Storia

La battaglia che salvò l’Europa

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La piccola Grecia contro l’invasore persiano per difendere la libertà

Nel 480 avanti Cristo, esattamente 2500 anni fa, si svolse in Grecia una delle battaglie decisive per la storia dell’Europa.

L’impero Persiano, uno sterminato coacervo di popoli e di culture, aveva intenzione di espandersi nella zona orientale del continente europeo.

Per farlo, occorreva sottomettere la piccola Grecia.

Appena dieci anni prima, un potente esercito al comando dei generali dell’imperatore persiano Dario, Dati e Artaferne aveva tentato di sottomettere le città greche, ma fu sconfitto severamente nell’epica battaglia di Maratona.

Tutto iniziò a causa di una ribellione nelle città greche della ionia.

Gli ateniesi, insieme agli abitanti di Eretria avevano appoggiato la ribellione e ovviamente questo fu considerato dai persiani una sorta di dichiarazione di guerra all’impero di Dario da parte di queste due città.

La sconfitta di Maratona, fu uno smacco troppo grande per il potente e sterminato regno persiano.

Il successore di Dario, Serse, aveva deciso di vendicarsi della sconfitta e si narra che incaricò un suo suddito di ricordargli ogni giorno dei greci.

Radunato uno sterminato esercito a Sardi, Serse mosse verso l’Ellesponto che attraversò su due ponti di barche. I greci non potevano opporre una grande resistenza.

Le forze che le città elleniche potevano contrapporre a Serse non potevano essere minimamente confrontabili con quelle nemiche, ma in realtà avevano tre vantaggi: il primo era costituito dal fatto che, per usare una terminologia calcistica, giocavano in casa.

Questo gli consentiva di avere linee di rifornimento molto più corte ed inoltre faceva sì che i difensori conoscessero perfettamente il ‘campo di gioco’.

Il secondo vantaggio derivava dalla estrema motivazione con cui combattevano i greci: mentre l’esercito persiano era costituito da un ammasso eterogeneo di gente che nemmeno parlava la stessa lingua, spinto non da una reale motivazione, ma esclusivamente dalla frusta dei suoi ufficiali, gli abitanti delle città greche combattevano per la loro terra e per la libertà, loro e dei loro cari.

Il divario tra il morale dei due eserciti era quindi elevatissimo.

Il terzo vantaggio era di carattere tattico: il nerbo degli eserciti greci era costituito dagli opliti, soldati corazzati disposti a ranghi serrati che armati di lunghe lance, costituivano una vera e propria foresta di lance acuminate.

La fronte dell’esercito oplitico, era quindi spaventosa soltanto a vedersi. In questo tipo di battaglia c’era un solo modo di sconfiggere gli opliti: aggirarli, ciò che riuscì ai romani nell’epica battaglia di Cinocefale e che segnò il tramonto della falange oplitica.

I persiani avevano scudi di vimini che non potevano reggere minimamente il confronto con i pesanti scudi in bronzo in dotazione agli uomini della falange.

L’addestramento degli opliti era nettamente superiore a quello dei soldati nemici e questo conferiva ai primi un vantaggio non indifferente. Tra tutte le città greche, una in particolare spiccava sulle altre per potenza militare: Sparta.

Su questa città e sul suo esercito molto si è scritto e molto ancora si scriverà.

Sparta era una città retta da una disciplina militare unica nel mondo occidentale e paragonabile soltanto a quella dei samurai del Sol levante in epoca feudale.

Addestrati fin dalla tenera età ad uccidere, i soldati spartani non avevano rivali al mondo ed avevano sconfitto a turno tutte le città che avevano osato sfidarli.

All’interno di questa struttura di stampo esclusivamente militarista le trecento guardie del corpo dei due re al governo della città erano l’élite e all’interno di questa élite pochi uomini, scelti tra i migliori, formavano la cosiddetta ‘Kripteia’, una élite nella élite.

Insomma, un esercito spaventoso, non per numero, ma per potenza.

I greci avevano deciso di fermare l’esercito persiano in uno stretto passo chiamato Termopili. In quell’angusto passaggio il numero non contava nulla; non erano possibili manovre di aggiramento. Mentre l’esercito greco ritardava la conquista della penisola del Peloponneso, Temistocle avrebbe fermato i persiani sul mare.

Nella tarda estate di 2500 anni fa gli eserciti iniziarono lo scontro.

I circa settemila greci riuscirono a bloccare lo sterminato esercito persiano per tre giorni, ma un traditore greco, Efialte, mostrò alla guardia persiana un sentiero utilizzato dai caprai ellenici che portava alle spalle del passo delle Termopili.

Nella notte il re spartano Leonida, vista l’impossibilità di continuare l’impari lotta, ordinò la ritirata, tentando un’ultima carta: ordinò agli uomini della kripteia di uccidere Serse, ma l’operazione fallì.

Rimase allora da solo con trecento dei suoi, settecento Tespiesi e quattrocento tebani. La massa dei persiani si riversò alle spalle dei greci come un fiume in piena. I trecento resistettero fino all’ultimo uomo e morirono combattendo.

Erano addestrati a morire, mai ad arrendersi.

Il loro sacrificio servì a ritardare l’avanzata di Serse e permise ai greci di guadagnare tempo e di sconfiggere i persiani a Platea.

L’epopea dei trecento ha attraversato la storia giungendo fino a noi e lasciandoci un messaggio che, purtroppo, non siamo più in grado di recepire: per difendere la propria civiltà e le proprie radici occorre essere pronti al sacrificio.

Come disse un poeta americano, Ezra Pound, “Chi non è disposto a sacrificare qualcosa di suo per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. O in Europa saremo in grado di ritrovare qualcosa dello spirito dei trecento o saremo destinati a perire insieme alle nostre idee, per quanto poco possano valere oggi.

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