Pensione
di Roberto Mostarda

Uno spettro minaccioso si aggira per il nostro paese (e con diverse accentuazioni anche in molta parte dell’Europa continentale): la pensione!
Quello che nell’accezione comune sino a qualche decennio fa, appariva come una naturale conclusione di una vita lavorativa, non premio ma conseguenza semplice e coerente, sembra divenuto spauracchio per i giovani e incubo per chi già si trova nel diritto di averla.
L’allarme pensioni, la difficoltà crescente di garantire trattamenti dignitosi, ma prima ancora l’equilibrio dei conti basati sui contributi, l’aspettativa di vita e via dicendo, sembrano divenuti parole sconnesse, da privilegiati, di chi vuole mantenere posizioni insostenibili. Insomma da diritto acquisito a fortunosa vincita da terno al … lotto!
Con un’altra e inevitabile conseguenza sgradita: la lotta tra poveri, tra vecchi e giovani. In un metro normale chi lavora sostiene anche le pensioni di chi ha lasciato il lavoro. Ora, ci dicono, non è più così: i conti sono sballati, le pensioni a volte non sono frutto dei contributi e del loro livello, ma regalie fatte attraverso processi normativi poco corretti! Allora chi è giovane e non ha lavoro o lo ha precario si chiede perché deve sostenere “il lusso” del padre o del nonno!
Gioverà a questo punto sottolineare il significato di una parola che sembra divenuta impronunciabile ai più.
Pensióne è sostantivo femminile che deriva dal latino e indica semplicemente il «pagamento» (da fare in un giorno fissato) e deriva dal verbo pendĕre, ossia «pagare». Nell’accezione della quale parliamo indica una rendita permanente o temporanea che lo Stato o gli istituti di previdenza corrispondono ai lavoratori del settore pubblico o privato, oppure ai loro familiari o ad altri aventi diritto, in relazione a un pregresso periodo di servizio o di attività lavorativa, per lo più in occasione del collocamento a riposo per raggiunti limiti di età, o anche a seguito di eventi che abbiano determinato la morte o uno stato di grave menomazione fisica o psichica. Si dice poi quota di pensione quella che si trattiene dallo stipendio dei lavoratori per costituire il fondo pensioni destinato a sostenere il reddito di chi va in quiescenza, in pensione appunto. Il sistema previdenziale italiano prevede la distinzione in pensione di anzianità, prestazione spettante al lavoratore dopo un minimo periodo di servizio e un’età anagrafica specifica e pensione di vecchiaia spettante a chi abbia raggiunto la cosiddetta età pensionabile e possa vantare un periodo minimo di contribuzione effettiva.
Questo il significato più lineare e letterale. La situazione difficile dei conti pubblici, l’allungamento delle aspettative di vita stanno comportando una serie di evoluzioni e di ritocchi al sistema, quando non vere e proprie riforme con le quali si sta spostando sempre più avanti il momento di accesso alla pensione, che viene definita “scorrevole”, per le giovani generazioni o per quelle in medias res, ossia che non hanno ancora la condizione per l’accesso al trattamento. Il tempo del lavoro non è più un blocco certo e concluso, di cui è facile conteggiare in anticipo la consistenza; è viceversa soggetto a mutare col passare degli anni. Come a dire: cambia la “pesatura” del tempo di lavoro e del tempo del godimento dei suoi frutti, in accordo con l’etimo latino del termine pensione. La “pesatura” – è stato osservato – “è oggi affidata ai mobili piatti di una bilancia retta dalla mano di una nuova dea bendata, la dea statistica Speranza di vita…”.
Il sistema di definizione delle caratteristiche e dei requisiti per accedere alla pensione variano nel tempo: la legislazione è un cantiere perennemente aperto. Nelle moderne società del benessere, si allunga tendenzialmente la durata media della vita delle persone, dei cittadini, dei contribuenti che hanno diritto alla pensione; il carico economico costituito dall’erogazione delle pensioni tende a incidere sul bilancio statale in misura sempre più alta.
Nell’età moderna – sottolinea il dizionario - altri significati gravitavano intorno al termine: pensioni si chiamavano certi stipendi e appannaggi connessi con una determinata carica; pensione era il soldo dato alle milizie mercenarie; pensione era la sovvenzione concessa a un alleato in cambio di sostegno politico; pensione era l’onere periodico fisso che gravava su un beneficio ecclesiastico. Infine, e da un certo punto in poi in modo stabile, pensione si è configurato come il termine che conosciamo e che troviamo per la prima volta nel testamento di Leonardo da Vinci (databile solo genericamente a prima del 1519, sua data di morte). Leonardo, alla fine di una lunga e gloriosa esistenza, giunto in terra di Francia, affida al suo allievo e amico Francesco Melzi, pittore lombardo, che lo aveva seguito nei suoi spostamenti, non soltanto i manoscritti che Leonardo aveva presso di sé al momento della morte ma “dona anche danari e una parte della propria pensione, come atto di gratitudine estrema verso chi gli era stato sempre accanto”. Con Leonardo, dunque la pensione da valore economico si trasforma in corrispettivo affettivo e spirituale, sollevando la pensione latina dal peso del suo etimo così carico di pragmatica concretezza: la pesatura, ricordiamo e il pagamento.
Oggi assistiamo a una notevole confusione sul termine che ha perso questo più aulico e ha assunto invece un significato più vituperabile e dannoso per i rapporti sociali.
Sarebbe auspicabile un riequilibrio basato soprattutto sulla semplice regola che si avrà a fine lavoro quello per il quale si è lavorato e si è versato, ricalcolato a termini di legge. Un principio semplice ma che le cronache ci rendono invece inquinabile, inquinato e non riconoscibile! Riportiamo il tutto al suo senso più corretto e pratico.

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