri. Legata alla parola è sicuramente quella di umidità. La siccità infatti porta con sé più o meno direttamente fenomeni di scarsità di umidità nell’aria in primis, nella terra subito dopo. Fenomeno che si riflette sull’intero equilibrio ecologico. Se l’acqua è un ciclo ininterrotto in natura, qualsiasi interruzione costituisce un problema immediato e prospettico.
Ulteriore elemento critico, legato alla condizione di siccità, di impoverimento degli invasi superficiali e delle falde profonde, quello della progressiva tendenza alla desertificazióne di aree sempre più ampie. Il fenomeno naturale indica la trasformazione in deserto di zone semiaride o aride ma ancora sedi di attività agricola o pastorale, per degradazione causata in genere da eventi naturali (come la siccità), cui si unisce però, e su cui talora prevale, un incontrollato sfruttamento di tali aree da parte dell'uomo. Il caso di maggior significato - ma non il solo - è quello che riguarda i paesi al margine meridionale del deserto del Sahara dove il fenomeno ha assunto aspetti di particolare gravità in occasione della siccità del 1968-73, per poi estendersi negli anni successivi. La minaccia di desertificazione incombe su grandi estensioni della superficie terrestre (in Italia circa. il 30% del territorio).
E’ questo infatti l’allarme che da tempo ha lanciato il Comitato nazionale per la lotta alla desertificazione (CNLD), che ha svolto negli ultimi anni un’assidua attività di monitoraggio dello stato dell’arte, pubblicando nel 2006 un Atlante nazionale delle aree a rischio desertificazione in Italia, in collaborazione con enti e autorità istituzionali coordinate dall’Istituto sperimentale per la difesa del suolo di Firenze in accordo con l’Istituto nazionale di economia agraria (INEA). Da tale importante documento sono emerse nuove problematiche in relazione soprattutto all’ampliamento della nozione di desertificazione che adesso viene distinta da quella di degradazione delle terre, della quale è una sottoparte costituita dalla sterilità funzionale. Con quest’ultimo concetto si intende un’area desertificata che potenzialmente potrebbe essere soggetta a un recupero agricolo, ma con costi talmente alti da impedirlo. Tale chiarimento risulta importante ai fini di una classificazione del rischio desertificazione in Italia, perché è sintomatico della differenza di categorizzazioni attuate dai tanti organismi nazionali e internazionali che di volta in volta si misurano con questo tipo di problematiche.
Secondo il documento del Comitato, la sterilità funzionale può essere definita da cinque fenomeni: l’erosione del suolo, la copertura per deposizione, la salinizzazione, l’urbanizzazione, la siccità. I risultati dell’indagine, peraltro molto minuziosa e complessa, hanno portato, tra i tanti altri, ai seguenti risultati: il 52% del suolo italiano è a rischio (bisogna però considerare che in questo caso si tratta ancora di un livello potenziale di desertificazione, da monitorare comunque costantemente).
Si tratta di una situazione, dunque, nella quale la siccità costituisce il prodromo, il primo passo verso destini più gravi e rischiosi.
Quello al quale assistiamo da anni, e che in questo assetato 2017 sembra arrivare ad una svolta, è uno dei soliti drammatici teatrini politici e amministrativi nazionali. Il casus di Roma importante per le dimensioni di un possibile razionamento di acqua per milioni di persone non deve tuttavia nascondere il centro del problema. Altrimenti alti lai, lamentazioni e giuste proteste popolari sarebbero fini a se stesse!
Il nodo è, resta e sarà per molto tempo ancora, lo stato delle infrastrutture legate all’acqua nel nostro paese. Favorito nei millenni e nei secoli, da un’abbondanza copiosa dell’elemento blu, che ne fecero in antico il giardino d’Europa, il nostro paese sconta un ritardo che è un misto di incoscienza, insipienza, mancanza di visione prospettica e, soprattutto, di natura economica. La scarsità, infatti, dopo anni di cascate senza ritegno in ogni dove, sta divenendo un fattore che assume valore economico. Ci si aspetterebbe una corsa agli investimenti nel cosiddetto business dell’oro blu, invece si assiste ad un miope e odioso rimpallo di accuse su responsabilità e competenze. A Roma, come in tutta la penisola.
L’elemento che più di ogni altro fa salire la temperatura sociale è lo stato fatiscente delle strutture idriche. Sia a livello nazionale che locale, le reti sono colabrodo che tristemente fa “da acqua da tutte le parti”. Una media che va da un “virtuoso” 23 per cento ad un inaccettabile 45/50, per arrivare allo sconcio di reti che perdono il 70 per cento di quello che viene immesso. E questo al netto di captazioni illegali che una loro corresponsabilità l’hanno da decenni di lassismo e controlli formali e non sostanziali.
Allora, potremmo dire, perché ci troviamo sempre a ricordarlo e non a constatare un’inversione di tendenza? Perché gli investimenti e gli interventi necessari hanno un costo via via più alto man mano che ci avviciniamo alle situazioni peggiori e un lato “oscuro” che è il lento ma inesorabile aumento del costo dell’elemento acqua da tutti e da troppo tempo considerato inestinguibile e quindi da fornire a tutti a bassissimo prezzo se non vicino alla gratuità!
Il nodo è ora in due elementi. L’acqua sostanzialmente non manca ancora in Italia, ha una distribuzione diseguale nel territorio ma non è scarsa. La scarsità riguarda la capacità di stoccarla e conservarla, senza perdite e usi scorretti. Solo il 10 per cento di quella piovana viene in qualche modo raccolta. Francamente un po’ poco e soprattutto un livello vergognoso per un paese che vuole mantenersi tra i più avanzati e industrializzati al mondo. Il secondo è la necessità di un vero piano nazionale che così come accade per idrocarburi e gas, possa contare su una rete efficiente, sana, vigilata e in grado di convogliare la risorsa dove si fa più scarsa. Illusione? Forse parlandone e soprattutto cominciando a ragionare sul come fare, qualcosa potrebbe muoversi, soprattutto dinanzi ai mutamenti climatici che influiscono pesantemente su disponibilità e utilizzo. Ma che non sono e non debbono essere un comodo alibi per continuare a perdere tempo e acqua preziosi!

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