Impegno globale: salvaguardia della biodiversità

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Perché la comunità internazionale non ha fatto abbastanza e cosa si può fare per rimediare?

Con il 2020 si chiude il Decennio delle Nazioni sulla biodiversità e nessuno degli obiettivi posti inizialmente è stato raggiunto. Le attività umane minacciano il 25% delle specie animali e vegetali, per un totale di un milione di specie a rischio. Con prospettive del tutto funeste: il ritmo di estinzione potrebbe aumentare di 10 o addirittura 100 volte rispetto alla media degli ultimi dieci milioni di anni.

Cos’è andato storto? E perché è così importante cambiare rotta?

Con biodiversità si fa riferimento al pluralismo di specie animali e vegetali che popolano un ecosistema e che convivono in equilibrio all’interno di esso. La biodiversità fornisce (anche all’uomo) servizi essenziali per la sopravvivenza: i cosiddetti servizi ecosistemici. Dal supporto alla vita (come la formazione del suolo) all’approvvigionamento (produzione di cibo, acqua potabile, materiali o combustibile) e dalla regolazione (del clima, delle maree, del ciclo idrico) ai valori culturali (estetici, spirituali, educativi, ricreativi, ecc.).

Per non parlare dell’assorbimento delle emissioni inquinanti.

La pandemia ci ha mostrato un’altra funzione fondamentale della biodiversità: la protezione dagli agenti patogeni. In un ambiente molto biodiverso, i tentativi di spillover o salto di specie da parte degli agenti patogeni sono spesso vicoli ciechi: se l’ecosistema è forte, forti (e numerosi) sono anche gli organismi che lo popolano. Deforestando, frammentando gli habitat, introducendoci sempre più pesantemente nell’ambiente naturale, non stiamo facendo altro che creare interfacce innaturali tra uomo e animali, ponendo così a rischio la nostra stessa salute.

Come? La minaccia più grande da parte dell’uomo alla salvaguardia della biodiversità è l’agricoltura industriale. Lo sfruttamento intensivo dei terreni aumenta i rischi di erosione, degradazione e salinizzazione del suolo, con conseguenze a catena che colpiscono singole specie e interi ecosistemi. L’allevamento di bestiame e la coltivazione della colza sono tra i maggiori responsabili della perdita di biodiversità al mondo.

È, più in generale, l’economia globalizzata attuale a mettere a rischio la biodiversità. Turismo, crisi climatica e trasporti sono i tre principali responsabili delle invasioni biologiche: l’introduzione negli ecosistemi di specie animali e vegetali allogene, che ne distruggono gli equilibri. Una specie non nativa può arrivare a decimare le altre specie presenti nell’ecosistema. Se dovessimo raggiungere il 30% di incremento di specie allogene – e quel numero si avvicina sempre più – rischieremmo una massiccia e irreversibile perdita di biodiversità a livello globale.

La situazione non migliora se si considera la salute degli oceani. L’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche, gli effetti del bycatch (tutti gli organismi che, nella pesca, vengono catturati involontariamente assieme alla specie ricercata) e della terra sottratta al mare, insieme a cambi d’uso del suolo, inquinamento e cambiamento climatico, hanno portato a una perdita media del 30-50% di habitat costieri. Si stima che più di metà dell’oceano subisca gli effetti delle attività umane.

La comunità internazionale non è rimasta inerme. Oltre ai (non raggiunti, come accennato all’inizio e come analizzato nel Report delle Nazioni Unite sulla biodiversità) Target di Aichi, nel quadro del Piano strategico per la biodiversità 2011-2020, la biodiversità è un elemento chiave sia dell’Agenda 2030 dell’ONU sia degli Accordi di Parigi sul clima. Natura 2000 è una rete di aree protette che si estende sulle superfici terrestri e marine di tutti gli stati membri dell’UE ed è inserita anche all’interno della Strategia europea sulla biodiversità per il 2030. Altre iniziative: il Leaders’ Pledge for Action e il Finance for Biodiversity Pledge.

Il timore, tuttavia, è che gli sforzi non siano sufficienti e che sia invece necessario un ripensamento dell’intero paradigma strategico con cui si affronta il tema della biodiversità. Secondo alcuni ricercatori, il problema principale risiede in un’economia che punta alla crescita per il bene della crescita (“growth for growth’s sake”). Ciò di cui invece avremmo bisogno, sostengono, è un’economia basata sulla logica del benessere e dell’equità. La necessità di crescita economica dovrebbe essere eliminata dalle politiche di contrasto al degrado ambientale e considerata tutt’al più un punto secondario rispetto agli obiettivi di conservazione e di welfare sociale.

Un ruolo chiave, all’interno di un approccio equo e solidale alla salvaguardia della biodiversità, potrebbe essere rivestito dalle popolazioni indigene. Sono 370 milioni di persone, meno del 5% della popolazione mondiale, ma è a loro che dobbiamo il mantenimento dell’80% della biodiversità globale. Eppure, sono stati sfollati dalle loro aree di origine in nome dell’ecoturismo (i Maasai in Tanzania), privati dei loro territori per permettere lo sfruttamento economico delle risorse naturali (i Sàpara in Ecuador) o abbandonati alla mercé degli incendi selvaggi che distruggono le loro terre (i Guatò in Brasile).

Considerando inoltre le sinergie tra preservazione della biodiversità e inversione del riscaldamento globale, affrontare i due problemi ambientali insieme potrebbe accelerare il progresso in entrambi i campi. Se il cambiamento climatico è la terza causa mondiale di perdita di biodiversità, per contro gli ecosistemi assorbono il 25% delle emissioni, con un ulteriore 25% assimilato dagli oceani: metà delle nostre emissioni non finisce nell’atmosfera grazie alla salute dei nostri ecosistemi. Soluzioni che beneficino sia la biodiversità che il clima potrebbero portare, si stima, ad ottenere il 40% dei tagli alle emissioni necessari per mantenere la temperatura sotto l’aumento dei 2°C.

Di fondamentale importanza è il ripristino degli ecosistemi. Alcuni ricercatori prevedono che, per assorbire quasi la metà del biossido di carbonio che si è accumulato fin dalla Rivoluzione industriale e scongiurare il 70% della perdita di biodiversità, sia sufficiente restituire il 30% dei terreni agricoli alla natura. Eccessivo? Secondo i loro calcoli, gli attuali livelli di produzione alimentare potrebbero essere mantenuti rinunciando fino al 55% dei terreni agricoli. Basterebbe utilizzare i rimanenti in modo più efficace e sostenibile.

Il punto non è (solo) piantare alberi. Quello del ripristino degli ecosistemi è già un movimento globale, fatto di progetti che spesso partono dal basso, sostenuti dalle evidenze scientifiche e dai progressi (ma anche dagli errori) dei singoli partecipanti. C’è però bisogno di un forte e deciso appoggio politico e di regolamenti al passo con i tempi, che sappiano guardare avanti e pensare fuori dagli schemi.

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