Il futuro del Forum Sociale Mondiale

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In questi giorni (23-31 Gennaio) si tiene per via virtuale Il Foro Sociale Mondiale. Com’era nell’idea iniziale, coincide con il Foro Economico Mondiale, che si tiene anch’esso per via virtuale. Ovviamente il FEM vedrà una sfilata di Capi di Stato, ed altre personalità del mondo economico e corporativo; il FSM attivisti di varie organizzazioni della cosiddetta società civile.  Tuttavia, se i due Fori dovessero continuare per via virtuale, il FEM scomparirebbe, a differenza del FSM. La forza del FEM è che migliaia di imprenditori, politici che credono nel mercato come base della società, decine di accademici cantori della globalizzazione neoliberale, si frequentano per alcuni giorni, tessendo alleanze ed affari. Questa è la ragione per cui il Foro di Davos attira ormai più che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che sono state private dei due motori della globalizzazione: la finanza ed il commercio. Senza la possibilità di incontri personali, il FEM entrerebbe in una crisi esistenziale. Vista l’esperienza di questo Foro Sociale tuttora in corso, il FSM continuerebbe, pur per via virtuale.

Questo FSM elimina alcuni dubbi, sul futuro del FSM, che molti davano per morto. L’ultimo FSM, si è tenuto a Salvador de Bahia nel 2008. Abbiamo avuto un intervallo di tre anni, il più lungo nella storia del FSM.  Ma questo Foro ha avuto una partecipazione ed un entusiasmo, che dimostrano che il capitale storico di venti anni, esercita una capacità di convocazione imponente. Anche perché il FSM è una formula olistica, non tematica, che apre una tenda sotto la quale moltissime organizzazioni hanno uno spazio di incontro difficilmente sostituibile.

Questo Foro ha preso inizio con una marcia mondiale, convocata solo sei giorni prima, alla quale si calcola che abbiano partecipato, durante 24 ore, in successione di fusi orari, attivisti, di 40 Paesi. Ed al Foro si sono iscritti, sinora, circa 10.000 persone, che sono destinate ad aumentare con lo svolgersi del Foro. Il 23, ad esempio, vi sono stati 23.458 accessi al sito del FSM, di cui 23.000 per partecipare ad avvenimenti. Un numero indubbiamente ridotto rispetto ai fori con presenza fisica, ma che comunque è sufficiente a giustificare l’esistenza del FSM, perché rimane uno delle cifre più alte, delle convocazioni per via telematica.  Questo Foro si svolge con 643 seminari e riunioni generali, che dimostrano la ricchezza dei temi e degli impegni della società civile globale. Allo stesso tempo, è chiaro che il FSM attraversa una crisi interna, che non si risolverò prima del prossimo Foro con presenza fisica, che si potrebbe tenere in Messico o alla fine di quest’anno, o all’inizio del prossimo. Ma per capire la crisi, dobbiamo dedicare un poco di spazio alla storia del FSM.

Il primo Foro Sociale Mondiale del 2001 venne inaugurato nel nuovo millennio con un’affermazione coraggiosa: “Un mondo diverso è possibile”. Quell’incontro a Porto Alegre, Brasile, rappresentava un’alternativa ed una sfida al Foro Economico Mondiale, che si stava svolgendo nello stesso momento ad un oceano di distanza, sulle Alpi nevose di Davos, Svizzera. Luogo per élites di potere che stabilivano il corso dell’economia mondiale, il WEF (World Economic Forum) era allora e rimane a tutt’oggi, il simbolo della finanza globale, del capitalismo incontrollato e del controllo della politica da parte delle multinazionali.

Il WSF, di contro, fu creato per essere un’arena di discussione nella quale dare voce alla base della società civile, cercando una dimensione globale. . L’idea cominciò durante una cena ,  nel 1999 a Parigi, di due attivisti brasiliani, Oded Grajew, che stava lavorando nel campo della responsabilità sociale delle imprese, e Chico Whitaker, segretario esecutivo della Commissione di Giustizia e Pace, un’iniziativa della Chiesa Cattolica Brasiliana. Incensati dall’onnipresente e acritica copertura delle notizie di Davos, che vedevano nei telegiornali dei loro alberghi, decisero di convocare una conferenza alternativa a Davos.  I due si incontrarono con Bernard Cassen, editore di Le Monde Diplomatique, che li incoraggiò ad organizzare un contro-Davos nel Global South, e non in Europa, come loro avevano pensato.  Con l’appoggio del governo di Rio Grande do Sul, un comitato di otto organizzazioni brasiliane lanciò il primo WSF. Ci si aspettava che sarebbero state presenti circa 3.000 persone (lo stesso numero di Davos), invece per sei giorni si recarono a Porto Alegre 20.000 attivisti da tutto il mondo per organizzare e condividere le loro visioni.

Gli incontri annuali del WSF riscossero un grande successo, registrando invariabilmente quasi 100.000 partecipanti (anche fino ad arrivare ai 150.000 nel 2005). Successivamente, gli incontri vennero trasferiti fuori dall’America Latina, prima a Mumbai nel 2004, a cui parteciparono anche 20.000 Dalit, successivamente a Caracas, Nairobi, Dakar, Tunisi e Montreal. Nel corso degli anni furono create altre due formule – i Fori Sociali regionali e i Fori Sociali Tematici – ad integrare l’incontro centrale annuale, e in molti paesi si tennero i Fori Locali. Il WSF ha riunito nei venti  anni milioni di persone,  disposte a pagarsi il viaggio e le spese di alloggio per condividere le loro esperienze e i sogni collettivi per un mondo migliore.

La Carta dei Principi del WSF, stilata dal comitato organizzativo del primo Foro e adottata durante lo stesso evento, rifletteva questi sogni. La Carta presenta una visione dei gruppi di società civile profondamente interconnessi tra di loro, che collaborano per creare nuove alternative al capitalismo neoliberale, radicate nei “diritti umani, nelle pratiche della vera democrazia, nella democrazia partecipativa, nelle relazioni pacifiste, in uguaglianza e solidarietà tra persone, etnie, generi e popoli”.

Il “come” realizzare qualsiasi visione era dibattuto sin dall’inizio. Il primo principio della Carta descrive il WSF come un “luogo di incontro aperto” che, secondo l’interpretazione dei fondatori brasiliani, precludeva la presa di posizioni sulle pressanti crisi mondiali. Questa resistenza all’azione politica collettiva relegò il WSF ad un luogo di dibattito autoreferenziale, piuttosto che farne un corpo capace di operare una vera azione nell’arena internazionale.

Non sempre fu proprio così. Infatti, nel 2002 il Forum Sociale Europeo fece un appello per una protesta di massa contro l’incombente invasione dell’Iraq da parte degli USA e il successivo Forum del 2003 giocò un ruolo fondamentale nell’organizzazione della giornata di azione contro la invasione americana, che vide 15.000.000 di persone protestare nelle strade di 800 città in tutti i continenti – la più grande manifestazione della storia a quel tempo. Ad ogni modo, gli organizzatori brasiliani del WSF, non interessati a questo percorso, portarono avanti il cammino del cosiddetto “spazio aperto”: il FSM non è un attore, ma uno spazio dove ci si incontra, e si scambiano esperienze ed idee, uno spazio aperto dal quale tutti escono più motivati ed informati; ma il FSM come tale non può prendere decisioni. Le organizzazioni che si incontrano in questo spazio aperto, sono libere di agire sulla base della loro responsabilità, e delle alleanze che adottano nello spazio aperto. Ma il FSM non può adottare azioni o prendere decisione, come tale.

IL primo problema del Foro è come è nata la sua governanza. Dopo il primo Foro di Porto Alegre,  il Comitato  Brasiliano convocò una riunione consultiva a Sao Paolo per discutere il modo migliore per portare avanti il WSF. Invitò numerose organizzazioni internazionali e nel secondo giorno nominò tutti i presenti, membri del Consiglio Internazionale. Molte organizzazioni importanti, che non erano interessate a questa consulta, rimasero così fuori dal Consiglio e quelle che invece avevano presenziato erano per la maggior parte dall’Europa e dalle Americhe. Negli anni seguenti gli sforzi per cambiare la composizione del Consiglio, riequilibrandolo per regioni ed una maggior presenza di organizzazioni sociali, non andò lontano. Molte organizzazioni volevano essere rappresentate nel Consiglio, ma perché vedevano in questo un titolo di onore. il Consiglio divenne presto una lunga lista di nomi (molti inattivi) , che cambiavano ad ogni riunione. Nonostante le ripetute richieste da parte delle organizzazioni che partecipavano, i fondatori brasiliani si sono rifiutati di rivedere la Carta, difendendola come un testo immutabile, piuttosto che un documento nato in un particolare contesto storico.

Alcuni di noi, che hanno partecipato sin dall’inizio, credono che la formula dello spazio aperto era valida venti anni fa. Il mondo è profondamente cambiato. Simbolica è la presenza di Bolsonaro in Brasile, che nessuno avrebbe immaginato, come il quadriennio di Trump (con il Trumpismo che è lontano dallo scomparire). Nessuno in Europa avrebbe immaginato la Brexit, o Orban. Oggi sono  Erdogan, Johnson, Modi, Nethayanu,  Duarte,  Duterte, i Salvini in agguato, che hanno sostituito i cantori della globalizzazione neoliberale, per una versione nazionalista, xenofoba e sovranista di una ondata populista di destra, che sfrutta i danni provocati dalla Globalizzazione neoliberale. Una ondata che si basa sulla paura, aperta dalla crisi finanziaria del 2.008 .Sino  allora, (ad eccezione del caso Le Pen) la estrema destra non esisteva come forza politica. La teoria del mercato come centro della società nasce con la caduta del muro di Berlino. Ora che il pericolo comunista è scomparso, il capitalismo può darsi al massimo profitto senza limiti. Tutte le spese sociali sono improduttive, le organizzazioni sociali vincoli da eliminare. Gli storici dicono che due grandi motori della storia sono la cupidigia e la paura. Abbiamo avuto un decennio di cupidigia, dal 1989 al 2008, seguito da un altro decennio di paura. Nel frattempo, grazie alle teorie di Tony Blair, la socialdemocrazia ha perso ogni credibilità con il mondo dei lavoratoti, che oggi vedono nella destra populista chi difende la loro perdita di una vita degna, di una volta.In tutto questo profondo processo di trasformazione, il Foro Sociale non ha mai fatto sentire la sua voce. Le centinaia di migliaia di partecipanti erano la prova di come questo processo venisse sentito in modo profondo e partecipativo. Ma incontrarsi, discutere e condividere, è un processo interno, endogamico, mentre nel mondo la crisi mobilizzava milioni di persone, con una assenza totale del FSM. Basta ricordare le tre grandi ultime mobilizzazioni: quella della tragedia ambientale, quella della dignità della donna, Mee Too, e quella contro il razzismo, Black Lives Matter. Il FSM è scomparso dalla coscienza della società, dai media, e dalle agende delle organizzazioni impegniate nell’azione. Ma se chiama un Foro, la partecipazione dimostra che è ancora un nome magico.Siamo però ad un bivio. Un gruppo di membri del Cnsiglio Internazionale, il teorico organo di governo, abbiamo dato vita a un Gruppo Rinnovatore, che organizza Gruppi di Riflessione, per dibattere come portare avanti il Foro. Siamo conviti che, senza aggiornamenti, il Foro, ancora capace di convocare attivisti di tutto il mondo, continuerebbe il suo cammino verso la marginalità e la irrilevanza. Le nostre riunioni chiedono che si passi da “spazio di incontro” a “Spazio di incontro e di azione”. Restare solo uno spazio di incontro interno, autoreferente, lontano alla politica, significa ignorare la urgente necessità d’azione del nostro tempo.Le riforme che sottoponiamo a dibattito sono molto semplici. La prima, che il FSM possa decidere  azioni su temi ed avvenimenti nel mondo. L’obiezione dei fondatori è che questo porta necessariamente a divisioni, e che ci avvicina al metodo dei partiti politici, che hanno dimostrato i loro grandi limiti. Anche perché nel FSM non si può votare, Si deve procedere per unanimità. La nostra risposta è che l’esperienza dimostra che questo metodo serve solo a bloccare qualsiasi iniziativa, perché basta una sola persona, per annullare la volontà di tutti. Chiediamo quindi che, nel caso in cui non si raggiunge   unanimità, si voti con un quoziente altissimo, magari l’80 o il 90 per cento, per essere sicuri che la decisione rappresenti una maggioranza reale e chiaramente rappresentativa.La seconda, che si rinnovi profondamente il Consiglio Internazionale, nel quale meno di un terzo delle organizzazioni partecipano realmente. E che si dia spazio a giovani, a equilibri di generi, di regioni, e soprattutto di organizzazioni sociali e di larga partecipazione, insieme alla creazione di organizzazioni di livello regionale. Non è possibile avere un CI dove l’età media è di oltre 55 anni, dove il Brasile, l’America Latina e l’Europa costituiscano la grande maggioranza.La terza è che si deve eleggere un organismo che si riunisca quando lo consideri necessario, per analizzare avvenimenti che rafforzano il capitalismo, il patriarcato, la distruzione del pianeta, guerre ed armamenti, gli intollerabili squilibri sociali, il prosperare della finanza incontrollata, e gli altri avvenimenti frutto della crisi crescente de sistema imperante, per emettere posizioni del FSM, e se necessario convocare manifestazioni, o decidere di partecipare a mobilizzazioni in atto. Questo organismo, basato su tutte le diversità possibili, dovrebbe essere composto da un numero sufficientemente rappresentativo (ad esempio 24), per un periodo di 2 anni, non rieleggibile.Ovviamente questo scalza dal potere coloro che per 20 anni, utilizzando il consenso come veto  e la mancanza di azione, e quindi di dibattito reale, si sono mantenuti come il potere occulto  del Foro. La loro negazione costante a qualsiasi cambio, e del fare della Carta di Principi non un documento storico, ma un testo biblico intoccabile, portano oggi il FSM ad un bivio ineludibile. O nulla cambia, o il FSM si aggiorna. A Messico, una decisione sarà inevitabile. E si saprà quale è il futuro del FSM, che non può vivere a lungo do glorie passate….

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