Nazionalizzazione
di Roberto Mostarda

Il termine che abbiamo scelto non è infrequente e da decenni se ne parla, tuttavia in questi ultimi tempi sembra essere tornato oggetto di attenzione particolare anche nel cosiddetto sistema occidentale orientato al mercato e alla liberalizzazione delle forze produttive contro il dirigismo di varia estrazione. Nazionalizzazione, dunque, sembra essere divenuto un mantra, un tentativo di rispondere a quelli che vengono definiti eccessi del mercato che vanno contenuti. La parola indica, infatti, l’intervento con cui lo Stato, mediante un provvedimento legislativo, acquisisce la proprietà, piena o parziale, o almeno il controllo, di determinate industrie private, o l’esercizio di alcune attività di preminente interesse generale. Il termine è spesso usato come sinonimo di statalizzazione.
La finalità generale della nazionalizzazione, secondo il dizionario, è il controllo statale di specifici settori produttivi, rivolto primariamente al perseguimento di finalità sociali (quali il sostegno all’occupazione o lo sviluppo ad esempio di un’area territoriale economicamente arretrata) e non al perseguimento del profitto (fondamentale invece per le imprese private). Nei diversi paesi del mondo in cui si è cercato di attuarla il processo sull’apparato produttivo ha assunto forme differenti: in alcuni Stati, come nell’URSS o, attualmente il Venezuela, ha rappresentato la premessa della centralizzazione dell’economia (nella letteratura socialista il termine indica la fase preliminare della socializzazione), mentre nei paesi capitalisti, come l’Italia, ha interessato soltanto i settori economici strategici e di interesse pubblico e, talvolta, si è anche manifestata nella forma dell’economia mista, come nel caso delle partecipazioni statali. Pensiamo al caso più eclatante, quello dell’energia elettrica, avvenuta nel 1962 con la nascita dell’ENEL. Un’importante funzione di impulso dell’economia è stata svolta dalla nazionalizzazione dei settori produttivi di base nei paesi in via di sviluppo. Tuttavia, dagli anni 1980, i problemi di finanza statale, l’eccessiva burocratizzazione e i frequenti casi di inefficienza produttiva delle imprese in mano statale hanno determinato in molti paesi un progressivo ridimensionamento dei settori nazionalizzati.
La Costituzione italiana prevede espressamente (art. 43) che «a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese, che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano caratteri di preminente interesse generale».
Secondo il diritto internazionale, poi, lo Stato è libero di procedere con questa scelta nei confronti di attività economiche gestite da stranieri o da società straniere; l’unica limitazione è costituita dall’obbligo, riconosciuto anche dall’Assemblea generale dell’ONU nella Dichiarazione sulla sovranità permanente sulle risorse naturali, del 14 dicembre 1962, di corrispondere all’espropriato straniero un indennizzo.
Al di là del dizionario e delle definizioni scientifiche ed economiche, non vi è dubbio che la nazionalizzazione, il suo contesto e il suo contrario, siano nel cuore del confronto sociale e politico mondiale e assumano a seconda dei sistemi in atto caratteristiche e connotazioni alquanto diverse. Ad esempio in paesi a rischio di autocrazia come il Venezuela o la Turchia (esempi eclatanti e contemporanei ma ve sono molti altri) essa diviene strumento di lotta politica che usa la forza dello stato e delle sue istituzioni per piegare la volontà contraria di popolazioni in cerca di libertà e democrazia. Ancora se pensiamo alla Russia o alla Cina abbiamo per così dire l’evoluzione “capitalistica” di strumenti di governo dell’economia tipicamente socialisti dove la libera intrapresa e gli equilibri del mercato vengono utilizzati solamente in chiave internazionale e nei rapporti internazionali, ma non all’interno dove i sistemi restano pesantemente dirigisti.
Il contesto nel quale, però, riappare, meglio dire riaffiora, periodicamente il riferimento alla nazionalizzazione per misurarsi poi con le forme di mercato evolute ed internazionalizzate, è certamente l’occidente e il mondo che ad esso fa riferimento. In questo contesto, anche se auspicato, non vi è dubbio che venga indicato come un mezzo superato e un male necessario, non certo una premessa di sviluppo. Il caso di scuola sul quale riflettere è di queste settimane e riguarda il futuro dei cantieri francesi di Saint Nazaire sull’Atlantico. Il neo presidente Macron, alle prese con la crescita del malcontento a poche settimane dalla sua elezione plebiscitaria, dopo oltre un anno di trattative che vedeva in pole position l’italiana Fincantieri, ha deciso di porre uno stop al processo di acquisizione rivendicando in soldoni il valore nazionale dell’impianto e la sua funzione “sociale”. Difficile capirne la ragione considerando che i precedenti proprietari sudcoreani avevano oltre il sessantasei per cento dei cantieri e li hanno ceduti per difficoltà gestionali e valore produttivo. Alzare l’asticella della quota “nazionale” francese nei confronti di Roma pretendendo il 50 per cento ciascuno e poi il diritto di veto e facendo sostanzialmente bloccare se non inficiare la soluzione ormai alla vista, è apparso frutto di confusione politica e di interessi che con i cantieri non hanno molto a che fare. Molto di più ne hanno infatti per il presidente francese – presentatosi come europeista - per tacitare la destra della Le Pen (da quelle parti sempre pronti a nazionalizzare qualsiasi cosa per difesa de la France) e la sinistra massimalista di Melenchon che soffia sul fuoco del disagio sociale di buona parte della classe lavoratrice d’oltralpe, impoverita e confusa, dinanzi alle scelte di questi anni di crisi mondiale. Una miscela che ha indotto Macron a prendere la strada della nazionalizzazione “temporanea” alla ricerca di una nuova soluzione. Solo che ne esiste soltanto una: il mercato. Quando le barricate si abbasseranno si cercherà infatti forse qualche altro partner per finire come oggi con l’Italia in un vicolo cieco. Ogni ipotesi di nazionalizzazione pura infatti si scontra con le indicazioni dell’Europa che spingono verso una omogeneizzazione continentale e alla creazione di soggetti industriali transazionali capaci di competere a livello globale.
Insomma, nazionalizzare non è una soluzione, ma sempre un passaggio a volte opportuno altre volte strumentale, per salvaguardare l’immagine paese ma quasi sempre non l’oggetto della nazionalizzazione. Oltretutto nazionalizzare costituisce spesso non un vantaggio e un passo avanti nella crescita o nello sviluppo del settore interessato, ma piuttosto un atto di debolezza e di difesa antistorica ed antieconomica che può servire a livello politico interno ma non all’interesse strategico. Il dirigismo e l’economia infatti non vanno molto d’accordo e possono convivere soltanto in un equilibrio instabile.
Questo naturalmente nei nostri paesi, tutto sommato, democratici e liberi. Per i paesi governati in modo autocratico se non dittatoriale, è certamente un’altra cosa. Lì la nazionalizzazione è sempre sinonimo di normalizzazione e rifiuto del confronto economico e finanziario, internazionale!

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