La parola

RIAPERTURA

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La parola della settimana

Dopo la chiusura (l’inglese lockdown) senza alcun dubbio è il termine più atteso e gettonato sia nel pubblico che nel privato. In pratica, sin da quando è stato dichiarato dal Governo lo stato di emergenza per la pandemia del Covid ’19, il pensiero è andato ogni giorno di più alla sua possibile conclusione o quanto meno ad un allentamento delle misure. Dunque, la riapertura, questo il vocabolo. Il suo significato secondo il dizionario ha a che fare con il riaprire o il riaprirsi, l’essere riaperto. Il termine può riguardare un’infinita di possibili significati. Si riapre una strada, un valico bloccato, una fenditura nel terreno, una piaga. E via dicendo.

Ancora con esso si indica il momento in cui un luogo, un ufficio, un istituto si riapre al pubblico o riprende in ogni modo la sua attività. Pensiamo alle scuole ogni autunno, o dopo le festività; ai giardini pubblici, o anche in termini istituzionali le Camere dopo le elezioni o le chiusure di prammatica nel corso dell’anno.

Più in generale, si parla anche di ripresa di un’attività, nuovo inizio di qualche cosa che era stata interrotta o dichiarata chiusa: una discussione, una seduta, la stagione di cacci, le iscrizioni, un esercizio commerciale e così via. La riapertura può avvenire anche dopo un fallimento sotto nuove forme, dopo le ferie, dopo un restauro o per una vasta congerie di altre ragioni determinate da una precedente chiusura o per altra ragione. Nel corso di un processo può avvenire una riapertura delle indagini preliminari, come anche la prosecuzione dell’azione penale in caso di scoperta di nuovi elementi di prova dopo il decreto di archiviazione o la sentenza di non luogo a procedere. O ancora una ripresa del procedimento penale che si può avere quando, dopo una sentenza istruttoria di proscioglimento, emergano nuove prove a carico dell’imputato prosciolto e non intervenga una causa di estinzione del reato.

In alcune locuzioni marinare si indica la ripresa della libera attività dopo un periodo di limitazioni. Così la riapertura della navigazione come quella che si ha nei mari artici al sopravvenire della buona stagione; della pesca che si ha nelle zone pescose all’avvicinarsi dell’epoca delle migrazioni dei pesci; dei traffici dopo la cessazione del blocco o delle ostilità, in determinate zone coinvolte in azioni belliche.

In sostanza, come sempre esistono molteplici condizioni, situazioni, stati di fatto o di diritto nei quali si può parlare di riapertura.

Il valore che assume nell’attuale situazione è però qualcosa di profondamente diverso dal passato. È evidente che ogni tipo di riapertura considerato ha una sua motivazione, un suo specifico valore. Tuttavia, quello che stiamo vivendo è un tempo unico, particolare, diverso da sempre. Riavvii, riprese, riaperture sono avvenute in passato per fatti anche gravi. Dopo il secondo conflitto mondiale il paese – come molte altre nazioni – ha seguito politiche di sviluppo, di riapertura sostanziale di attività lavorative e di ogni altro genere economico e sociale. All’indomani di gravi fatti terroristici come le Torri Gemelle, il mondo intero ha vissuto una fase di recupero, di uscita da un tunnel. In entrambi i casi in qualche nodo esisteva una premessa, la guerra, lo scontro, e un’evoluzione successiva sino alla conclusione.

È questo che differenzia la condizione attuale. Il nemico, nel caso della pandemia del coronavirus, esplosa in Cina e propagatasi all’intero globo, non ha in un certo senso un inizio: in quanto virus si è casualmente ricombinato dal primo ospite animale all’uomo, divenendo così un nemico temibile e insidioso con il quale – come accade per la maggioranza degli agenti virali – avremo a che fare a lungo. Dunque, non si può dire come e quando e soprattutto se avrà una conclusione che possa essere simile a quella di una guerra, di una congiuntura economica, politica o di altro genere.

Ecco perché la riapertura, ora in fase iniziale in Italia e in altri paesi investiti dal virus assume un valore sociale, umano, deterministico assolutamente particolare. E’ come se un incubo si dissolvesse ma lasciando uno strascico di emozioni, di ricordi, di sensazioni tra loro contrastanti dei quali non vorremmo però conoscere la causa e lo sviluppo, ma piuttosto dimenticare o ignorare. Tutti sentimenti comprensibili e profondamente umani, capaci di consolare e se non sufficienti a far superare il dolore, la sofferenza, la perdita quanto meno ad alleviarne i sintomi più pesanti. Una situazione umana e sociale senza precedenti. Se la scienza e la ricerca avranno successo e la medicina avrà un’arma vincente allora l‘incubo potrebbe svanire senza conseguenze. Se al contrario le armi saranno utili ma non risolutive, resterà questo status di tensione latente e la convivenza con il rischio rimarrà e diventerà una costante, una consuetudine della quale continueremo volentieri a voler fare a meno.

Nulla sarà però più come prima. L’umanità in questa sua battaglia contro un avversario infinitamente piccolo, invisibile, cambierà, dovrà cambiare molti approcci e comportamenti e potrebbe uscirne migliore. Una speranza, certo, ma la migliore cui possiamo aspirare!

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