Autorevolezza
di Roberto Mostarda

Pur se, icto oculi, il termine autorevolézza sembrerebbe spiegarsi da solo, è utile approfondirne la natura e il significato più completo. Dunque, nel dizionario, la parola indica con molta concisione: l’essere autorevole, come qualità di persona o cosa autorevole, ad esempio l’autorevolezza degli insegnamenti di alcuno.
Guardando un più a fondo troviamo che l’autorevolezza, indica chi ha autorità, per la carica che riveste, per la funzione che esercita, per il prestigio, il credito, la stima di cui gode. O ancora si dice autorevole, che esprime autorevolezza, di cosa, che rivela o ha in sé autorità, che proviene da persona tenuta in gran conto.
Tralasciando l’analisi, sin troppo semplice, di che cosa allo stato non è autorevole, tanti sono gli esempi intorno a noi, proviamo a vedere la parola autorevolezza in parallelo con la questione che in questo momento sembra assorbire di più la politica italiana, meno la società e l’economia: la scelta del Quirinale.
Si sente dire in giro che la persona che dovrà essere chiamata al Colle dovrà avere autorevolezza e prestigio interno ed internazionale. In buona sostanza il nuovo inquilino del Quirinale dovrà marcare con determinazione e forza la distanza dalle beghe quotidiane della politica ed ergersi come arbitro e punto di riferimento per tutto il paese.
Si dice allora che non dovrà essere un politico in senso stretto, neppure un parlamentare e questo potrebbe essere un bene per il Paese, anche se casi consimili per altre cariche non hanno prodotto risultati esaltanti. Dunque la questione torna soprattutto a quello che dovrà essere l’alto compito del presidente della Repubblica prossimo venturo: esprimere il più alto concetto delle libertà democratiche, individuali, sociali; rappresentare con l’esempio e la forza della propria persona i valori migliori del paese e quello che esso deve esprimere all’estero, nell’agone internazionale.
In una parola dovrà essere autorevole, capace di autorevolezza nel confronto, nella dialettica e se necessario nello scontro sia in campo nazionale che internazionale, non prestarsi e non essere condizionato da logiche politiche o, peggio, partitiche, di lobby e gruppi di pressione in genere. Dovrà soprattutto ricomporre definitivamente il tessuto della nazione ancora attraversato da troppi momenti ed esempi di intolleranza dell’altro, di condizionamenti ideologici d’altri tempi. Dovrà far sentire in una parola – mentre in Europa tornano a farsi sentire lugubri sirene di oscurantismo e di estremismo e purtroppo anche di separatismo – gli italiani un popolo nel senso più positivo del termine, pur nelle grandi diversità e nelle grandi e differenti tradizioni che lo caratterizzano. Dovrà tendere a completare quel famoso obiettivo che un patriota del Risorgimento, Massimo D’Azeglio, definì con estrema semplicità: “fatta è l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Un compito che il trascorrere del tempo dimostra ancora di grande attualità, soprattutto nella traduzione “politica” o di parte che si fa dei particolarismi, non solo etnici, linguistici e via dicendo, ma soprattutto ontologicamente, storicamente e ideologicamente.
Per fortuna, alle prese con i propri problemi quotidiani, gli italiani si sentono molto più popolo di quanto non lo manifestino i suoi rappresentanti. E questo è e resta un grande problema per il paese del futuro, per la sua stabilità istituzionale e per il miglioramento della sua politica, premessa indispensabile perché tutte le riforme siano fatte e possano dispiegare le loro potenzialità positive!
Ecco dunque perché dobbiamo sperare che la caratteristica principe del nuovo capo dello Stato sia per tutti noi, l’autorevolezza e la capacità di parlare e di interpretare il popolo italiano nei suoi aspetti più alti e lungimiranti!

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