"Kepler-452b artist concept" di NASA Ames/JPL-Caltech/T. Pyle - http://www.nasa.gov/image-feature/soaking-up-the-rays-of-a-sun-like-star-artistic-concept. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons

Conquista dello spazio

Gravi i rischi per l’uomo
di Antonello Cannarozzo

Pochi giorni per esultare delle prime foto di Plutone che subito le redazioni giornalistiche di tutto il mondo hanno pubblicato la notizia che un pianeta gemello girava come noi intorno al suo Sole nella costellazione del Cigno.
Una notizia che ha permesso in un mondo avvilito da guerre e da crisi economiche di volare per una attimo a ben 1450 anni luce, tale è la distanza calcolata tra noi e Keplero 452b, il nome dato al nuovo corpo celeste.
Un pianeta con le nostre stesse caratteristiche anzi una super-Terra, più grande del 60%, con una caratteristica fondamentale: è nella famosa zona abitabile, alla giusta distanza dalla stella madre, consentendo all’acqua allo stato liquido, sempre che ci sia, di defluire in superficie e l’acqua, come sappiamo, è ritenuta il primo ingrediente per cercare la vita. Tutto molto bello, ma mi domando per fare cosa?
So che questa domanda per molti può essere irritante, ma ciò non toglie cosa mai può interessare sapere che c'è un pianeta che assomiglia alla Terra ad una distanza che non potremo mai percorrere?
Qualcuno parla, o meglio straparla, di trasmigrare già su Keplero quando la Terra non avrà più le condizioni di vivibilità, altri scrivono di un prossimo incontro con civiltà extraterrestre e così via parole in libertà, senza alcuna possibilità di un progetto concreto.
Ma la mia critica non è solo su problemi di distanza o di future improbabili colonie umane su Keplero, quanto un argomento spesso sottaciuto per non svegliarci da un bel sogno: il nostro organismo non è adatto a superare le colonne d'Ercole del cielo; le famose fasce di Van Allen.
Il nostro corpo non è stato creato per lo spazio, afferma Filippo Ongaro, direttore scientifico dell'Istituto di medicina rigenerativa Ismerian e medico degli astronauti nella Missione Marco Polo con Roberto Vittori: "Stare in orbita sei mesi equivale a un invecchiamento di dieci anni sulla Terra", anche se quando tornano dallo spazio gli astronauti non sembrano affatto invecchiati, ma quando si parla dell'invecchiamento precoce non è visibile esteriormente, ma riguarda il funzionamento interno del corpo.
L'assenza di gravità, per fare un esempio, danneggia gravemente il fisico dell'uomo agendo come un acceleratore dell'invecchiamento, scatenando in molti casi più o meno gravi come l'osteoporosi, perdita di massa ossea e muscolare, problemi cardiaci, per arrivare al diabete o alla cecità. Questi ultimisono più a rischio dopo una missione spaziale perché è stato dimostrato che la permanenza in orbita provoca danni all'andamento delle arterie che regolano l'afflusso di sangue al cervello, danneggiando la vista.
Lo stesso rischio riguarda le ossa e i muscoli, spiega ancora Ongaro: "L'effetto è come se bloccassimo qualcuno a letto per mesi".
Tutto questo perché il nostro cervello, davanti all'assenza di gravità, "pensa" che i muscoli e le ossa non servano più a sostenere il corpo, a causa dell'assenza di peso, con il risultato di una perdita di tessuto osseo e muscolare come capita molte volte agli astronauti che tornati sulla Terra, hanno mostrato problemi a tenersi in equilibrio o addirittura nel prendere in mano gli oggetti.
Inoltre, le condizioni di stress prolungato nello spazio possono compromettere il sistema immunitario con quello che questo significa per chi è esposto alle radiazioni esponendoli a una maggiore insorgenza di tumori.
Insomma, prima di dire andiamo a colonizzare l'universo pensiamo al prezzo da pagare che non è poco e ripeto la mia domanda, ma cosa ci andiamo a fare nello spazio?

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