Comunicato di Archivio Disarmo

Bambini soldato e minori migranti
di Maurizio Simoncelli

Il 20 novembre è la giornata mondiale per i diritti dell'infanzia e dell’adolescenza. Essa celebra l’approvazione dell’omonima Convenzione da parte dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, avvenuta nel 1989.
Il documento è il principale strumento normativo internazionale a tutela dei diritti dei minori e ha contribuito a promuovere una cultura per la protezione dell’infanzia, in particolare, durante i conflitti armati.
A venticinque anni di distanza, però, le violazioni dei diritti dei bambini e degli adolescenti non accennano a diminuire. Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, nel 2013 sono stati più di 4.000 i casi certi di “bambini soldato” vittime di pratiche di reclutamento, addestramento, utilizzo e detenzione durante i conflitti, sebbene le stime parlino di migliaia di episodi analoghi.
Infatti, è difficile effettuare una stima reale visto che per bambino soldato si intende ogni minore di quindici o diciotto anni appartenente ad un gruppo armato, a prescindere dal ruolo esercitato e dal genere. In tutti i casi sono esposti a situazioni pericolosissime quali violenze sessuali, somministrazione forzosa di stupefacenti, malattie letali e gravidanze precoci.
Tra le cause di questa piaga, assimilabile alla schiavitù, vi è il vantaggio di impiegare una forza economica ed ubbidiente per un lungo periodo di tempo. Inoltre, le dotazioni militari, per lo più costituite da armi piccole e leggere, si prestano perfettamente all’uso da parte dei bambini.
L’arruolamento, che avviene nella maggioranza dei casi con le minacce o l’uso della forza, può essere anche volontario, a causa delle condizioni precarie di  vita, dei contrasti interetnici, del bisogno di protezione e dell’assenza di alternative di riscatto sociale ed educativo.
Nel rapporto, sono 23 i paesi segnalati in cui gruppi armati o Stati utilizzano bambini soldato, tra cui Afghanistan, Repubblica Centroafricana, Rep. Dem. del Congo, Sudan del Sud, Iraq, Mali, Myanmar, Somalia, Siria, Yemen, Nigeria, Filippine ed altri.
Nonostante le condanne della giustizia internazionale, come nel caso della Sierra Leone, la maggior parte dei casi oggi rimane impunita.
La diminuzione del fenomeno, oltre che dalla stretta applicazione del Diritto Internazionale Umanitario e dalla perseguibilità penale, passa per il dialogo e la cooperazione fra i soggetti statali e non-statali. E’ necessario, infatti, favorire la prevenzione e il reinserimento sociale dei bambini attraverso buone prassi quali la registrazione anagrafica; l’abbattimento delle barriere civili, politiche e sociali; l’accesso all’acqua potabile, al cibo e alle cure mediche e psicologiche; il ritrovamento del nucleo familiare; la valorizzazione della scuola.
Il 6 marzo 2014 le Nazioni Unite hanno lanciato la campagna “Children, not soldiers” per porre fine a questa pratica da parte dei governi entro il 2016.
L’obiettivo è reso ancor più ambizioso alla luce delle recenti vicende dello Stato Islamico in Medio Oriente, che hanno portato nuovamente alla ribalta il fenomeno.
Particolare attenzione, inoltre, va rivolta non solo ai minori coinvolti direttamente nei conflitti armati, ma anche a coloro in fuga da questi. Infatti, il numero di minori che abbandonano il proprio paese d’origine è in forte aumento.
Nel 2013, le domande d’asilo di minori non accompagnati nel mondo sono state 25.300, un dato questo che rivela le proporzioni sempre più vaste dei movimenti migratori internazionali. La protezione dei minori migranti rappresenta, pertanto, una delle principali sfide per la comunità internazionale.
Questa categoria di soggetti, infatti, risulta essere particolarmente vulnerabile e bisognosa di interventi che tengano conto dei traumi provocati sia dalla fuga dal proprio paese d’origine sia dall’abbandono del proprio nucleo familiare. Inoltre, è quanto mai fondamentale proteggere i minori dalle minacce interne ai paesi d’arrivo, come quelle rappresentate dalla criminalità.
In Italia ci sono attualmente circa 9.000 minori non accompagnati, un dato in aumento rispetto al 2013, quando erano 6.319. Questi numeri rivelano la necessità di offrire una risposta quanto mai rapida ed efficace, che garantisca l’accoglienza e la tutela psico-fisica dei minori arrivati in Italia e la piena integrazione nel tessuto sociale, economico e culturale.    
La complessità dei conflitti armati si traduce in una molteplicità di violazioni dei diritti dei minori. E’ quanto mai necessario, quindi, mantenere vivo l’impegno della comunità internazionale per garantire un’esistenza dignitosa alle giovani generazioni.  

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