Disegno di Achille Beltrame raffigurante il tricolore sventolato sopra Trieste (foto di dominio pubblico)

Malgrado il valore dei nostri soldati nella Grande Guerra

4 novembre: una data tra luci e ombre
di Antonello Cannarozzo

Due settimane fa, il 4 novembre, è stata ricordata la vittoria italiana nella prima Guerra Mondiale, ma alzi la mano chi se n’è accorto, eppure proprio quest’anno cade anche il centenario della fine delle ostilità.

Fino a qualche tempo fa era una festa istituzionalizzata con cerimonie pubbliche in ogni città o paese, nelle scuole si commemorava questo giorno come simbolo della nostra unità, tutto, ovviamente, con tanta retorica usando parole ormai desuete come patria e onore.

Oggi è tutta un'altra cosa.

Non solo per un pacifismo dilagante - è già molto se si fa ancora la parata militare il 2 giugno - ma, come capita per tutti i grandi avvenimenti della storia, passato ormai un secolo, si cominciano a fare le cosiddette bucce e trovare tra le tante luci anche molte ombre.

Come per il Risorgimento, anche per questa celebrata vittoria ci si accorge di tanti lati oscuri che hanno ridimensionato nel tempo personaggi, fatti, storie che sembravano intoccabili nell’Olimpo degli eroi.

L’ Italia ha visto morire in questa guerra una intera generazione, 650 mila soldati, la cosiddetta meglio gioventù, ai quali bisogna aggiungere due milioni di mutilati in una nazione che allora raggiungeva appena i quaranta milioni di abitanti con una economia in ginocchio.

Una cifra enorme se si pensa che il totale dei morti nella seconda guerra, comprese le vittime civili sotto i bombardamenti, arrivano a circa 250.000! Tra gli altri belligeranti internazionali abbiamo cifre ancora più drammatiche: su sessantaquattro milioni di persone in armi, dieci milioni di morti e cinquecento mila civili uccisi.

Insomma una vera e propria strage mondiale.

L’Italia si presentò a questo tragico appuntamento con un esercito di oltre un milione e mezzo di soldati, ma improvvisato, i soldati erano richiamati da ogni parte e spesso ragazzi che non erano usciti mai dal loro paese, specialmente al Sud, e si ritrovavano con persone sconosciute come i loro dialetti - l’unificazione della lingua italiana è ancora di là da venire - mandati subito al fronte con un addestramento superficiale per di più male armati, peggio equipaggiati, tutto accompagnato da tante privazioni e con la angoscia di essere mandati al macello senza alcuna strategia da comandanti, spesso inetti, che fecero di questo esercito carne da cannone, specie durante la cosiddetta guerra di trincea.

 

Immani sacrifici 

Ciò che lascia ancora attoniti, a distanza di un secolo, sono i diari di questi soldati, le loro lettere ai famigliari, le testimonianze di tanti sacrifici che dovettero sopportare al di là di ogni immaginazione e spesso solo erano ragazzi poco più che ventenni.

Nessuno, anche il più anti militarista, ha mai dubitato del sacrifico e dell’eroismo di questi uomini, un valore riconosciuto anche da molti dispacci e testimonianze dai comandi tedeschi e austriaci.

Basterebbe tutto questo per ricordare questa data, oltre alla conquista di Trento e Trieste, l’eroismo e il sacrificio di questi ragazzi e di una intera nazione chiamata a vivere tre anni di guerra con ferite che forse non si sono ancora rimarginate.

Per ironia della sorte, come ormai storicamente accertato,ciò che l’Italia ottenne con il trattato di pace di Versailles alla fine della guerra, pur tra tante difficoltà, lo avrebbe potuto avere pacificamente restando neutraleda ambo i belligeranti.

Ciononostante il re con l’allora capo del Governo, Antonio Salandra, condussero ugualmente la nazione alla guerra aggirando l’opposizione del Parlamento tutt’altro che interventista.

La guerra scoppiò un anno prima nel 1914 con il celebre attentato di Sarajevo.

Una semplice scintilla in un arsenale già pronto da anni a scoppiare per le varie mire espansionistiche, non solo europee, ma anche degli Usa ed del nascente imperialismo del Giappone, ormai riconosciuto come potenza militare.

Nel primo anno di guerra l’Italia rimase neutrale, ma con un dibattito spesso violento sui giornali e nelle piazze che divisero la nazione.

 

Interventisti e anti interventisti

Molti, specialmente i giovani, vedevano nella guerra il compimento del Risorgimento, come i due nipoti di Garibaldi, Bruno e Costante, che si arruolarono volontari in Francia pur di combattere contro i tedeschi nel 1914 e dove morirono eroicamente.

Altri, di vari orientamenti politici che faranno parlare di sé in futuro, furono politici come Pietro Nenni, Leonida Bissolati, Gaetano Salvemini che videro nella guerra un riscatto dell’intera nazione ed a loro bisogna aggiungere anche Sandro Pertini che meritò anche una medaglia al valor militare e Palmiro Togliatti, a questa schiera si unì all’ultimo anche Benito Mussolini con una improvvisa capriola politica da neutralista a interventista.

Al contrario figure più esperte politicamente come Giolitti, non vedevano onesto tradire la Triplice alleanza con Austria e Germania, mentre i socialisti Turati e Prampolini vedevano in questo solo una disgrazia per il proletariato che viveva in condizioni già assai precarie.

Ma con il volgersi sempre più drammatico della guerra e con la disfatta di Caporetto nessuno si sentì più di contestare la guerra tanto che lo stesso Turati parlò di “difesa del suolo patrio” aprendo però feroci dissensi nell’ala estremista socialista che arriverà anni dopo alla separazione e alla nascita del partito comunista.

Si è parlato e scritto tantissimo sulla questione di Caporetto e della resistenza italiana e del valore delle nostre truppe.

In realtà fu per molti aspetti una pagina vergognosa da parte degli alti comandi in primis Cadorna che non esitò a scaricare le responsabilità sui poveri fanti colpevoli di una ritirata disordinata a fronte di una totale, o quasi, mancanza di ordini.

Non si esitò, pur di salvarsi dalla vergogna, di addossare ad essi colpe non loro iniziando una criminale decimazione per dare, come si diceva allora, un esempio a chi secondo lui aveva disertato causando la sconfitta dell’Italia.

Qui bisogna aprire un triste capitolo di questa guerra.

Il nostro esercito in proporzione al numero dei soldati e in solo tre anni di guerra condusse davanti al plotone di esecuzione 750 militari a seguito di “regolare” processo, spesso vere e proprie farse giuridiche, ai quali vanno aggiunte le circa 300 fucilazioni sommarie documentate per diserzione.

Una vergogna, tanto che alla fine della guerra alcuni alti ufficiali sottolinearono l’uso indiscriminato e l’illegittimità di molte delle condanne comminate sotto il comando del generale Cadorna, ma l’ostilità con cui furono accolte queste conclusioni dai vertici militari dell’epoca portarono ad insabbiare tutto.

 

L’amara vittoria

Ora questa guerra è finita un secolo fa ed è il momento di tirare le somme sul prezzo di questa vittoria. In realtà quattro anni di guerra portarono l’Europa tutta, vinti e vincitori, ad una grande sconfitta; aveva perso per sempre il suo primato nel mondo.

Prima della guerra, infatti, il sessanta per cento della terra era controllato dal vecchio continente, ma con il suo irreversibile tramonto aprì la strada a nuove potenze come gli Usa e la futura Unione Sovietica.

Per noi italiani, come per le altre nazioni, si aprivano problemi drammatici come il ritorno dei reduci in un paese dilaniato da gravi difficoltà economiche e sociali che apriranno di lì a poco le porte al fascismo con tutto ciò che ne seguì.

Tornando alla data del 4 novembre, pur tra tante ombre, andrebbe sempre e comunque celebrato se non per la vittoria almeno per il sacrificio immane e silenzioso di tutti questi ragazzi che morirono traditi da chi invece li doveva comandare e proteggere.

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