(In)tolleranza
di Roberto Mostarda

I fatti di queste settimane, i continui arrivi sulle nostre coste, l’incapacità dell’Europa di parlare con una sola voce, la prevalenza di egoismi localistici difficili da osteggiare hanno riportato, per meglio dire mantenuto, l’attenzione su un tema che sembra tanto intuitivo quanto complesso nella sua attuazione: la tolleranza e il suo esatto contrario: l’intolleranza.
Partiamo da quest’ultima che certamente fa più notizia. Secondo il dizionario, essa si sostanzia nella incapacità o impossibilità di sopportare qualche cosa o qualcuno. Lasciato da parte il pur non irrilevante territorio delle intolleranze intese come allergie di cui è piena la letteratura e la pubblicistica sulla salute, è il significato traslato riferito ai rapporti umani e sociali, quel che ci interessa da vicino, in relazione al fenomeno migranti, ma non solo, anche alla convivenza civile nel Paese. In questo quadro per intolleranza si intende l’attaccamento rigido alle proprie idee e convinzioni, per cui non si ammettono in altri opinioni diverse e si cerca di impedirne la libera espressione, partendo dal presupposto dell’unicità della verità, e dalla convinzione di essere in possesso della verità stessa: fenomeno rischioso che nei secoli ha portato soltanto violenza, sofferenza e morte.
L’opposto di questa parola e quella identica senza l’“in” privativo, elemento incredibile della lingua italiana che muta con un prefisso un intero senso. Essa è dunque la capacità, la disposizione a tollerare, e il fatto stesso di tollerare, senza ricevere danno, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata. O ancora l’atto o il fatto di tollerare, nel senso di consentire o ammettere che qualche cosa esista, sia fatta, avvenga. In particolare è l’atteggiamento teorico e pratico di chi, in fatto di religione, politica, etica, scienza, arte, letteratura, rispetta le convinzioni altrui, anche se profondamente diverse da quelle cui egli aderisce, e non ne impedisce la pratica estrinsecazione, o di chi consente in altri, con indulgenza e comprensione, un comportamento che sia difforme o addirittura contrastante ai suoi principî, alle sue esigenze, ai suoi desideri.
Quanto è accaduto e accade ogni giorno in Italia e non solo sul fenomeno migranti ci mostra due facce della stessa medaglia: a parole siamo tutti tolleranti, pronti a capire l’altro, ad accettarne la diversità, il differente modo di pensare, agire, operare. Nella pratica quotidiana siamo invece tranne rari esempi positivi, molto più intolleranti. Nell’ecologia sociale di questi anni sembra prevalere quella forma egoistica di rispetto ambientale espresso nella frase inglese “not in my back yard”: mai nel mio giardino. Se mutiamo i fattori e ci spostiamo sull’esigenza di accogliere i migranti in edifici o abitazioni nei nostri quartieri, ecco che quella frase si trasforma e diviene comportamento sociale: accogliere sì ma non dove stanno i miei figli, accogliere sì, ma senza che la mia vita cambi di un millimetro. Ossia deve essere come se non ci fossero. Non occorre una spiegazione sociologica e/o comportamentale per comprendere che siamo dinanzi ad una forma radicale e originaria di intolleranza dell’uomo nei confronti dell’altro uomo. Ignoranza, incomprensione sono certamente strumenti che aiutano nell’analisi, ma siamo dinanzi a questioni intimamente legate all’essenza stessa dell’umanità, alla sua animalità, che occorrerebbero certamente strumenti ben più forti per attaccare il problema e cercare di risolverlo, non solo richiami alla bontà, alla carità e via dicendo. Sono ineliminabili, certo, ma non più sufficienti in un mondo che ci fa tutti più poveri e non soltanto in termini economici.
Qualcuno disse, parafrasiamo, “insegnami che cosa è giusto e che cosa è ingiusto e, soprattutto, insegnami a capire dove sta la differenza”! Un esercizio che dovrebbe aiutarci a trovare ogni giorno le risposte migliori e semplici a problemi complessi e apparentemente insormontabili. E soprattutto a rimanere umani: capaci di dare prima di ricevere!

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