Integrazione
di Roberto Mostarda

Il termine di questa settimana, come molti altri vocaboli della lingua italiana, può essere definito in un certo senso omnibus, ossia valido in molti ambiti e con diversi accenti e significati. La parola è di derivazione latina. In senso generico, indica il fatto di integrare, di rendere intero, pieno, perfetto ciò che è incompleto o insufficiente a un determinato scopo, aggiungendo quanto è necessario o supplendo al difetto con mezzi opportuni. In filologia, delinea un inserimento induttivo (per congettura, per collazione con altri codici, ecc.) di una frase, di una parola, di una o più lettere cadute per errore dell’amanuense o per guasto meccanico del manoscritto.
Può avere anche accezioni specifiche. Pensiamo alla cassa integrazione nel linguaggio sindacale, lo speciale fondo che corrisponde una somma pari all’80% della retribuzione globale, agli operai dipendenti da imprese industriali, o ai lavoratori dell’edilizia e affini, che effettuino prestazioni di lavoro a orario ridotto, per contrazione o sospensione dell’attività produttiva dovuta a fatti aziendali o a crisi economiche settoriali o locali. Nel diritto si parla d’integrazione del contratto, espressione con la quale si vuol significare che le parti di un contratto sono soggette non soltanto agli obblighi da esse esplicitamente stabiliti, ma altresì, anche in mancanza di clausole espresse, a tutte le conseguenze che la legge e, in via subordinata, gli usi e l’equità ricollegano al contratto. C’è poi l’integrazione del contraddittorio, in sostanza la chiamata in giudizio, in esecuzione di un ordine del giudice civile, delle parti non citate (che debbono necessariamente essere citate entro un termine perentorio stabilito dal giudice stesso), quando il processo è promosso soltanto da alcune parti o contro alcune di esse e la decisione non può essere pronunciata che in confronto di più parti. 
Esiste poi, con un valore reciproco, l’integrarsi a vicenda, l’unione, la fusione di più elementi o soggetti che si completano l’un l’altro, spesso attraverso il coordinamento dei loro mezzi, delle loro risorse, delle loro capacità. O ancora si indica il processo attraverso il quale gli stati, attuando fra loro una cooperazione regolata da organi aventi poteri supernazionali, tendono all’unificazione delle proprie risorse. Analogamente, in economia, coordinamento, fusione, concentrazione di imprese, che si può operare sia tra imprese che svolgono la stessa fase di lavorazione, al fine di ridurre i costi o di dominare il mercato , sia tra imprese che svolgono fasi successive della lavorazione di uno stesso prodotto, per dare vita a un solo complesso economico e realizzare così una più efficiente e conveniente organizzazione del ciclo produttivo. Ancora nella fisiologia del sistema nervoso, la coordinazione e la confluenza di più attività elementari in un’attività complessa . In psicologia, processo mediante il quale i tratti della personalità si compongono armonicamente fra loro e consentono l’adattamento all’ambiente.
Quel che appare sempre più come parola, come concetto e come problema è però certamente l’inserzione, per così dire, l’incorporazione, l’assimilazione di un individuo, di una categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società costituita (in contrapposizione a segregazione).
Ed è proprio questa l’accezione di maggior peso nella dialettica e nel racconto della nostra quotidianità sociale. Una volta, ma ancora oggi, riguarda anche le comunità del nostro paese, più direttamente per ragioni contingenti che tuttavia rilevano il grande iato tra proposizione e realtà , appare oggi quasi sempre riferita alla questione immigrazione e alla questione dell’integrazione sempre più cogente di individui e gruppi diversi per ragioni etniche, sociali, religiose e via dicendo.
Un fenomeno assolutamente complesso e di non facile soluzione, in un terreno estremo e carico di possibili conseguenze. Un fenomeno con forti criticità per le molte implicazioni e dove spesso gli elementi di incomprensione e di discontinuità non aiutano e non permettono di superare l’innata necessità di accettare l’altro per poterlo comprendere ed integrare, appunto!
Di integrazione si parla molto, forse troppo, su di essa si discute e si teorizza mentre nella pratica, nella quotidianità si fa molto meno, E questo per preconcetti, convinzioni radicate e mutuate, sovente non consapevoli, ma dai quali non ci si vuole allontanare e liberare per mettere alla prova se stessi e gli altri.
Un cammino che viene complicato ulteriormente dall’evoluzione sociale e politica dei paesi che foraggiano o non impediscono i flussi migratori, nei quali spesso si radicano forme di ostilità e contrasto verso i paesi di destinazione. Spinte che inevitabilmente vengono percepite e qualche volta vengono fatte proprie da gruppi di migranti creando le premesse di ulteriori difficoltà sul fronte dell’integrazione.
A questo si aggiunge la diffidenza nei paesi di arrivo dove soprattutto a livello economico i migranti vengono percepiti come possibili contendenti sul fronte del lavoro, in un epoca di crisi non soltanto economica, ma in gran parte sociale per la drastica trasformazione dei sistemi di produzione nei paesi avanzati e le conseguenti difficoltà occupazionali.
Un mix, in sostanza, di estrema criticità, al quale si uniscono anche le oggettive difficoltà culturali, etniche, religiose. Una miscela rischiosa alla quale la politica in primis dovrebbe dare risposte improntate alla razionale consapevolezza di un dato incontrovertibile con il quale occorre convivere, al quale non ci si può opporre, ma che si deve invece governare e condurre in direzione positiva. Muri, steccati, distinguo, facili generalizzazioni sono la risposta sbagliata, tanto quanto i tentativi eccessivi in senso contrario. Le diversità vanno rispettate e comprese, non accettate passivamente, l’integrazione è possibile solamente se ci si conosce e ci si accetta vicendevolmente, altrimenti non funziona e non funzionerà!

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