Tempura di gamberi (foto di Doomoak - Pixabay)

Portato dai primi missionari per seguire i giorni del digiuno

Il tempura giapponese: una frittura dell’antica Roma
di Tullio Serafini

Entrando in un ristorante giapponese, in qualsiasi parte del mondo, insieme a vari tipi di sushi, di ramen o di sukiyaki non può certo mancare un piatto di tempura, simbolo del Sol Levante.

Cucinato con sottili strisce di verdura, parti di pesce o di frutti di mare, il tutto in una pastella sottile e leggera formata da acqua ghiacciata, farina appena sbattuta, senza utilizzare uova, e il tutto versato in olio di sesamo offrendo un piatto leggero e croccante come poche fritture al mondo.

Forse, pochi sanno che il tempura non è originario del Giappone, bensì dell’antica Roma ed così come lo conosciamo è entrato tra i piatti tipici giapponesi solo nel XVI grazie ai primi missionari gesuiti.

Infatti, nell’antica Roma, si preferiva gustare quello che oggi possiamo chiamare il cibo di strada, nelle tabernae, più vicini ai nostri self service che a dei ristornati dove erano richiestissime le fritture di ogni tipo, specialmente verdure, preparate molto semplicemente con una pastella leggerissima e fritti nell’olio d’oliva o di semi, insomma una squisitezza, come racconta il poeta Marziale, assiduo frequentatore di questi locali.

Questo tipo di fritture venne usato anche dai primi cristiani nei periodi di penitenza già nel III secolo specialmente con l’introduzione nella liturgia delle Quattro Tempore volute da papa Callisto per la santificazione del tempo all’inizio di ogni stagione con quattro giorni specifici, il mercoledì, il venerdì e il sabato, destinati a ringraziare la provvidenza di Dio, con l’obbligo di penitenza con il digiuno – un solo pasto giornaliero – vegetale senza carne e uova.

Tornando al Giappone del XVI secolo con le prime missione dei gesuiti, la situazione era assai complicata sia per una cultura completamente differente da quella europea e dalla diffidenza popolare che appellavano tutti gli stranieri con il nome dispregiativo di Nan Ban, ossia “barbari del Sud” considerati grossolani e ignoranti perché non praticavano le usanze e i costumi del Sol Levante.

Eppure molti di loro si ricredettero vedendo a lavoro i missionari cattolici e in tanti abbracciarono la nuova fede.

Ben presto, però, le autorità giapponesi cominciarono a sospettare che questa religione straniera poteva corrompere la società ed essere un pericolo per lo Stato e così il cristianesimo fu bandito dal Paese e vennero martirizzati migliaia di fedeli laici insieme ai padri missionari che, nonostante il pericolo, rimasero fedeli a Cristo.

Ma nel XVI, quando i primi gesuiti arrivarono in Giappone, ancora non c’erano di questi problemi politici e ligi alle norme liturgiche, ebbero il problema di preparare piatti di magro nei giorni di astinenza, tra cui le Quattro Tempora.

Insegnarono quindi ai giapponesi a preparare verdure e pesci impastellati e fritti nell'olio di sesamo, metodo di cottura allora sconosciuto in Giappone e, come abbiamo sottolineato, rifacendosi alla ricetta dell’antica Roma.

 Questo semplice piatto nato per le Tempora divenne il tempura e il successo fu tale che si diffuseper tutto l'arcipelago nipponico, nonostante che ogni cosa che veniva dall’estero doveva essere bandita dal Paese come un atto criminale.

Sono passati cinque secoli d’allora e un piatto come il tempura, ormai noto in tutto il mondo, nato dalle necessità penitenziale dei missionari, ci permette per una curiosa nemesi storica di assaggiare di nuovo una ricetta dell’antica Roma vecchia di oltre duemila anni.

 

 

 

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