Giustizia (fonte foto Pixabay)

Società civile e giustizia; anche per i magistrati

Dura lex, sed lex
La Redazione

Quanto accade in questi giorni in seno al Consiglio Superiore della Magistratura rientra nella crisi delle istituzioni in generale e della giustizia in particolare che affigge il Paese; e in un vizio degenerativo della società civile.

Una crisi che mina ulteriormente la democrazia e conferma l’inadeguatezza delle regole all’evolversi dei tempi. D'altronde si sa “every law has a loophole”, tant’è che un tempo si diceva “fatta la legge, trovato l’inganno”; ora però si dice “fatta la legge, troviamo l’inganno”.

La ricerca di una maggioranza precostituita, ovvero trovata prima e al di fuori della sede propria, è un fenomeno acclarato, che pur venendo percepita dai più come un vulnus per la democrazia, è ormai divenuta prassi  acquisita, consolidata e addirittura logica. Le assemblee e i consigli sono tutti retti dallo stesso metodo.

Accade in Parlamento ai diversi livelli, sia in commissione, che in aula. Accade nel CSM, sia in commissione, che in aula. Non v’è nomina, designazione o elezione che non sia stata frutto di un lavoro per così dire preparatorio che ha costruito la convergenza dei voti su l’uno o l’altro nominativo.

Nella migliore delle ipotesi si verifica attraverso i contatti tra i membri dello specifico consesso; nella peggiore attraverso il lavoro persuasivo dei lobbisti. Il limite tra il lecito e l’illecito è rappresentato ormai solo dalle modalità attraverso cui si perviene al consenso maggioritario. I sospetti che le indagini della Procura di Perugia hanno sollevato non attengono solo a un problema di leggi, di regolamenti o di persone, ma anche metodologico.

Sappiamo che il CSM è composto da membri “togati”, eletti da magistrati, e da membri “laici”, designati dal parlamento. Sappiamo anche che da innumerevoli anni i “togati” finiscono con l’essere indicati dai sindacati e quelli “laici” dal potere politico. L’intesa tra sindacati dei magistrati e il potere politico ha nel tempo affievolito l’autorevolezza del CSM, la fiducia nella magistratura e la garanzia di giustizia.

Piero Calamandrei insegnava “lo scandalo è l’anima della democrazia”; la tragedia è quando la verità viene nascosta e la disonestà prevale. Si è dibattuto in questi giorni se era un problema di regole inadatte o di persone. L’impressione che se ne trae però è che sia una questione sia di regole, che di uomini. Entrambi chiamati a governare una giustizia ormai innegabilmente in crisi.

La divisione dei poteri e tra questi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura hanno rappresentato, dai tempi di Charles de Secondat Barone di Montesquieu in poi, la base di ogni democrazia liberale e il principio fondante di qualunque stato di diritto. Esse rappresenteranno sempre un baluardo imprescindibile senza il quale non vi può essere né democrazia, né stato di diritto. Tuttavia sappiamo che l’autonomia e l’indipendenza da sole non sono sufficienti a garantire la corretta amministrazione della giustizia la cui regolamentazione è demandata autonomamente al potere legislativo e indipendentemente da quello esecutivo.

Lo stesso Montesquieu affermava: “chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti …. Perché non si possa abusare del potere occorre che … il potere arresti il potere”. I poteri devono essere ripartiti e rimanere separati per evitare che possano condizionarsi reciprocamente, e affinché ciascuno nell’ambito delle prerogative sue proprie possa agire e vigilare sull’altro.

Nell’ultimo trentennio abbiamo assistito al ruolo importante svolto dalla magistratura nell’esercizio del suo potere nell’interesse del Paese, ma abbiamo anche dovuto constatare, come pare sia accaduto negli ultimi giorni,  che tale esercizio, a causa di lotte di potere interne ed esterne, sia talvolta debordato.

La magistratura ha preso atto della “questione morale” e arginato la degenerazione corruttiva in cui era caduto il potere politico trascinando con sé buona parte di quella società che si fingeva civile. Da anni si parla, sull’esempio di quanto già accade in altri paesi, di separazione delle carriere e distinzione tra magistratura inquirente e magistratura giudicante.

Una separazione che appare logica ma che se fosse esistita negli anni ’90 non avremmo avuto tangentopoli.  Alla base di tutto c’è un malcostume diffuso, non solo tra gli uni e gli altri, ma anche nella società; una degenerazione che ha prevalso sugli uomini di buona volontà. Chi ne risente è il Paese e chi ne soffre è il cittadino, in cui cresce a dismisura una sfiducia nelle istituzioni che si manifesta nelle altalenanti volubili scelte elettorali degli ultimi anni.

È però ormai presente nella gente un sentimento diffuso che la giustizia, inclusa la magistratura, necessiti di una riforma che gli altri poteri - né esecutivo, né quello legislativo - per le debolezze umane dei loro membri non sono in grado di realizzare.

Possibilmente senza arrivare alla soluzione trovata ai primi del ‘900 nella Cina rivoluzionaria dove ai tre poteri, quello esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario, ne vennero aggiunti altri due: quello di controllo degli altri poteri e quello di verifica della capacità e qualità morali e professionali di chiunque fosse chiamato a ricoprire una carica pubblica.

È arrivato il momento di farci un pensiero.

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