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Covid-19 e inquinamento: una relazione complessa

Durante i mesi di quarantena, da marzo a maggio, si è fatto un gran vociare di cieli limpidi, di acque cristalline e della natura che “si riprende i suoi spazi” – una sorta di visione idilliaca di come potrebbe essere il mondo se il suo peggior virus, l’essere umano, facesse qualche passo indietro. Si tratta di una retorica fuorviante e potenzialmente molto pericolosa, che ci fa dimenticare, da un lato, che siamo anche noi parte della natura e, dall’altro, che è di vitale importanza non deresponsabilizzarci come specie ma promuovere politiche realmente efficaci e sostenibili. Ma al di là delle interpretazioni del fenomeno, la riduzione dell’inquinamento durante il lockdown è una questione sfaccettata che va analizzata sotto diversi punti di vista.

Che lo stop agli spostamenti privati e la chiusura di scuole e aziende abbiano causato una riduzione delle emissioni è fuori discussione. Non bisogna però dimenticare, innanzitutto, che il traffico di autovetture è solo la quinta fonte di emissioni inquinanti, dopo traffico merci, agricoltura, industria e riscaldamento a legna. Durante il lockdown, le emissioni hanno continuato a provenire dalla produzione industriale, dalle abitazioni e dalle centrali elettriche a combustione fossile. Con la conseguenza che, per esempio, in Cina la qualità dell’aria è rimasta quattro volte inferiore a quella raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità.

In secondo luogo, se è vero che le emissioni di monossido e biossido di azoto sono calate, quelle di ozono sono aumentate sia in Cina che in Europa, palesandone l’estrema difficoltà di regolamentazione pur in presenza di una significativa riduzione del traffico. Le emissioni di particolato (PM10 e PM2.5), invece, per quanto calate nel settore dei trasporti, sono aumentate nella produzione domestica. Le variazioni dei loro valori, tuttavia, dipendono spesso dalle condizioni meteorologiche e bisogna tener conto che la loro formazione è frutto di fenomeno molteplici e complessi, che rendono difficile un’analisi di semplice causa ed effetto.

Da una riduzione delle emissioni abbiamo senza dubbio da guadagnarci. E non solo perché l’inquinamento atmosferico è uno dei cinque maggiori fattori di rischio per la salute (insieme a tabacco, alcol, sistemi alimentari malsani e inattività fisica). Esistono anche ipotesi che le particelle inquinanti, in particolare PM2.5 e biossido di azoto, possano essere veicolo di contagio del coronavirus. Una lunga esposizione all’inquinamento, inoltre, indebolisce i polmoni, rendendo l’apparato respiratorio più debole e aumentando il rischio di essere infettati. Quindi, minori le emissioni, minori le malattie dell’apparato respiratorio, compreso il coronavirus.

Vien da sé che un blocco totale degli spostamenti e una chiusura delle attività non è una via sostenibile da percorrere per invertire il riscaldamento globale, tanto più che, secondo alcune stime, siamo ancora sulla buona strada per rilasciare il 95% del biossido di carbonio emesso in un anno tipo. E, come se non bastasse, stiamo producendo ingenti quantitativi di rifiuti non biodegradabili: non solo rifiuti medici, mascherine e guanti, ma anche gli imballaggi degli acquisti online e del cibo d’asporto, più i residui della minore scrupolosità con cui si è gestita la raccolta differenziata nei mesi di lockdown.

L’organizzazione internazionale Global Footprint Network ci dice che, rispetto al 2019, non abbiamo fatto altro che rimandare di sole tre settimane l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità consuma le risorse naturali che gli ecosistemi del Pianeta possono rinnovare nel corso dell’intero anno. Nonostante il passo indietro nei consumi e nell’inquinamento, continuiamo a sfruttare il 60% in più delle risorse disponibili: ogni anno, più di una Terra e mezzo. Se vogliamo realmente affrontare il cambiamento climatico, c’è bisogno di un’azione politica globale coordinata, effettiva e sostenibile a lungo termine. E di una forte coscienza collettiva che non permetta mai passi indietro o rallentamenti.

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