Scuola
di Roberto Mostarda

Ci segue dall’infanzia, ci accompagna per l’adolescenza e sino alla maturità individuale, ci guarda poi da lontano come genitori. Continuiamo a misurarci con cosa essa sia, debba essere, vorremmo che fosse!
E’ la scuòla. Il vocabolo è sostantivo femminile (dal latino schŏla, dal gr. σχολή), che in origine significava (come otium per i Latini) libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico, e più tardi luogo dove si attende allo studio. Nell’evoluzione storica è divenuta indicativa di istituzione a carattere sociale che, attraverso un’attività didattica organizzata e strutturata, tende a dare un’educazione, una formazione umana e culturale, una preparazione specifica in una determinata disciplina, arte, tecnica, professione, e via dicendo. Con questo significato che è il più comune, la parola è in genere accompagnata da determinazioni che ne specificano il carattere, le materie d’insegnamento, le persone cui l’insegnamento è diretto, ad esempio: materna; elementare; primaria, quella comprensiva di scuola materna e scuola elementare; secondaria. Si parla da sempre anche di scuola dell’obbligo che deve cioè essere frequentata per legge da tutti i cittadini (per molto tempo costituita da un minimo di otto anni di istruzione e successivamente innalzata a dieci). Molti poi i possibili ambiti in cui si sviluppa l’attività scolastica: a tempo pieno, in cui l’attività didattica si svolge sia nel mattino che nel pomeriggio; serale, frequentata di sera da chi durante il giorno lavora; sperimentale.
Il termine indica anche l’attività che, mediante un insegnamento metodico, mira a dare un’istruzione e una cultura, anche solo elementari, o a far apprendere una disciplina, una tecnica, un’arte, una professione o un mestiere.
Si intende anche con concezione, metodo pedagogico seguito: così, scuola attiva, espressione con la quale si designa l’educazione impartita secondo i principî della pedagogia idealistica, ossia l’indirizzo pedagogico che tende a promuovere, nella pratica educativa, la libertà e la spontaneità dell’allievo, reagendo all’intellettualismo e al formalismo della scuola tradizionale; scuola su misura per delineare una concezione pedagogica secondo la quale l’educazione deve essere sempre individualizzata e attenta alle caratteristiche di ogni allievo; ancora come scuola del lavoro, in cui l’attività didattico-educativa è impostata soprattutto sul lavoro manuale, considerato come avente valore etico e sociale fondamentale.
Ma scuola è anche il complesso delle persone (insegnanti, alunni, personale non docente) che partecipano all’attività scolastica in genere o che fanno parte di un determinato istituto. Oppure si indica con la parola il luogo in cui si impartisce l’insegnamento, cioè l’edificio dove ha sede un istituto scolastico.
Si sente poi parlare di scuola come insieme di pensatori, scrittori, artisti, scienziati, ecc., che seguono e sviluppano un indirizzo comune di pensiero, o un metodo di lavoro orientato secondo gli stessi presupposti, e la cui produzione risulta quindi omogenea; oppure l’insieme dei discepoli di un grande maestro.
Da decenni assistiamo al sistematico tentativo di costruire una nuova scuola, una nuova dimensione educativa, da decenni modifichiamo in itinere un complesso di insegnamenti, disorientando spesso sia chi insegna che chi deve apprendere. Seguendo sovente strutture mentali di tipo ideologico e poco attinenti alla didattica, ma che poi tendono a presentarsi come sistemi didattici.
Occorrerebbe dunque mediare tra la necessità di imporre corpus educativi preconfezionati e quel valore originario di “libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico” ma con il fine principale di formazione e crescita intellettuale e pratica dell’individuo.
Certo, in una stagione difficile come quella che stiamo vivendo, l’istruzione scolastica dovrebbe favorire insieme alla formazione la possibilità di inserimento nel mondo del lavoro.
E qui si tocca un punto nevralgico. Superata la scuola ingessata e lontana dalla realtà che veniva dalla vecchia impostazione sopravvissuta al secondo conflitto mondiale, imboccata la via delle riforme per adeguarla al presente, la scuola è stata investita, troppo giovane dai venti dell’ideologia che hanno modificato non sempre in meglio il senso stesso dell’istruire e su cosa istruire. Così si è assistito per molti anni alla forzatura degli strumenti educativi verso ricostruzioni storiche e culturali spesso a senso unico, riproponendo proprio quel sistema ingessato scaturito dal ventennio del totalitarismo. Gli intenti erano di renderla democratica e aperta, il risultato un ulteriore passo verso la distanza dalla realtà del paese che intanto mutava radicalmente. Con il corollario di un egualitarismo che non toccava tanto le condizioni di partenza come sarebbe costituzionalmente garantito, ma il trattamento complessivo e conclusivo dei percorsi educativi (punto di rottura, l’epoca dei sei politico, del tutti promossi e via dicendo). Dopo questa stagione si è tornati a parlare dell’autonomia scolastica come di un valore da garantire e favorire, creando però le premesse (al di là delle singole buone volontà) di una moltiplicazione di indirizzi e sistemi di istruzione nello stesso tessuto. Tutto ciò invece di arricchire ha prodotto una confusione che è sotto gli occhi di tutti. Sullo sfondo la mai risolta questione del “merito” della valutazione oggettiva della bontà dell’insegnamento impartito e della capacità dei singoli di crescere ed eccellere.
Una confusione che torna anche ai nostri giorni, mentre in Parlamento si discute della “buona scuola” proposta dal governo Renzi. Le resistenze al cambiamento, ad ogni cambiamento sono evidenti, il privilegiare l’autonomia come totem di arbitrio tout court e non come significato alto dell’insegnare, altrettanto chiaro.
Intanto la scuola italiana continua ad avere un distacco crescente dalla realtà nella quale i giovani dovranno poi misurarsi, con il rischio di manifestarsi come l’esatto contrario di quel che dovrebbe essere, un’area di parcheggio! E mentre l’apprendimento dei giovani , con internet, avviene in altri luoghi virtuali e in altri ambiti approfondendo la divisione. Il preside manager forse non è la soluzione migliore, ma storicamente l’assemblearismo egualitario ha prodotto soltanto danni e lasciato invariato l’altro grande nodo: quello della formazione dei docenti e il mare magnum del precariato conseguente. Ma questa è un’altra storia!!

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