Tolleranza
di Roberto Mostarda

Non possiamo sottrarci e non vogliamo, dal riflettere sui gravissimi fatti di Francia che hanno ricordato e rinnovato l'orrore per il fanatismo religioso esploso l'11 settembre di più di un decennio fa con l'attacco agli Stati Uniti.
Oggi quel tipo di attacco, promesso, minacciato, assicurato dall'Isis e dalla sua concorrente al Qaeda, ha colpito la Francia. Un attacco al cuore dei principi della libertà e della laicità, valori non soltanto francesi, ma di tutto l'Occidente che hanno reso possibile a tutti i credenti di seguire il proprio culto e di agire liberamente nel rispetto della fede in ogni angolo d'Europa e dell'intero mondo fondato sulla democrazia. Non fanno ombra alcune criticità che emergono qui e là come anche forme di fanatismo laicista. Libertà di espressione, di scelta, di movimento, di parola, sono elementi fondanti del nostro vivere e troppo spesso ce ne dimentichiamo o vogliamo ridurne la portata se ci toccano da vicino. Sono invece e resteranno la garanzia della nostra differenza contro ideologie ed esasperazioni di ogni tipo.
Ecco perché la parola che abbiamo scelto, questa settimana, è tolleranza. Dal latino tolerantia, che deriva dal verbo tolerare che vuol dire in senso ampio sopportare, tollerare. Essa sottende la capacità, la disposizione a tollerare, e il fatto stesso di tollerare, senza ricevere danno, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata. Molte sono le possibili varianti di significato che toccano anche il mondo della scienza. Tolleranza indica anche il fatto di tollerare, nel senso di consentire o ammettere che qualche cosa esista, sia fatta, avvenga.
In pratica è tolleranza, l'atteggiamento teorico e pratico di chi, in fatto di religione, politica, etica, scienza, arte, letteratura, rispetta le convinzioni altrui, anche se profondamente diverse da quelle cui egli aderisce, e non ne impedisce la pratica estrinsecazione, o di chi consente in altri, con indulgenza e comprensione, un comportamento che sia difforme o addirittura contrastante ai suoi principî, alle sue esigenze, ai suoi desiderî: da parte degli stati, dei governi, delle comunità. Di qui il suo contrario, cioè complesso di decisioni e di provvedimenti legislativi miranti a perseguire i varî fenomeni che possano recare turbamento alla vita sociale o individuale: si parla allora di tolleranza zero o che è lo stesso di intolleranza.
Nel linguaggio giuridico si intende il fatto che il titolare di un diritto consenta, con un contegno passivo, che altri eserciti il diritto a lui spettante.
Quel che appare chiaro dopo la tragedia francese è che la tolleranza indica soprattutto la capacità di convivenza in un paese che adotti principi di rispetto delle libertà altrui in tutte le forme possibili che non invadano il territorio del crimine o del reato. Difficile tracciare in ogni momento storico i confini di questa tolleranza, ma un dato è certo: i valori della democrazia, della partecipazione vanno visti nel senso più ampio della tolleranza che cambia anche il suo significato per trasformarsi in convivenza consapevole delle differenze culturali, etniche, religiose. In un certo senso la tolleranza "tollera" che si modifichi ed estenda il suo significato superandone l'angusto confine che vede sempre, comunque, limiti, divieti, che facciano comodo a chi detiene e il potere e ne esercita le prerogative.
Discende naturalmente dall'esercizio di questa virtù, laica per definizione, che il rispetto della legge di un paese è il primo atto per poter poi esercitare i diritti di libertà al suo interno e poter anche pretendere qualcosa in più per il rispetto della propria specificità. E questo tocca da vicino il nocciolo della vicenda francese. Accanto all'attacco ai simboli dell'ebraismo, che appare come una sorta di impegno "istituzionale" del fanatismo islamico, e senza diminuirne il valore, l'attacco al settimanale satirico parigino (ricordiamo a questo proposito i molteplici contributi alla satira che vengono anche dal mondo ebraico), è un assalto diretto ed inequivocabile a quello in cui consiste la democrazia e la laicità dell'Occidente.
Oggi per i fanatici islamici (non per l'Islam come religione) siamo in guerra, una guerra che l'Occidente deve combattere senza se e senza ma, privilegiando le armi del confronto e non quelle dello scontro, ma senza dimenticare che la democrazia non è una conquista perenne, ma qualcosa che si costruisce ogni giorno, anche attraverso il satirico, bonario, dissacrante uso della satira!
Ecco perché oggi e d'ora in poi, siamo e resteremo tutti Charlie Hebdo!

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