La parola della settimana

Ricorso
di Roberto Mostarda

Affermare che l’Italia è il paese dei ricorsi è per così dire “tautologico”, come dire che è il paese delle deroghe. Non esiste provvedimento che non abbia eccezioni o calendari differenziati. Così nessun atto che venga compiuto nel nostro paese, pubblico o privato, passa indenne da qualche ricorso presentato da qualcuno che si ritenga danneggiato o che pensi di avere diritto a contrastarlo. È insieme alla corruzione e alla lentezza della burocrazia, una delle tare più gravi del nostro sistema, con buona pace ovviamente di chi ha pieno diritto e piena ragione per fare uso di questo strumento!

Parliamo dunque del ricórso,dal latino recursus. Il termine indica l’azione di ricorrere a un’autorità o a un magistrato per ottenere la tutela di un proprio diritto o interesse, o la revisione di giudizi e di decisioni. Un ricorso si  fa, si presenta, si accetta, si accoglie, si rigetta e via dicendo. Con significato più specifico, in diritto, si indica come tale un’istanza rivolta, da chi si ritiene leso da un atto amministrativo, alla stessa amministrazione o a un’autorità giurisdizionale per ottenere l’annullamento dell’atto; tra le possibili forme esiste quello straordinario al Presidente della Repubblica, che ha natura amministrativa ma ammessa solo per motivi di legittimità contro atti definitivi; in diritto processuale civile, è l’atto di parte frequente nei processi esecutivi e nei procedimenti d’ingiunzione o in materia di famiglia; in diritto processuale penale è mezzo ordinario di impugnazione, con effetto sospensivo, con cui si chiede alla Corte di cassazione l’annullamento, totale o parziale, di una sentenza non appellabile o pronunciata dal giudice di appello, in quanto viziata da errori di diritto. Si può ricorrere in Cassazione con un atto straordinario che è mezzo di impugnazione analogo, ma privo di effetto sospensivo, di sentenze irrevocabili di condanna emesse da un giudice speciale.

Esiste anche un valore, quello che delinea il fatto di rivolgersi a qualcuno o di servirsi di qualcosa, per risolvere situazioni difficili. In passato ha indicato anche il ricovero, il rifugio per la possibilità di trovare protezione, riparo. 

C’è poi un significato tecnico che riguarda le correnti marine e in questo ambito quella che procede in senso inverso al precedente, ossia un riflusso della marea. Ma con questa parola si intende anche il ripetersi, il ritorno periodico di avvenimenti, o più esattamente di forme, istituti, processi della civiltà, soprattutto nell’espressione di Giambattista Vicoi su corsi e ricorsi della storia. C’è pure una declinazione artistica del termine e con esso si indica il ricorrere, il ripetersi di un fregio o di altro elemento architettonico, come anche la ripetizione di un motivo decorativo (festoni o contorni) nella decorazione di pagine a stampa. Così anche nell’edilizia sono detti talora ricorsi gli strati orizzontali di cui sono formate le murature di mattoni o di blocchetti; per analogia, anche gli strati orizzontali di mattoni che si intercalano nelle murature di pietrame per legarle e ripartire più uniformente le sollecitazioni. In archeologia, le tecniche dette opus incertum opus reticulatum, filari ricorrenti a determinati intervalli che hanno uno scopo funzionale più che decorativo, per legare meglio la muratura e creare un piano regolare di posa.

Come si vede anche nel suo significato plurimo il ricorso conferma la sua natura ripetitiva per definizione. 

Quel che è certo, come dicevamo, è che l’abitudine inveterata, a dir poco parossistica, che caratterizza il nostro sistema trova alimento nella complessità eccessiva delle nostre procedure, nelle eccezioni legislative, normative, regolamentari. La nostra vita quotidiana è segnata, rallentata, resa difficile da una rete invisibile di elementi per contrastare la quale è da sempre invalso l’uso di “ricorrere” al foro competente o presunto tale o comunque ad autorità o riferimento in grado di intervenire, modificare, semplificare, superare l’intoppo! Si ricorre pressoché su tutto, ed è simpatico ricordare l’antico adagio per il quale nella nostra burocrazia esisterebbe un vero e proprio “ufficio complicazione affari semplici” che giustificherebbe il “ricorso” parossistico al ricorso, appunto! Invenzione, certo, ma molto verosimile se solo si prova a cimentarsi con un qualsiasi problema od ufficio.

Quel che spaventa è che non è solo il cittadino semplice a fare uso di questo strumento, ma esso viene sempre più impiegato dalle stesse amministrazioni pubbliche nei confronti di altre amministrazioni o di privati in un circuito, che sovente diventa un corto circuito capace di frustrare ogni tentativo di vera soluzione.

Tra i casi da manuale che la cronaca di pone in evidenza vi è certamente quello dell’Ilva di Taranto con il diluvio di ricorsi di ogni attore privato, pubblico e persino della regione Puglia. Una vera e propria folle corsa senza costrutto che malgrado le “certezze apodittiche” di molti ricorrenti rischia di distruggere uno dei pochi poli rimasti dell’acciaio del nostro Paese. Tutti naturalmente ricorrono per risolvere i problemi creati dall’impianto e dal suo inquinamento, ma di ricorso in ricorso l’impianto che è l’ossatura dell’occupazione della città portuale rischia di chiudere definitivamente. 

Il ricorso come strumento di soluzione dei problemi, dunque, è una teoria che rischia di trasformarsi nella negazione di essa. Di ricorso si può vivere, ma sicuramente si può anche “defungere”.   

 

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