La parola della settimana

Infrazione
di Roberto Mostarda

Se ne fa un gran parlare, e non da oggi, e periodicamente il termine torna di gran voga per minacciare conseguenze o per irridere chi vuole punizioni o sanzioni. Parliamo, è quasi ovvio, di infrazione, vocabolo di derivazione latina il cui verbo originario infringĕre vuole dire «rompere». In sostanza si intende con la parola in questione, una trasgressione, una violazione di un ordine, di un obbligo, di norme, di regolamenti e via dicendo. Un’infrazione si può fare, commettere, ci si può trovare in una condizione di infrazione. Molto più raro il significato di frattura in medicina conseguente tuttavia al valore originario di rottura, in questo caso di un osso in modo parziale (incrinatura), consistente in una semplice fissurazione, che non determina l’interruzione completa della continuità dell’osso stesso.

Valore simile ad infrazione, dunque, discende da quanto detto, alla parola violazióne che delinea l’azione di violare, estendendosi però anche al fatto di venire violato, nel significato, di profanare. Oppure il non rispettare e trasgredire doveri e obblighi legali, sociali o morali. In senso figurato, l’essere in contraddizione con quanto previsto o prescritto in formulazioni della scienza ad esempio,

Nel linguaggio più strettamente giuridico si definisce tale la condizione ad esempio di chi si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà di genitore, alla tutela legale o alla qualità di coniuge; esiste anche quella di legge in genere, e si parla di vizio di legittimità di un atto amministrativo, che ne giustifica la richiesta di annullamento; o ancora di domicilio, delitto di chi s’introduce nell’abitazione altrui, anche clandestinamente o con inganno, contro il volere espresso o tacito di chi ha il diritto di escluderlo.

L’infrazione porta con sé il contraltare della punizione, ossia degli strumenti da mettere in atto per sanzionare il comportamento di rottura o di violazione di una norma, di una regola, nel senso più ampio e riferito soprattutto al consesso civile nel quale diritti e doveri si assumono consapevolmente.

L’attualità di questo termine ci porta dentro alle vicende del governo e alla sua singolar tenzone con le autorità europee in materia di bilancio nazionale e di compatibilità con le regole dell’Unione Europea nella quale il nostro paese si trova inserito da decenni, essendone anche uno degli stati fondatori. In questo quadro, pressoché da decenni esiste un sistema di regole, una rete di riferimento, una griglia di natura economica e finanziaria che in considerazione delle caratteristiche specifiche dei comportamenti di ogni paese membro, prescrive alcune regole e ne chiede il rispetto nell’ambito più generale di un contemperamento, di un equilibrio da realizzare nell’economia comune nel suo insieme.

Regole, norme di valore cogente che via via colpiscono diversi paesi che tendono a scostarsi per questioni interne dai parametri comuni posti a garanzia della tenuta dell’Unione. Evidente, allora, l’intento iniziale dell’esecutivo gialloverde di porsi in contraddizione con queste regole per usufruire di una non possibile flessibilità che metterebbe a rischio l’intera tenuta comunitaria. Un intento di rottura, dunque, in nome dei superiori interessi del nostro paese. Legittimo e lodevole motivo se non fosse per la contraddizione insanabile al suo interno: i problemi dell’Italia, la sua scarsa crescita, le forti differenze sociali tornate ad acuirsi, non dipendono in modo diretto dalle compatibilità dei trattati europei cui il nostro paese aderisce da decenni, discendono invece in modo preciso dalla condizione deficitaria della situazione nazionale attanagliata da un debito pubblico cresciuto a dismisura e giunto ad un livello di guardia.

Ecco allora che ogni misura che si voglia intraprendere e che conti sulla possibilità di allargarne il perimetro – forzando le regole comuni – appare un errore tanto più grave se la scelta di rompere e di alimentare tale debito viene immaginata per portare avanti politiche di sostanziale valore assistenziale comunque le si voglia chiamare. Pensare ad un reddito minimo da un lato e cercare di finanziarlo con misure che deprimono le risorse da convogliare all’economia e bloccare la dinamica previdenziale (settore che andrebbe riformato ma non ogni tre quattro anni come recitano le regole auree ancorché non scritte di una sana amministrazione pubblica), sono altrettanti esempi di questo errore che non aiutano la popolazione produttiva e drogano sostanzialmente il mercato immaginando maggiori spese di chi è svantaggiato e dunque maggior produzione ergo sviluppo economico. Un abbaglio che precedenti esperienze mostrano nella sua chiarezza lapalissiana. L’italiano medio non spende per spendere ed è da sempre pur nelle difficoltà portato a risparmiare risorse. Proprio il risparmio faticosamente costruito viene ora immaginato come ammortizzatore delle difficoltà. Questo comporta un impoverimento ulteriore e non aiuta la stabilizzazione del sistema.

Nessuno ha la sfera di cristallo e capacità divinatorie e tuttavia pensare di insistere furbescamente su soluzioni inadatte e senza compatibilità economica seria, costituisce questo si un’infrazione del buon senso e del rispetto del popolo cui certo possono piacere manifestazioni muscolari momentanee, purché nel portafoglio il denaro non continui a diminuire: è una strada senza uscita e i cui esiti potrebbero rivelarsi drammatici per  tutti.

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