Copertura mondiale della vaccinazione contro il morbillo. Di BlankMap-World8.svg: AMK1211derivative work: Master Uegly (talk) - WHO: Reported estimates of immunization coverage time series (1980-2010): Measles-containing vaccineBlankMap-World8.svg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17066839

La parola della settimana

Vaccino
di Roberto Mostarda

Un fantasma minaccioso si aggira in questi mesi per il nostro paese. Incute timore e senso di pericolo in alcuni, sentimenti di tranquillità e sicurezza in altri. In senso mediatico, i primi sembrano prevalere sui secondi in un’autoesaltazione costante e continua, condita con sospetti, accuse sotterranee ma chiare nei confronti delle big pharma accusate di ogni nefandezza e soprattutto di produrre i composti che combattono le malattie per le quali è necessaria la profilassi, in un circuito negativo a loro solo vantaggio.
Come sempre, a parte il battage mediatico e la sensazione quasi “evangelica” con la quale alcuni sembrano voler diffondere il “verbo” del NO, la questione è altra e la verità si trova come quasi sempre a metà strada. E non è appannaggio dei vari guru che si presentano sul web!
Cos’è, intanto un vaccino?
Il dizionario lo definisce una preparazione rivolta a indurre la produzione di anticorpi protettivi da parte dell’organismo, conferendo una resistenza specifica nei confronti di una determinata malattia infettiva, virale, batterica, protozoaria.
In origine, il termine designava il vaiolo dei bovini (o vaiolo vaccino) e il pus ricavato dalle pustole del vaiolo bovino (pus vaccinico), impiegato per praticare l’immunizzazione attiva contro il vaiolo umano.
I vaccini si dicono mono, bi, tri e polivalenti secondo che siano rivolti a prevenire una specifica malattia infettiva (o, talora, parassitaria), oppure due, tre o più affezioni, inducendo una condizione di immunità attiva.
Il principio alla base dell’azione della vaccinazione risiede in meccanismi fisiologici che sfruttano principalmente il concetto di memoria immunologica. Si distinguono vaccinazioni preventive o profilattiche, volte a prevenire le malattie infettive e parassitarie; vaccinazioni terapeutiche o curative, impiegate in talune patologie, specialmente nel passato, allo scopo di attivare la risposta anticorpale; vaccinazioni desensibilizzanti, impiegate per controllare patologie dovute a fenomeni di ipersensibilità.
La scoperta della proprietà immunizzante della vaccinazione risale a E. Jenner, il quale dimostrò come una lieve infezione prodotta dal virus del vaiolo vaccino fosse in grado di proteggere da quella, molto più grave, prodotta dal virus del vaiolo umano.
Successivamente, nel 1880, L. Pasteur dimostrò con colture avirulente dei microrganismi responsabili del colera dei polli che lo stesso principio era valido per instaurare la resistenza contro le infezioni batteriche e chiamò vaccino la coltura batterica attenuata. Questa scoperta permise allo stesso Pasteur e collaboratori di preparare vaccini contro altre malattie infettive (carbonchio, rabbia, e via dicendo).
Grazie all’introduzione delle vaccinazioni e alla produzione di preparazioni specifiche, numerose malattie batteriche, ma soprattutto virali, possono essere controllate. Dopo il successo della vaccinazione mondiale contro il vaiolo, che ha portato all’eradicazione di questa malattia (l’ultimo caso è stato descritto nel 1977), l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1988 ha selezionato la poliomielite come la successiva malattia da eradicare a livello globale.
L’incidenza della malattia all’inizio del XXI secolo va in effetti progressivamente diminuendo e aree sempre più vaste ne sono state dichiarate esenti (nel 1994 il continente americano, nel 2000 le regioni del Pacifico occidentale, nel 2002 il continente europeo). In molti paesi campagne analoghe sono state lanciate contro difterite, tetano, morbillo. Per quanto riguarda la politica vaccinale, esistono notevoli differenze fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. In questi ultimi, date le difficoltà che si incontrano da un punto di vista organizzativo e ambientale, si cerca, se non l’eradicazione completa di talune malattie, quanto meno il loro controllo.
Lo studio delle modalità di interazione fra antigeni e cellule immunocompetenti ha portato a considerare il numero delle dosi e l’intervallo di tempo che deve intercorrere fra esse come parametri importanti per potenziare l’intensità della risposta immunitaria. Nella pratica, per i vaccini vivi attenuati si impiega una sola somministrazione con l’eccezione della vaccinazione con poliovirus che viene effettuata con 3 dosi. Per quelli inattivati si praticano, di solito, 2 somministrazioni a distanza di 6-8 settimane, e una eventuale terza dose dopo 6-12 mesi; le tre dosi costituiscono il ciclo base cui possono seguire somministrazioni ulteriori (richiami). Per limitare il numero delle vaccinazioni richieste, la ricerca punta sullo sviluppo di sistemi vaccinali combinati.
L’efficacia della vaccinazione dipende non solo dalla immunogenicità del vaccino ma anche dalla risposta del soggetto che è massima fino all’età prepuberale. Quindi le vaccinazioni dovrebbero essere attuate prima di questa età, in soggetti in buone condizioni di salute e non in trattamento con farmaci che interferiscano con la risposta immunitaria.
Tali somministrazioni possono presentare effetti indesiderati, distinguibili in incidenti (episodi gravi, a carattere epidemico, quasi sempre imputabili al vaccino per errori di preparazione, conservazione, somministrazione ecc.), effetti collaterali e secondari (dovuti a proprietà intrinseche degli stessi vaccini), intolleranze (manifestazioni dovute a incapacità del soggetto a tollerare l’infezione locale provocata dalla somministrazione) e complicazioni (manifestazioni cliniche che non dipendono eziologicamente dalla vaccinazione, ma da questa messe in evidenza o aggravate poiché preesistenti, contemporanee o successive).
Accanto a quelli classici, sono stati più recentemente preparati, grazie ai progressi nel campo della biologia molecolare (DNA ricombinante ecc.), anche vaccini sintetici, costituiti da catene peptidiche con specifica attività antigenica ottenute in laboratorio e inserite nella catena polipeptidica di una proteina di trasporto (che imprime al prodotto un potere immunogeno); la progettazione di questi composti mira a evitare gli inconvenienti che si lamentano con i vaccini naturali, ad ampliare il ventaglio dei trattamenti profilattici e a ridurre i costi di produzione.
La ricerca si muove lungo due direttrici principali.
La prima riguarda la messa a punto di vaccini attivi su patogeni nuovi o su patogeni per i quali in passato non era stato possibile allestire un sistema sufficientemente efficace e innocuo. La seconda è volta al miglioramento della formulazione e del modo di somministrazione di quelli già esistenti.
Verso la fine degli anni 1970 l’avvento della biologia molecolare dei batteri e dei virus e i progressi delle tecniche d’ingegneria genetica hanno fatto sperare in rapidi passi avanti nel campo delle vaccinazioni.
Negli ultimi anni, negli ultimi mesi, si assiste ad una serie di ondate contro i vaccini basate su considerazioni frutto di episodi realmente accaduti e che dimostrerebbero il rischio connesso con l’utilizzo di questi sistemi.
Legittime le preoccupazioni sopratutto nei casi dove anche soltanto in ipotesi, il vaccino possa essere considerato una concausa di gravi conseguenze sulla salute di alcune persone, meno comprensibile l’estremismo che appare sul web dove sulla base di eventi sovente non dimostrabili o verificabili, ma riferiti da sedicenti esperti o guru, si arriva a immaginare complotti dei grandi produttori di farmaci (non certo immuni da qualche profilo non propriamente etico e da critiche) volti a mantenere in essere malattie non più pericolose con il semplice scopo di produrre i vaccini.
Esperti, virologi, infettivologi non hanno mai escluso la possibilità di fenomeni avversi in caso di vaccinazioni in alcuni soggetti, ma sottolineano anche come si tratti di numeri molto contenuti mentre la copertura e la protezione dei vaccini hanno in molti casi permesso di contenere sino all’eradicazione molte malattie.
Non una spiegazione accettabile per chi subisce i danni, ovviamente, ma la storia dei vaccini dimostra come molto del nostro benessere sia dovuto all’applicazione generalizzata di questi rimedi. Più logico cercare di arrivare a produrre forme di vaccino che possano essere di per sé prive di rischi perché realizzate tenendo conto delle fenomenologie avverse.
Grave invece indurre la paura, il contagio del terrore psicologico generalizzando in negativo ogni forma vaccinale.
Le malattie esistono ed esisteranno sempre, le forme in cui si manifestano mutano e muteranno sempre, dunque la rincorsa della medicina e delle cure non si interromperà mai. Intelligente e responsabile è affrontare la materia e il confronto pro o contro senza manicheismi, in modo graduale e coerente.
Vaccinarsi o non vaccinarsi non può essere appannaggio di scelte personali, quanto piuttosto scelta di natura sociale che deve tenere conto del contesto nel quale il non vaccinarsi si pone e quelle che possono essere le conseguenze.
Dinanzi alle difficoltà che vengono poste dall’aumento delle migrazioni e il rischio altissimo che forme morbose da noi ormai sconfitte possano riaffacciarsi in altre modalità, è semplicemente irresponsabile, per non dire, folle e irrazionale, propagandare tesi transeunti e occasionali. Oltretutto cercando di individuare i responsabili a casaccio.
Il risvolto potrebbe essere quello di pandemie alle quali non avremmo da contrapporre rimedi adeguati.
Prudenza, responsabilità, ricerca ed etica della ricerca che tenga conto in modo non statistico ma verificabile dei rischi, appaiono come gli strumenti più utili ed in linea con il bene da salvaguardare: la salute personale e sociale.
Qualcosa di non negoziabile!

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