Società

Il muro di Berlino e il fallimento del socialismo reale

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La caduta del Muro di Berlino, di cui celebriamo il trentennale, non è soltanto l’esito del fallimento politico del socialismo reale e di una classe politica ormai bollita che trattava i dissidenti con brutale violenza reazionaria.
La caduta del muro rappresenta qualcosa di molto più profondo. Essa incarna il fallimento definitivo di un razionalismo semplicista che proponeva il raggiungimento di una società giusta per tutti, ottenuta applicando delle semplici regole inderogabili, quali l’eliminazione della proprietà privata, la casa e il lavoro per tutti, gestione centralizzata dell’economia e di tutti i mezzi di produzione e l’assoluta mancanza di dissidenza interna.
Ma non basta. Il socialismo reale nasce attraverso una rivoluzione violenta, in un particolare momento della storia della nazione. Una storia nella quale le classi sociali e cioè l’aristocrazia, il clero, la borghesia e il proletariato (rurale e industriale) si scontrano tra loro.
In questo modo la storia stessa viene interpretata come lo “sforzo” di ottenere l’egemonia di una classe su tutte le altre.
Questa idea della società e dell’egemonia del proletariato su tutte le altre classi, è stata sviluppata da Marx e Engels a metà ottocento e, come tutti sappiamo, ha trovato concreta realizzazione in Russia, a inizio novecento, a seguito della rivoluzione bolscevica condotta principalmente da Lenin. Lo stato che ne è derivato, l’ Unione Sovietica, è quindi il primo esperimento di “socialismo reale” nel mondo.
Va da sé che una “cosa” del genere, nascendo da una rivoluzione, può essere esportata in qualunque stato del mondo, minacciando di riprodurre la stessa rivoluzione. Di conseguenza in ogni nazione nascevano partiti comunisti, collegati all’Unione Sovietica, e ogni stato libero ha reagito a questa minaccia sia all’esterno, opponendosi all’Unione Sovietica, che all’interno combattendo democraticamente contro i partiti comunisti. Questo conflitto tra ideologie comincia a svilupparsi sempre più intensamente nel corso del primo dopoguerra.
La Germania di Hitler, il comune nemico nazista, consente una paradossale, temporanea, alleanza tra i due antagonisti. Ma, finita la Seconda Guerra Mondiale, le ostilità riprendono più forti di prima. Il mondo viene decisamente diviso in due blocchi convenendo perfino sui confini delle zone di influenza e da allora fino alla caduta del muro di Berlino è “guerra fredda” tra i Sovietici e il cosiddetto mondo libero.
Indubbiamente è bella l’idea di voler realizzare una “società giusta”, direi che è un anelito stupendo da avere. L’Umanità non è nuova a questo genere di cose. Platone parlava di uno Stato governato dai Filosofi e cercò praticamente di realizzarlo a Siracusa anche a suo rischio personale. La politica ha questo fine e cioè arrivare a una società giusta attraverso uno dei due possibili modi per arrivarci: passando attraverso una rivoluzione più o meno violenta in cui il passato si abbatte e viene ricostruita “ex novo” la società ideale, oppure accettando un processo più lungo ma meno aggressivo che è quello delle “riforme” che, con piccoli cambiamenti, arriva più lentamente allo stesso risultato. Chiaramente nello scegliere la via riformista è necessario che, almeno sui fondamentali, tutti i Governi che si succedono abbiano le stesse finalità. Questo purtroppo non è sempre così e spesso ci si ritrova a compiere larghi cerchi inutili ritrovandosi alla fine al punto di partenza.
Molti individui, in buona fede, hanno creduto veramente al socialismo reale. Credo che molti di noi provino un profondo rispetto per chiunque in buona fede lotta per migliorare le condizioni dell’Uomo. Il punto, però, è che nello sforzarsi di compiere il bene si possono anche produrre milioni di morti!
Ma dov’è l’errore? In quale punto l’analisi ha difettato? Perché, dopo aver applicato con precisione la ricetta indicata dal Filosofo del Comunismo, non si è raggiunto il risultato sperato?
Il punto è che l’Uomo non si può ridurre semplicisticamente a un insieme di bisogni da soddisfare, come se farlo mangiare, dargli una casa e farlo vivere in una pace sociale forzata risolva tutti i suoi problemi. L’Uomo ha una complessità molto più elevata di questo.
Ridurre tutto a un problema economico e monetizzabile vuol dire pensare all’Uomo come a poco più che un animale cui devi dare ogni giorno da mangiare, cambiare l’acqua e pulire la gabbietta. Non c’è soltanto la dimensione corporea e mentale ma anche una innata e incontenibile esigenza di Libertà che non si può in alcun modo limitare in altro modo, e
possono anche passare settant’anni e milioni di morti, ma verrà comunque fuori per abbattere qualunque muro.
Da un lato, e lo dico senza cinismo, è un bene che siamo passati dall’esperimento del socialismo reale e ne abbiamo verificato il fallimento. Forse era necessario passarci, dovevamo farlo per essere certi che non è questa la via. Ma ora lo sappiamo e non dobbiamo dimenticarcelo più.

di Nicola Sparvieri

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