La società signorile di massa. Una nazione piena di grandi possibilità, ma che vive di contraddizioni

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Una economia retta anche dalle pensioni dei nonni

Ci sono libri che si leggono e poi si dimenticano, altri che lette poche pagine vengono messi nel reparto dimenticatoio e infine altri che, una volta letti, diventano una specie di Bibbia da tenere sotto mano come spunto di riflessione per comprendere al meglio la realtà in cui viviamo.

Non parlo solo di qualche testo del Dalai Lama, sempre utili al riguardo, ma un libro molto più laico che non affronta certo temi metafisici, ma temi di ordinaria follia della vita che stiamo vivendo noi italiani e che allegramente ci portano a sbattere, se non fermiamo subito le macchine, contro il prossimo iceberg e allora, come per il Titanic, ci troveremo tutti con le terga a mollo, ma senza scialuppe che nel frattempo abbiamo svenduto per quattro soldi ad una nave straniera.

Mi riferisco a Luca Ricolfi, non certo un pericoloso populista o un sovranista, ma un notissimo sociologo e docente di Analisi dei dati all’università di Torino, e al suo ultimo libro dal titolo che è già tutto un programma: “Lasocietà signorile di massa” per le edizioni La nave di Teseo, che ci avverte, insieme ad altri usciti in questo periodo, dove siamo e, soprattutto, dove stiamo andando.

Già nel titolo, l’autore sembrerebbe enunciare una contraddizione in termini, apparentemente siamo una massa di signori ma, come vedremo, non è proprio così.

Siamo una società dove c’è una grande quantità di disoccupati rispetto agli occupati e, nonostante tutto, abbiamo nel Paese una strana ricchezza diffusa – chissà ancora per quanto – malgrado una preoccupante stagnazione economica e senza alcuna soluzione di ripresa. Com’è possibile tutto questo?

Tre elementi possono spiegare questo fenomeno molto italico che si elidono a vicenda: abbiamo una ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti, ma, come contrappeso, l’aumento del debito pubblico, la riduzione del risparmio e degli investimenti due elementi che uccidono la vera ripresa economica. A questo bisogna aggiungere il neologismo creato dall’autore: l’infrastruttura paraschiavistica dove ad assicurare i servizi, più o meno legali a basso o addirittura a bassissimo costo, è il nuovo schiavismo, e si badi bene non si parla solo di immigrati, ma anche di una fascia importante di italiani stimati intorno ai tre o quattro milioni di individui che si adattano a tutto nel campo lavorativo. 

Elementi contraddittori che spiegano però dove stiamo andando e quali sono le prospettive, non certo brillanti, per una grande fetta della nazione, soprattutto giovane.

Fatto questo preambolo, è sotto l’occhio di tutti che così è impossibile andare avanti e non ci vuole certo un economista per capire che se non si crea ricchezza vera questa non può ridistribuire nulla e la povertà di fatto è già dietro l’angolo.

Stiamo, come ormai sappiamo da anni, in una lunga stagnazione senza segnali di uscita e se continua presto saremo, come indicano già molti indicatori, in una decrescescita, ma non certo felice, perché prima o poi i soldi finiranno grazie anche a politiche assistenziali senza una valida progettazione.

L’Italia, poi, ha il non invidiabile primato europeo dei Neet, quei ragazzi, come purtroppo se ne vedono tanti, che non studiano, non cercano lavoro e né tanto meno frequentano corsi di formazione professionale, insomma, un tempo si dicevano in maniera più italiana, ma senza offesa, “nulla facenti” con una speranza di occupazione che diventa sempre più una vera chimera.

In proposito Ricolfi traccia una serie di analisi su cui riflettere: prima di tutto si sono stratificate delle condizioni di lavoro che indubbiamente disincentivano il lavoro o la sua eventuale ricerca sia dal lato economico e sia per qualità dell’attività lavorativa.

Poi un altro elemento che andrebbe approfondito è la ricchezza, come già accennato, anche importante, ereditata dalle le nuove generazioni che, purtroppo, spesso tendono a sperperare ciò che non hanno guadagnato senza creare prosperità.

A tutto questo bisogna aggiungere le scelte suicide dei vari governi che si sono succeduti negli anni che hanno incentivato un sistema assistenziale che ha creato assuefazione tra alcuni strati delle persone a vivere di pseudo-rendita, anche minima, come il recente fallimentare Reddito di cittadinanza.

Un capitolo a parte che andrebbe ulteriormente approfondito e fa da contorno a questa situazione è certamente la scuola, divenuta un diplomificio che crea nei giovani aspettative irrealizzabili, specie in un contesto super tecnologico come il nostro.

Per sapere come si è arrivati a ridurre la scuola che dovrebbe essere invece il fiore all’occhiello di qualsiasi società, in una specie di “Cenerentola” agli ultimi posti nelle classifiche internazionali e tutto anche a causa, come puntualizza Ricolfi, di un malinteso buonismo che ha semplificato l’insegnamento abbassandolo qualitativamente, offrendo spesso anche una votazione inutilmente sufficiente e promuovendo studenti non in grado poi di affrontare il mondo del lavoro in modo adeguato.

Se questa è la situazione dei giovani, in molte famiglie la situazione non è certo più rosea. Con l’attuale crisi fanno reddito anche le pensioni di vecchiaia dei nonni con i vari sussidi statali, con un inserimento nel mondo del lavoro sempre più precario.

In questo contesto, purtroppo, come illustrano antropologhi e psicologi, si cerca di uscire dai propri problemi affidandosi alla fortuna del gioco tra varie lotterie con una spesa che occupa un ruolo importante nell’economia totale di una famiglia alla ricerca di una impossibile vincita che cambierà la vita.

In una società del genere non è avventato pensare ad un futuro prossimo fatto di conflittualità è permanente: tra ricchi e poveri, giovani e vecchi, chi ha il lavoro e chi è disoccupato e così via.  

In una parola; la cosiddetta l’invidia sociale che porta con sé frustrazione, rabbia esasperazione con il rischio di precipitare ai margini anche della legalità come il gioco d’azzardo, la droga e non escludendo atteggiamenti sempre più aggressivi nel comportamento quotidiano.

Infine, ma gli argomenti trattati, si parla di argentinizzazione, un altro neologismo per spiegare il lento, ma inesorabile declino di una nazione, salvo la capacità di avere  un governo efficiente tale da far ripartire la produttività italiana, ferma da più di vent’anni, solo che per invertire la rotta verso il prossimo inevitabile iceberg economico occorrerebbe una classe dirigente all’altezza del compito che con grande coraggio smantellasse prima di tutto una burocrazia sempre più asfissiante con la selva delle leggi e leggine di regolamenti.

Fatto questo, affrontare una vera legge tributaria con l’abbassamento delle tasse e avviare finalmente quel percorso positivo per l’economia tanto agognato; ma visti i tempi, questa soluzione, senza scomodare Tom Cruise, per adesso sembra veramente una Mission impossible.

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