La parola della settimana

Ingovernabilità
di Roberto Mostarda

Un fantasma si aggira nel quadro politico nazionale.
È lo stesso che tanto tempo fa, nella prima repubblica, turbava i sonni degli italiani ed era alla base del gigantesco sistema di pesi e contrappesi che segnò la vita del Paese sino alla fine dei blocchi della guerra fredda. Da allora tutto è stato pensato, deciso, immaginato, statuito, legiferato per impedire il suo ritorno. Senza successo.
Il fantasma sta tornando a tutta forza nell’agone politico; parliamo dell’ingovernabilità: ossia dell’essere ingovernabile; vale a dire di qualcosa che non si può gestire, amministrare, condurre, regolare in ogni ambito sociale ma soprattutto nella politica dove trova il suo significato più completo.
L’ingovernabilità, peraltro è strettamente correlata, anzi connessa intimamente alla parcellizzazione, alla scomposizione del quadro politico, all’assenza di riferimenti certi e di forze in grado di esprimere una maggioranza non soltanto numerica ma e soprattutto di idee, programmi e via dicendo.
Trattandosi di uno status che si qualifica per la negazione del suo valore positivo, vale la pena di partire da esso; ossia dal concetto di governo.
La sua etimologia deriva dal latino dove il sostantivo maschile gŭbĕrnum, indica specificamente il «timone della nave». Da qui per estensione il significato di qualcosa che permette di mantenere la rotta, che consente di padroneggiare le situazioni, di dare un indirizzo alle cose.
Il termine indica anche l’atto e l’ufficio di governare in tutti i significati. Dalla guida di una nave e l’azione del manovrarla, alla direzione, alla guida politica o morale di un partito, di un movimento, di un paese.
Considerato sotto l’aspetto concreto il governo si delinea come un organo complesso posto al vertice dell’intero apparato amministrativo dello Stato e composto da una figura apicale, di riferimento e di coordinamento che può assumere il ruolo di primo ministro, o premier, o Presidente del Consiglio come nella Costituzione italiana.
Nella concezione teorica dello Stato liberale di diritto, al Governo era assegnato un compito limitato e meramente esecutivo; cioè quello di realizzare concretamente i fini dello Stato determinati in astratto dalla legislazione. Con l’avvento dello Stato democratico, fondato sul suffragio universale e la correlativa espansione dei compiti dell’amministrazione, si pensi a quel che ha significato l’avvento dello Stato sociale, questa visione è entrata in crisi!
Il Governo non è più un mero comitato esecutivo del Parlamento ma ha assunto un’importanza quasi equiparabile ad esso. Tipiche manifestazioni di questo cambio di paradigma sono state, ad esempio, il progressivo aumento, dal primo dopoguerra, degli atti normativi governativi in Italia ed in Francia o la trasformazione della forma di governo inglese (da parlamentare a c.d. governo del Premier) o, ancora, il forte aumento dei poteri del Presidente degli U.S.A. a seguito del c.d. New Deal.
Nel nostro ordinamento la Costituzione repubblicana ha recepito solo in parte queste trasformazioni, dedicando al Governo poche disposizioni, generiche e laconiche: così, l’individuazione del numero dei Ministri e le loro attribuzioni, le attribuzioni del Consiglio dei ministri e il ruolo del Presidente del Consiglio dei ministri sono interamente rimessi alla legge. Peraltro una legge che facesse riferimento a questa necessità di spiegazione è intervenuta soltanto di recente prima con la l. n. 400/1988 – che, però, non prevede nulla in ordine al numero dei Ministri, alle loro attribuzioni e all’organizzazione dei singoli Ministeri – e, poi, con il d.lgs. n. 300/1999 (riguardante l’organizzazione ed il numero dei Ministeri) e il d.lgs. n. 303/1999 (riguardante la Presidenza del Consiglio).
Ugualmente priva di regolamentazione a livello costituzionale è la materia della formazione del Governo che entra in carica a seguito di una procedura complessa; disciplinata da convenzioni e-o da vere e proprie consuetudini costituzionali, alcune delle quali risalenti all’età statutaria.
Una digressione utile per comprendere come sia difficile definire concretamente il governo; cioè l’atto del governare.
Per ciò, stesso l’essenza della sua negazione, l’ingovernabilità, si qualifica come l’esatto contrario, l’assenza, l’impossibilità, la difficoltà di realizzare quell’insieme di atti e di decisioni che dovrebbero consentire la conduzione di un paese e delle sua articolazioni, in un concerto, atto a contemperare e dare indirizzo.
Dicevamo dunque del fantasma che torna ad aggirarsi per il Paese. La difficoltà ormai evidente di arrivare ad una legge elettorale che permetta ai cittadini di esprimere una volontà precisa, il rischio, tutt’altro che peregrino, che la volontà popolare non sia in grado di dare un quadro preciso di riferimento stanno crescendo ogni giorno di più.
Nessun sistema sembra in grado di rispondere all’esigenza di governabilità, pertanto è continuo il battibecco e le accuse reciproche di pensare ad un sistema che favorisca ora l’uno ora l’altro dei possibili contendenti contribuiscono a impedire ogni scelta condivisa.
Il nodo è però per così dire ontologico!
La politica, al punto in cui è arrivata, con la scomposizione del quadro e della volontà popolare, non riesce a rappresentare le esigenze legittime e necessariamente unitarie alle quali il popolo deve fare riferimento per l’esercizio dei suoi diritti! Sembra incapace di superare steccati, antitesi, incompatibilità ideologiche o pratiche, in nome del superiore interesse della democrazia e del concreto manifestarsi dei suoi atti principali e fondativi; come sono appunto i passaggi che consentono ai cittadini di esprimere la propria intenzione nei confronti di chi dovrebbe, appunto, governarli.
Si assiste infatti alla situazione a suo modo comica ma al tempo stesso drammatica di politici che si autocandidano, che si autodefiniscono, che indicano strade e programmi; che in buona sostanza fanno i piazzisti di se stessi senza ancoraggi ad idee chiare e a indicazioni programmatiche.
I cittadini dovrebbero dunque tra questi trovare le risposte che allo stato attuale si riducono a scelte casuali, impossibili da meditare, nei confronti di persone che non conoscono e delle quali spesso non sanno nulla, ma che sono lì, indicate dai leader e dai partiti!
Ecco, dunque, che l’ingovernabilità appare senza difficoltà come risultato di queste premesse e allo stesso tempo sconta l’incapacità o la non volontà di sintesi che dovrebbe costituire il senso stesso del fare politica.
Una virtù ormai scomparsa, anch’essa fantasma di un tempo che fu!

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