La parola della settimana

Vincolo
di Roberto Mostarda

La prima impressione diretta dinanzi alla parola scelta è quella che richiama un legame, qualcosa che unisce in modo stretto a qualcuno o a qualcosa. I vincoli possono essere della natura più disparata: morali, materiali, etici, economici, religiosi, sportivi e chi più ne ha più ne metta! Possiamo dire anche che ogni consesso o società umana si fondi in sostanza su un vincolo ancorché inespresso, quello per il quale si fa parte di una comunità, ci si conforma o meno alle sue indicazioni, si seguono regole di comportamento o se ne contesta la vigenza. In ogni caso il vincolo è il punto sul quale ruota la dinamica sociale, la contrapposizione, il confronto nel migliore dei casi. Esistono come per tutte le cose umane, anche forme deteriori e negative come i vincoli imposti da associazioni, sette, gruppi segreti e via dicendo. Normalmente il vincolo si accetta consapevolmente, ci si adegua cioè al consesso del quale si vuole e si entra a far parte. Non esiste o non dovrebbe esistere un vincolo obbligatorio che farebbe perdere all’adesione il suo stesso valore. Ma la storia è piena di casi contrari ed  emblematici, laddove il vincolo diviene esso stesso una sorta di totem al quale si sacrifica ogni libertà di azione, fino alle estreme conseguenze. 

Di vincoli si parla in molti ambiti. Ad esempio in economia, dove si discute sempre di vincoli di bilancio. Qui si verte sul limite alle scelte che viene dalla disponibilità di risorse. Nel linguaggio bancario, si parla di deposito vincolato, deposito o conto bancario il cui rimborso è soggetto ad un termine temporale. Ma esiste anche in fisica dove indica ogni dispositivo che limita la variabilità delle posizioni e delle velocità dei punti di un sistema materiale. 

Molto rumore, in questi giorni di inizio d’anno, sta facendo l’ennesima regola-non-regola con la quale il Movimento Cinquestelle intende regolamentare la condotta dei propri parlamentari e per estensione dei propri eletti. Parliamo del vincolo di mandato, ossia della regola per un esponente del movimento di attenersi rigorosamente alle indicazioni (meglio dire ordini) di chi comanda. Una scelta discutibile e che riporta indietro l’orologio della democrazia potremmo dire sino all’Ancien regime che diede origine alla Rivoluzione Francese. Una indicazione singolare provenendo dai novelli “cittadini”, termine con il quale il guru volle definire i suoi sostenitori. 

Una scelta che - al di là di valutazioni politiche contingenti e transeunti - ha un limite (guarda un po’, proprio un vincolo) nell’art. 67 della Costituzione italiana che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Questo articolo fu scritto e concepito per garantire la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento, e per garantire questo fondamento di democrazia i costituenti ritennero opportuno che ogni singolo esponente delle Camere non fosse vincolato da alcun mandato né verso il partito cui apparteneva quando si era candidato, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori che, votandolo, gli avevano permesso di essere eletto, il cosiddetto divieto di mandato imperativo. L’unico vincolo che lo lega agli elettori  - questo il senso  - assume, invece, la natura di responsabilità politica e di coerenza.

Questa prescrizione costituzionale non è un'esclusiva della Costituzione italiana, ma è comune alla quasi totalità delle democrazie fondate sulla rappresentanza e deriva dal principio del libero mandato pensato da Edmund Burke già prima della Rivoluzione Francese, nel suo Discorso agli elettori di Bristol, tenuto il 3 novembre 1774, dopo la sua vittoria elettorale in quella contea. In quel discorso, Burke propugnò la difesa dei principi della democrazia rappresentativa contro l'idea, da lui considerata distorta, secondo cui gli eletti dovessero agire esclusivamente a difesa degli interessi dei propri elettori. «Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell'intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale», le sue parole, poi riprese nella sostanza nella Costituzione francese del 1791 e alla base di tutte le carte fondamentali dei paesi a forma democratica rappresentativa (era previsto anche nello Statuto Albertino). 

Il mandato imperativo era invece parte integrante delle costituzioni degli  stati socialisti che assoggettano a vincolo il mandato rappresentativo dei membri delle assemblee ai diversi livelli territoriali, fino al parlamento nazionale, rendendone possibile la revoca da parte del partito di appartenenza, vero dominus dell'iniziativa politica in tali sistemi - ed è all'origine delle critiche che il sistema europeo dei diritti umani ha rivolto agli stati ex sovietici nel corso della loro transizione alla democrazia[.

Il vincolo di mandato attualmente vige soltanto in Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India. Da aggiungere il Nicaragua, dove la Costituzione prevede che il deputato che entri in conflitto con il partito nelle cui liste è stato eletto passi dalla condizione di titolare a quella di supplente.

Tra le contestazioni al principio quello delle derive trasformistiche, cioè la facoltà abusata di trasmigrazione a gruppi parlamentari diversi da quello di elezione che è stata ripetutamente sfruttata nel corso di varie legislature. Autorevoli commentatori osservano però che non è il principio costituzionale la causa, quanto piuttosto meccanismi elettorali che condizionano gli eletti a chi ne decide ad esempio la candidatura. Un problema certo di non poco conto come dimostrano gli eccessi della legislatura appena conclusasi. 

E tuttavia, appare sintomatico di un modo accentratore e dirigistico di concepire l’impegno politico, quasi quello di una setta, di un gruppo ristretto, quello che i pentastellati sembrano inclini ad adottare, Un elemento inquietante cui fanno da corollario vere e proprie punizioni economiche e ostracismi come quelli che abbiamo visto manifestarsi nella scorsa legislatura con la perdita di decine di parlamentari espulsi per aver espresso posizioni non coincidenti a quelle del guru o che hanno abbandonato il gruppo volontariamente. Mancava solo la famosa autocritica maoista dinanzi al popolo che voleva punire il reo.

Resta da vedere in che modo si tenterà di conciliare questo diktat con l’assetto costituzionale e con il sopracitato art. 67 della Costituzione italiana che vieta questa imposizione.    

 

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