Non solo diritti e …

Giustizialismo in rete
di Giorgio Castore

Un’impresa che voglia impiegare mano d’opera italiana in paesi ritenuti “a rischio” deve, a termini di legge, chiedere preventivamente il nullaosta al Ministero degli Affari Esteri ed attenersi alle sue indicazioni, comunicando, tra l’altro, i nominativi delle persone che vi si trasferiranno.
Analoghi obblighi non incombono sui cittadini italiani che si recano in quegli stessi paesi per diporto o per esercitare una attività di volontariato o anche di tipo libero professionale. A quei cittadini le nostre istituzioni rivolgono soltanto dei consigli, ed indirettamente, pubblicandoli in rete.
Sono poi molto numerose, anche se in numero decrescente nel corso degli ultimi decenni, le attività di cooperazione con paesi esteri anche a rischio, svolte da ONG (organizzazioni non governative) nell’ambito di programmi internazionali. Per queste ultime gli obblighi di comunicazione dell’attività e dei nominativi degli operatori che vi attendono sono contenuti nei programmi di lavoro svolti.
Quando informate, le nostre rappresentanze diplomatiche e consolari in quei paesi, possono intervenire sulle autorità locali per esercitare la loro azione a tutela di quei cittadini.
Sembra chiaro che le informazioni richieste ai visitatori di paesi a rischio non abbiano l’obiettivo di limitarne la libertà, bensì quello di disporre di elementi informativi che potrebbero risultare utili per interventi utili alla loro sicurezza.
Nel corso degli ultimi anni il numero di cittadini italiani all’estero in paesi a rischio che hanno subito minacce alla loro incolumità è stato sempre più elevato. Solo a titolo di esempio, i missionari cattolici (non tutti italiani) deceduti per morte violenta nel solo 2013, sono stati 22, secondo l’agenzia vaticana Fides.
Ma le vittime non si contano soltanto tra i volontari ed i visitatori. Molta eco ebbe, ad esempio, la vicenda in cui perse la vita un servitore dello Stato, Nicola Calipari a Baghdad, il 4 marzo 2005, nel tentativo di portare in salvo la giornalista Giuliana Sgrena.
Le azioni dei nostri concittadini che vogliono seguire il proprio anelito di generosità e si imbarcano in azioni sconsiderate che mettono a repentaglio la propria vita non possono essere giustificate se pongono a repentaglio la vita di altri, ed in particolare di servitori dello stato chiamati ad agire con grande rischio per la propria incolumità per preservare quella degli sconsiderati.
Nella vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo che ha coinvolto recentemente l’opinione pubblica e che pure viene affrontata da Luisanna Tuti nel suo articolo “Pareri discordi sulle cooperanti. Eroine o irresponsabili?” non siamo interessati a schierarci nel giustizialismo della “rete” pro o contro le volontarie, né sulla questione del riscatto se qualcuno lo abbia pagato e se le volontarie debbano eventualmente rimborsarlo. Su questi aspetti certamente si manifesterà la magistratura.
Siamo, invece, propensi a sostenere la necessità di una maggiore presenza dello Stato nella vita privata di quei cittadini che decidano di assecondare le proprie propensioni a recarsi in paesi a rischio, con l’emanazione di regole chiare non limitate agli aspetti meramente finanziari delle vicende che potrebbero coinvolgere i nostri concittadini, ma volte ad infondere nei generosi volontari o incauti turisti, la coscienza dell’esistenza di un “pubblico” che ha diritto di precedenza rispetto al “privato”, soprattutto nei casi in cui si invoca l’intervento dello Stato a tutela del godimento dei propri diritti, primo tra tutti quello alla vita.

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