Accoglienza
di Roberto Mostarda

La parola scelta risuona spesso, quasi quotidianamente nel dibattito politico, sociale e nei discorsi cosiddetti da bar, autobus, file alla posta, cioè quotidianità di un paese. Con accenti diversi, valori differenziati e una sostanziale confusione tra concetto e pratica.
Accogliènza, sostantivo femminile, derivante dal verbo accogliere, nel dizionario indica un moto, un atto, quello dell’accogliere, del ricevere una persona; e si definisce nei modi e nelle parole con cui si accoglie: può essere ad esempio, fredda, affettuosa, festosa, cordiale. Si può fare buona, cattiva accoglienza a qualcuno; ma più spesso il termine ha accezione positiva come fare accoglienza, accogliere cortesemente. Si parla di accoglienza nei confronti di chi arriva da lontano, di chi ha bisogno, nei confronti di studenti che hanno problemi di ambientamento e via dicendo. Negli ultimi tempi si fa un gran discutere e ci si scontra su quelli che sono definiti centri di accoglienza, ovvero dove si offre una prima ospitalità e assistenza a immigrati; profughi, vittime di catastrofi naturali di disastri politici, guerre.
Nel linguaggio comune nel nostro paese, il termine in questione vive, si potrebbe dire, in due mondi diversi fra loro antitetici. C’è chi parla, si occupa di accoglienza come dell’atto più alto per una comunità e un essere umano; e c’è chi invece considera accogliere qualcuno un imbastardimento, un danno per la propria comunità. Per non parlare di quanti fanno poi della pratica dell’accoglienza anche materia di guadagno economico sulle spalle di chi ha bisogno. Sono, è di tutta evidenza, due estremi entrambi sbagliati. Il primo per eccesso, il secondo per difetto.
Il discorso va condotto, realisticamente, su alcune linee che difficilmente non trovano “accoglienza” in persone politiche e non, capaci di comprendere il problema e di non usarlo per altri fini.
Primo dato. Le guerre, i disordini sociali, il terrorismo, producono da sempre e in ogni epoca, movimenti di un’umanità lacerata, privata di tutto, costretta a staccarsi dal propria terra, dalle proprie cose e navigare verso qualcosa di meglio. E’ accaduto nei secoli, è accaduto nel secolo scorso e in quello che lo ha preceduto, per milioni di italiani. Dunque per prima cosa va preso atto di un dato storico. Se il nostro paese è cresciuto, ha potuto consolidarsi – pur nelle difficoltà e nelle crisi congiunturali – è anche grazie a chi è partito. Elemento questo da non dimenticare mai.
Se questo è il primo assunto. Il secondo passo è quello di capire che il fenomeno non è arginabile in nessun modo e non può essere governato “con le armi”. Soprattutto quando ci si trova dinanzi a migliaia di persone vaganti verso approdi di fortuna. A questo punto la frittata è stata fatta e quel che si può fare è salvare vite umane e soccorrere.
E’ ovvio che nessuno si può ritenere personalmente responsabile di quanto accade, ma da qui a sentirsi delle vittime di un destino cinico e baro, ne corre parecchio.
Interrogarsi su cosa si può fare nei paesi di origine dei migranti per impedire le partenze, è come misurarsi con l’esistenza dell’araba fenice: “che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”! Così come discettare sugli interventi da fare per costruire stabili comunità capaci di impedire il fenomeno. Il mondo che ci troviamo davanti deve fare i conti con il risultato di secoli di sfruttamento ed impoverimento del terzo e del quarto mondo, incuranti di quelli che sarebbero stati i risultati dell’altro grande disegno: quello dell’emancipazione dei popoli promosso benevolmente ma senza capirne appieno il significato. Valori irrinunciabili che andavano perseguiti ma che sono stati contrastati spesso da tentativi di frenare, impedire, corromperne gli sviluppi. Perché? Per cattiveria, ovviamente no, per calcolo, più probabile e soprattutto per la comprensione profonda e cinica di quello che sarebbe potuto accadere.
Oggi quello che abbiamo davanti in un mondo iperconnesso ed ipermobile, è un fenomeno di proporzioni tali che nessuna ricetta può risolvere una volta per tutte.
Il realismo impone dunque una serie di azioni. In primis quello di accogliere chi ha bisogno, vagliare severamente chi tenta la fortuna o vuole esportare fenomeni eversivi o terroristici; poi occorre strutturarsi per una questione di lungo periodo; quindi agire senza ipocrisie nei luoghi di origine, sostenendo mutamenti tendenti alla stabilità e non avvicendamenti di cacicchi irrazionali e corrotti.
Non ha dunque senso, dopo l’incredibile spettacolo delle quote europee (24 mila posti possibili, mentre il fenomeno è già quattro volte superiore nei primi sei mesi dell’anno) e contemporaneamente le “grida” di qualcuno che dichiara di non accogliere, di non trasferire risorse ai comuni che accolgono e tragiche baggianate simili. Quella che abbiamo dinanzi è un’onda di tsunami che si riforma ogni volta che si infrange, non possiamo affrontarla con palizzate e muri di bandone!
Senza fariseismi, occorre prenderne atto, guidare il fenomeno, lasciar stare i tornaconto personali e politici in senso lato! Senza dimenticare che siamo stati e forse rischiamo di essere un paese di immigrazione.

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