(S)valutazione
di Roberto Mostarda

Non sfondiamo alcuna porta aperta e non riveliamo nessun segreto sottolineando che la vita degli italiani negli ultimi venti-trent’anni è stata segnata da un binomio infernale: valutazione/svalutazione, con netta prevalenza del secondo. Come non rammentare infatti le interminabili spiegazioni economiche o pseudo tali con le quali negli anni ottanta ruggenti con compiacimento, dagli anni novanta in poi con malcelata preoccupazione, ci veniva spiegato l’effetto salvifico della svalutazione della moneta (la vecchia cara lira) allora vigente a ancorata soltanto al serpente monetario europeo. Negli ultimi undici anni, dall’entrata dell’euro, il termine svalutazione sembra scomparso dalle analisi e dalle nostre tasche, non essendo più possibile – svalutando la liretta – realizzare surplus di valuta e ricchezza a sostegno dell’ipertrofico debito pubblico e delle nostre manchevolezze in quanto comunità nazionale. Il re è nudo, da allora, con buona pace di quanti vorrebbero uscire dall’euro (valutazione che teoricamente va fatta ma con saldi ancoraggi di valori e principi di macroeconomia) , e non essendo possibile svalutare/rivalutare a piacimento non possiamo più scorazzare nelle praterie della speculazione ed anzi ne siamo spesso vittime.
La stagione che viviamo non ha bisogno di essere spiegata, la viviamo sulla nostra pelle, ma non va dimenticato che quel che viviamo è dovuto a quel che abbiamo vissuto, agli eccessi di “svalutazionismo”, alle privatizzazioni virtuali, ai tanti statalismi anche regionali e alla mancanza tout court di una visione reale del presente e prospettica per il futuro.
Vediamo allora, nella sua elementare semplicità che cosa significa nel dizionario il binomio indicato.
Per valutazione si intende la determinazione del valore di un bene ragguagliato in moneta: per esempio di un terreno, di uno stabile; valutazione in base ai prezzi correnti; o ancora le controversie di valutazione come accade tra fisco e contribuente, il che è sinonimo concettuale di controversie di estimazione.
Può anche significare un calcolo approssimativo. Per esempio dell’entità di un danno, delle perdite subìte, e così via.
Esiste poi un valore diverso del termine con il quale, fuori dall’economia, si intende la determinazione del valore di cose e fatti di cui si debba tenere conto ai fini di un giudizio o di una decisione, di una classifica o graduatoria.
Se ci volgiamo poi al significato contrario, di svalutazióne, ci riferiamo all’azione di svalutare, il fatto di venire svalutato. Infine, in senso figurato: una critica intesa non alla svalutazione di un’opera (o di un artista, ecc.), ma piuttosto a un suo equo ridimensionamento.
In conclusione, l’alternarsi di questi due estremi, ancorché “utile” periodicamente a fini non sempre lineari, costituisce sempre una oggettiva manipolazione di beni e valori che impattano sulla vita quotidiana. Basti pensare alla valutazione(s) degli stipendi, delle pensioni, delle rendite immobiliari, dei valori mobiliari dei patrimoni, ma in sostanza al significato pratico delle monete che portiamo in tasca, giorno per giorno, per attendere alle nostre necessità soddisfare un bisogno, un desiderio, un’aspirazione!
Troppo spesso il binomio obliquo di cui sopra ha significato momentanee fortune, persistenti sfortune, difficoltà e imbrogli crescenti a spese di tutti! Sarebbe ora, non pauperisticamente, ma realisticamente, dare il giusto metro alle cose e pur nelle mutevoli condizioni dare ad esso la misura equa e media da tutti percepibile! Sappiamo per esperienza che è una bella e nobile idea, ma che i nemici di questa chiarezza sono molti e agguerriti (un solo esempio, le supervalutazioni dei compensi dei manager, ormai iperuraniche e superiori persino alle remunerazioni dei proprietari delle aziende. Un assurdo mefitico!

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