La parola della settimana 

Giano
di Roberto Mostarda

Il vocabolo di questa settimana è in realtà un nome proprio che tuttavia indica anche una serie di possibili significati questa. Partiamo dalla storia. Con questo termine (in latino Lanus) si indicava un’antica divinità romana. Nominato già nel Carmen Saliare, presente nell’ordinamento religioso del calendario arcaico – in cui è eponimo di un mese (Ianuarius, gennaio) e destinatario del sacrificio di un ariete il giorno 9 dello stesso mese, festa detta Agonium – è tra le divinità più antiche del culto pubblico romano.

Non è identificabile con divinità greche e appariva enigmatico anche agli eruditi antichi. Al suo nome si connettono le parole latine per «porta» (ianua) e per passaggi coperti (ianus); anche il suo culto lo fa apparire come un dio che presiedeva ai passaggi, in un senso però più ampio di quello puramente spaziale: fu considerato presente a ogni specie d’inizio. Secondo s. Agostino (che attinge a Varrone) la precedenza data a Giano nelle invocazioni, rispetto allo stesso Iupiter, si deve al fatto che mentre a questo appartengono i summa, cioè le cose ‘prime’ per dignità, a Giano appartengono i “prima”, cioè le cose ‘prime’ in ordine di tempo; gli si sacrificava a ogni primo del mese; da lui prese il nome il primo mese dopo il solstizio invernale.

Fino al 3° sec. a.C., G. non ebbe templi: i sacrifici a G. avevano luogo nella Regia; come suo luogo sacro era considerato il cosiddetto Ianus Geminus, vicino al Foro Romano che, secondo la tradizione, rinnovata da Augusto, si chiudeva solo quando Roma non era in guerra con nessuno. Il tempio, votato da Caio Duilio nel 260 a.C., fu dedicato nel Foro Olitorio; fu poi restaurato da Augusto, e nuovamente dedicato da Tiberio nel 17 d.C.

Anche il tipo iconografico di Giano è privo di riscontri nel pantheon ellenico: il dio era raffigurato bifronte. La mitologia di stile greco non riuscì ad attirarne la figura nella propria orbita, salvo per pochi e vaghi accenni ai suoi rapporti con divinità delle acque (Venilia, Fonto). Egli figurava invece come primo re del Lazio; in tale qualità avrebbe avuto sede sul Gianicolo, il cui nome (Ianiculus) è con ogni probabilità connesso con il suo.

Dopo questa erudita premessa, proviamo a identificare il valore comune che si attribuisce a questa figura mitologica e al modo nel quale veniva identificata, cioè bifronte, con due visi che guardano in direzioni opposte. Comunemente si fa riferimento a questa caratteristica per delineare un carattere, un comportamento non lineare e soprattutto doppio, enigmatico, incomprensibile se si vuol fare riferimento ai canoni di interpretazione normali, ossia quelli dedicati alla linearità, fedeltà alle proprie convinzioni ed opinioni, al non essere adatto a tutte le stagioni. Viceversa la caratteristica bifronte permette di assumere ogni tipo di posizione, anche quella più antitetica in apparenza e nella sostanza.

Avere a che fare, dunque con un giano bifronte, vuol dire non aver mai la sicurezza di chi ci si trova dinanzi e quale valore annettere a ciò che da esso proviene. Resta cioè sempre aperta la strada alla sensazione di aver visto soltanto una delle possibili “facce” del problema e della persona che si ha davanti nell’incertezza che quella stessa persona o quello stesso problema abbiano altri modi per manifestarsi e non in accordo con loro.

Se, come spesso facciamo, trasferiamo questa analisi nel contesto politico nazionale, abbiamo a che fare con un vero e proprio giano bifronte, anzi più di uno. Il primo è certamente l’esecutivo gialloverde unito più dalle differenze che dalle similitudini, cementato dalla diversità e non dall’unità di intenti. In esso convivono due idee, due personalità antitetiche che apparentemente perseguono l’identico scopo. Governare il paese con soluzioni eccentriche e anche rischiose in apparente cesura con il passato.

Il secondo bifronte è il leader grillino, capo politico del movimento. Premettiamo che tale indicazione non è un appunto o un accusa di doppiezza, quanto la costante verifica fattuale del fatto che lo vede che lui stesso quotidianamente si presenta all’analisi dei commentatori: diviso tra una versione movimentista, delle origini, e una versione governativa e ad esso necessariamente non coincidente. Ecco perché un giorno è d’accordo con il leader leghista, un altro lo critica pesantemente indicando elementi che dovrebbero consigliare un distacco immediato. Ma ecco che poche ore dopo tutto torna come prima con inviti a “star sereni” di dubbia efficacia.

In questa analisi non c’è una conclusione rassicurante. Il paese vive ancora sospeso nell’assenza di una opposizione che sia in grado di contrastare questa condizione doppia dell’esecutivo, un po’ al governo un po’ contro e in alternativa. In attesa di capire che strada si imboccherà (in teoria dopo le elezioni europee) non resta che constatare amaramente come la bifrontalità sia un carattere ontologico del governo e come i due dioscuri che lo guidano, non siano altro che l’uno la faccia dell’altro!

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