Il deserto che avanza

 -  - 


Cos’è il degrado del suolo e cosa stiamo facendo per combatterlo

Nella regione africana del Sahel, una delle zone più povere del pianeta, da più di dieci anni la comunità internazionale collabora per arginare l’avanzata del deserto del Sahara. L’ambizioso progetto prende il nome di Great Green Wall, la “grande muraglia verde”, che, secondo i progetti, si estenderà per 8000 chilometri, l’intera ampiezza del continente africano. Nato con l’intento di ripristinare 100 milioni di ettari di suolo degradato, si è nel tempo evoluto come un sistema di gestione sostenibile del suolo, dai risvolti positivi anche in campo socioeconomico.

Si propone, oggi, come insieme sinergico di soluzioni ai problemi che affliggono la regione: il cambiamento climatico, la siccità, la carestia, i conflitti e i fenomeni migratori. Dal 1970, il Sahel è tormentato da ricorrenti periodi di siccità, che hanno avuto effetti disastrosi sulle colture di cereali e sull’allevamento di bestiame. Gli anni ‘80 hanno portato forti carestie che hanno messo in ginocchio tutta la regione subsahariana. La popolazione cresce a tassi molto alti e parallelamente cresce la domanda di cibo. Nel corno d’Africa, 20 milioni di persone rischiano di morire di fame. Dello stesso ordine di grandezza le dimensioni dei flussi migratori previste per i prossimi vent’anni.

Il progetto del Great Green Wall ha l’ambizione di porsi in linea con 15 dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU. I risultati raggiunti finora dagli Stati partecipanti sono lodevoli: il Senegal ha piantato 12 milioni di alberi resistenti alla siccità; 10 milioni di ettari di suolo degradato ripristinati in Etiopia, 5 in Nigeria, 5 in Niger; in Burkina Faso, altri 3 milioni di ettari sono stati riscattati grazie a una tecnica agricola tradizionale, chiamata zaï. Tuttavia, ciò significa che solo il 4% dell’area prevista dal progetto è stata coperta e che, per raggiungere gli obiettivi entro la scadenza del 2030, sarà necessario moltiplicare l’impegno, anche finanziario, e migliorare i sistemi di monitoraggio.

Il degrado del suolo, però, non è un problema esclusivo dell’Africa. Con questo termine si intende la riduzione o perdita della produttività biologica o economica e della complessità del terreno. Si stima che le attività umane influenzino direttamente il 70% della superficie terrestre non coperta da ghiacci e che i costi economici del degrado del suolo e della desertificazione ammontino al 10% del PIL mondiale. L’erosione del suolo derivante dallo sfruttamento agricolo avanza a un ritmo dalle 10 alle 100 volte superiore a quello della rigenerazione del terreno.

Gli effetti sono devastanti. Ad oggi, la cattiva gestione del suolo agricolo su scala mondiale ha portato al degrado del suolo di un’area vasta il doppio della Cina. 24 miliardi di tonnellate di terra fertile vanno perse ogni anno. Si prevede che, entro il 2025, due terzi della popolazione mondiale vivranno in condizioni di stress idrico. Altri vent’anni, e 135 milioni di persone potrebbero venire sfollate come conseguenza della desertificazione.

A pagarne le conseguenze è anche il civilizzato mondo occidentale. In Europa, Portogallo, Ungheria, Balcani meridionali e Penisola iberica sono state le aree che hanno maggiormente subito gli effetti della siccità, che compromette la produttività di 121mila km2 di suolo agricolo. In Italia, un quinto del territorio nazionale è a rischio desertificazione.

Dall’iniziativa del Great Green Wall il vecchio continente avrebbe solo che da imparare. Non esiste infatti una strategia, a livello dell’Unione Europea, per far fronte alla desertificazione e al degrado del suolo. Le soluzioni scientifiche esistono e sono state già sperimentate su larga scala: restauro paesaggistico, gestione olistica, pascolo pianificato. Non resta che coordinare gli sforzi a livello internazionale.

7 recommended
bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.