I rischi di un futuro senza ghiacci

 -  - 


L’allarme per lo scioglimento dei ghiacciai, a livello mondiale, è stato lanciato da tempo. Sono almeno 40 anni, cioè da quando ci si appoggia all’ausilio della rilevazione telesatellitare, che gli scienziati ci avvisano dell’allarmante correlazione della minaccia del cambiamento climatico sulla criosfera, cioè sulle componenti ghiacciate del sistema Terra, quel 10 per cento dell’area terrestre che è coperta da ghiacciai o calotte glaciali. Tuttavia, le soluzioni messe in atto si limitano a tamponare il problema e ad arginarne le conseguenze a livello locale, come i teli geotessili che ricoprono il ghiacciaio Presena, mentre su scala globale le notizie sono sempre più allarmanti.

Il 20 giugno scorso, la città russa di Verkhoyansk, nel Circolo Polare Artico, ha sfiorato i 38 gradi centigradi. L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) specifica che, pur non essendo il clima caldo in estate un’eccezione nell’Artico, “la regione si sta scaldando due o tre volte di più rispetto alla media globale con un impatto sulla natura e sull’umanità su scala globale”.

Le conseguenze danno il via a un circolo vizioso sul quale è sempre più urgente (e contemporaneamente sempre più difficile) agire per interromperlo. La prima ripercussione è sul livello del mare: lo scioglimento dei ghiacci dell’Antartico potrebbe innalzare i livelli del mare fino a 58 centimetri entro la fine di questo secolo. Il tutto causato (e aggravato) dal cambiamento climatico, che, oltre ad agire direttamente sullo scioglimento dei ghiacci, spinge anche nell’Artico correnti più calde dall’oceano Atlantico, rendendo più difficoltosa la formazione dei ghiacci stessi.

Meno ghiacci (quindi una calotta glaciale dall’estensione ridotta) comporta anche meno superficie riflettente: una maggiore quantità di luce ed energia solare viene assorbita dalla superficie terrestre, inasprendo il surriscaldamento globale.

Le conseguenze a catena si complicano se si considera lo spostamento dei ghiacci lungo le correnti oceaniche. Quelli provenienti dal mare di Laptev, per esempio, trasportano attraverso l’Artico e fin nello stretto di Fram, tra la Groenlandia e le Svalbard, sostanze nutritive fondamentali per la sopravvivenza del plancton artico, che assorbe grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera.

I rischi riguardano anche la fauna selvatica e, inaspettatamente ma non meno tragicamente, la nostra stessa salute. Se, infatti, gli orsi polari, costretti a terra e a digiuni prolungati, rischiano l’estinzione entro il 2100, lo scioglimento dei ghiacci espone anche all’aria gli strati più antichi e profondi del permafrost, con una doppia conseguenza dannosa: il rilascio nell’atmosfera di ingenti quantità di anidride carbonica e il potenziale risveglio di microbi, batteri e virus dell’antichità crioconservati.

Il problema è reale e presente. Nel 2020 il ghiaccio marino ha raggiunto la seconda estensione minima più bassa che sia mai stata registrata, confermando una tendenza al ribasso che vede le 14 estensioni più basse registrate da quando ci sono i satelliti tutte concentrate negli ultimi 14 anni. Nel luglio scorso il 60% della superficie di ghiaccio della Groenlandia ha mostrato segni di fusione, causati dall’estrema ondata di caldo che in estate ha investito l’Europa centro-occidentale e la Scandinavia. Il che è ragione più che sufficiente per preoccuparsi: se tutto il ghiaccio della Groenlandia dovesse fondersi assisteremmo a un aumento del livello di mari e oceani di circa 6 metri.

Se finora il problema può essere visto come estraneo, o quantomeno distante, dalla situazione italiana, basti considerare il dato presentato da uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Aberystwyth, in Galles: il 92% dei 4.000 ghiacciai delle Alpi potrebbe sciogliersi entro la fine del secolo. Entro il 2050, sostengono i ricercatori, i ghiacciai al di sotto dei 3.500 metri potrebbero essersi già sciolti, con effetti a cascata sull’acqua potabile, i raccolti, l’irrigazione, i servizi igienico-sanitari e l’energia idroelettrica.

Lo scioglimento dei ghiacciai italiani è già in atto. Il ghiacciaio della Marmolada, nelle Dolomiti, potrebbe, secondo i glaciologi dell’Università di Padova, avere non più di 15 anni di vita. Le alte temperature hanno scatenato il processo, che ora è però accelerato dal fatto che, come spiega il prof. Mauro Varotto, il ghiacciaio “non è più un ‘sistema’ vivo: comincia a erodere la superficie e quando lo spessore è inferiore a 1-2 metri lo scioglimento aumenta”.

È sulle vette lombarde, e successivamente su tutte le Alpi, che è stato osservato per la prima volta il fenomeno del darkening, “lo scurimento dovuto all’inquinamento industriale, alla fuliggine degli incendi, ai detriti e alle polveri, per cui riflettono meno le radiazioni del sole”. È più che mai necessario intervenire rapidamente nella direzione di una significativa riduzione delle emissioni, in un quadro di azione che sia realmente in grado di invertire, o quantomeno rallentare, la tendenza al surriscaldamento globale.

17 recommended
bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.