Un utente accede al suo profilo Facebook da smartphone

Lotta alle fake news sì, ma non censura

Parliamo di fake news
di Marco Dell’Aguzzo

Da quando Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America, su Internet si è iniziato a discutere moltissimo – in maniera più o meno brillante, ma comunque moltissimo – di fake news, di “post-verità” (post-truth), di “cyber propaganda” e più in generale del presunto nesso (sempre presentato come oggettivo) tra social network, disinformazione e populismo.

La “colpa” della vittoria di Trump, ad esempio, venne goffamente addossata proprio a Facebook, che avrebbe favorito – o non avrebbe contrastato – il diffondersi, tra i suoi numerosissimi utenti, di fake news, notizie false, che supportavano il candidato repubblicano. Il 9 dicembre scorso, poi, quando il Washington Post ha scritto di come la CIA ritenga che il governo russo abbia organizzato degli attacchi informatici per interferire nelle elezioni americane e favorire la vittoria di Donald Trump – trafugando email al Partito Democratico e al capo della campagna elettorale di Clinton per poi diffonderle, ad esempio –, il dibattito sulle fake news ha ricevuto un’altra brusca accelerazione.

Insomma, il Cremlino si è davvero impegnato a diffondere delle false notizie pro-Trump? Il New York Times dice che non è possibile dimostrarlo con certezza, e invita a non confondere i fatti con le supposizioni. Riconosce però che il fenomeno delle fake news sia ampio, e che abbia uno dei suoi epicentri nell’Europa dell’est.

È proprio in Est Europa – per la precisione a Sofia, in Bulgaria – che ha sede una società registrata a nome di un imprenditore italiano che gestisce una vasta rete, italiana anch’essa, di «siti bufalari che spesso storpiano in modo ingannevole i nomi di testate giornalistiche molto note», come rivelato da una recente inchiesta di Paolo Attivissimo e David Puente. Lo scopo di siti come liberogiornale.com (ora chiuso), ilfattoquotidaino.com, gazzettadellasera.com o news24tg.com è quello di «ingannare i lettori facendo credere che le notizie pubblicate provengano da testate autorevoli e incassare grazie al traffico pubblicitario derivante dalla frenetica condivisione» su Internet, effettivamente impressionante.

È bene però non rimuovere la finalità politica e la matrice ideologica – non solo economica – delle fake news. Altre inchieste di Puente avevano sottolineato molto efficacemente come alcuni siti web (VoxNews e Catena Umana, ad esempio) diffondessero bufale per alimentare l’odio e il razzismo verso alcune minoranze etniche o religiose. Anche lo stesso imprenditore nominato prima amerebbe farsi ritrarre mentre esibisce il saluto fascista davanti ad un busto di Mussolini.

Lo scorso novembre BuzzFeed News ha pubblicato un’inchiesta sull’uso politico della disinformazione prodotta e diffusa dal MoVimento 5 Stelle attraverso siti come TzeTze, La Cosa e La Fucina (tutti controllati dalla Casaleggio Associati), oltre che sui presunti legami del partito con la Russia e con alcuni portali russi di propaganda governativa, noti anch’essi per rilanciare notizie non verificate o completamente inventate.

Qui forse occorrerebbe fermarsi un attimo e porsi delle domande. Qual è la differenza tra fake news e propaganda politica se in entrambi i casi lo scopo è quello di distorcere la realtà a proprio vantaggio? La propaganda informa o disinforma il cittadino? Veramente crediamo che la propaganda e le fake news siano un’esclusiva dei movimenti “populisti”? Se un politico afferma qualcosa di falso (cosa tutt’altro che rara, peraltro), si tratta di propaganda o di fake news? Le fake news, poi, sono un fenomeno circoscritto ad Internet e ai social network, oppure trovano quotidianamente spazio anche sui media tradizionali?

Più che accelerare sui binari della semplificazione estrema e delle risposte facili («Diamo a Facebook il potere di decidere cosa è vero e cosa no!»), dovremmo rallentare, affrontare la complessità e cercare di impostare una discussione corretta. Perché il fenomeno delle notizie false, dentro e fuori i social network, non sembra destinato a scomparire tanto facilmente, e anche le misure normative di contenimento (come la segnalazione su Facebook, o la creazione di particolari algoritmi che penalizzano i siti meno attendibili) non si stanno rivelando poi così efficaci. Invece di invocare antidemocratiche forme di restrizione della libertà d’espressione in nome della “prevenzione delle bufale”, allora, i giornalisti del presente e del futuro dovrebbero piuttosto discutere di come fornire ai lettori gli strumenti adatti per permettergli di muoversi criticamente dentro un mondo dell’informazione che non è mai stato tanto complicato.

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