
La parola della settimana
E’ un vocabolo, un concetto, che nel corso del tempo, nella storia, nella quotidianità occupa un posto rilevante. E’ la cartina di tornasole del confronto anche duro tra posizioni divergenti, tra poteri che si contrastano, è la manifestazione della volontà egemone di qualcuno nell’impedire qualcosa a qualcun altro, limitarne l’azione e, in buona sostanza condizionarla.
Tutto in questo termine, vèto, la cui origine scaturisce dal verbo latino vetare ossia il nostro «vietare» , quindi impedire . Il significato più proprio è quello di opposizione preclusiva di un soggetto a un atto legislativo, giudiziario o politico, espressa con il proprio voto contrario o con una specifica dichiarazione, o anche con il rifiuto della sanzione necessaria per l’efficacia dell’atto. Il veto si mette, si pone, si oppone, e può essere la facoltà o la prerogativa di un soggetto di poterlo fare, esercitando il potere relativo del quale si dispone e al quale si fa ricorso.
La particolare natura di questa parola si manifesta soprattutto nel mondo del diritto. In quello pubblico romano, si definiva tale l’opposizione a una decisione di un magistrato, come prerogativa dei magistrati stessi e, con sfera più ampia, dei tribuni Nel diritto ecclesiastico, si ricorda come opposizione di uno stato all’elezione di un determinato pontefice, come prerogativa riconosciuta dalla fine del Cinquecento al 1903 ad alcuni grandi paesi cattolici come Spagna, Francia, Austria.
Nel diritto internazionale moderno, è l’opposizione preclusiva a una decisione valida, non procedurale, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come prerogativa riconosciuta ai membri permanenti dello stesso organismo, i soli ai quali tale prerogativa è riconosciuta sulla base della costituzione medesima del Consiglio, scaturita alla fine del secondo conflitto mondiale.
Ancora, con veto si definisce più in generale il divieto, l’opposizione preclusiva a un atto qualsiasi e che può avvenire in molteplici contesti associati, sociali e così via.
Esiste poi, nella grande e possibile casistica in questo ambito anche la possibilità in cui qualcuno, singolo o gruppo, si arroghi il diritto di porre il veto, contrapporsi in modo da vietare, impedire, condizionare scelte altrui in nome non di principi giuridici o di posizioni apicali dirigenziali od organizzative, ma piuttosto per esercizio di un potere di altra natura.
E’ quello al quale si assiste da tempo immemore nel campo della politica in generale e in quella italiana in particolare. E’ una conseguenza dello stato di fibrillazione che il nostro paese e la stessa vita repubblicana dalla sua origine vive. Dal primo dopoguerra, nella guerra fredda, nel mondo dei blocchi, in quello dopo la fine dei blocchi e nella realtà difficile nella quale il mondo vive oggi, in ogni stagione il tema del veto di una parte nei confronti dell’altra, ha sempre avuto cittadinanza. Una costante della nostra dialettica democratica in certo senso, ma soprattutto un punto di evidente difficoltà nel suo esercizio scevro dall’ineliminabile conseguenza di porsi come alternativa non in termini democratici puri ovvero di alternanza al potere, quanto invece di alternativa volta ad eliminare l’avversario tout court.
Un vizio che non abbandona alcun partito o movimento. Nell’epoca della fine delle ideologie, in quella società liquida teorizzata da Baumann, sarebbe stato auspicabile che il confronto, lo scontro politico si potesse articolare tra idee diverse, anche in opposizione tra loro ma privilegiando autentiche visioni del paese e sul suo futuro. Da decenni invece stiamo assistendo ad un tumultuoso affastellarsi di visioni/opinioni su quello che il paese dovrebbe essere in un ipotetico prevalere di una o dell’altra posizione (o anche di molteplici opinioni a confronto) ma senza alcuna idea complessiva del paese stesso. E ad ogni prevalenza momentanea di una delle posizioni in lotta assistiamo allo smantellamento certosino di quanto posto in essere in precedenza. Una condizione che rende il paese fragile e che rallenta se non impedisce qualsiasi tentativo serio di riavviare i meccanismi della ripresa. Un eterno presente senza prospettiva.
Ed oggi, nei mesi della pandemia, con l’Italia in quarantena e stato di emergenza, mentre si devono approntare misure eccezionali per contrastare la sostanziale paralisi economica e produttiva, assistiamo a contrapposizioni e scontri sterili, a veti di questo o quel componente della maggioranza o dell’opposizione con l’intento di impedire, bloccare, rallentare qualcosa, un provvedimento, un intervento e via dicendo, sulla base di posizioni in contrasto e di interessi specifici e di parte.
Tutto questo come se in gioco non vi fosse l’interesse complessivo del paese, i diritti e i doveri dei cittadini, in sostanza il futuro di una nazione duramente colpita da una tragedia le cui reali proporzioni saranno più chiare quando la fase più grave della pandemia sarà finalmente superata. Egoismi che vogliono impedire persino l’utilizzo di fondi europei senza condizioni perché non rientranti nell’orizzonte ideologico e nella visione scettica sull’Unione. Un’aberrazione gravida di conseguenze!
