Di rifiuti radioattivi e altri affanni

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L’avvio del processo di costruzione del Sito unico nazionale di stoccaggio permanente dei rifiuti nucleari è occasione per un discorso più ampio sulle attività umane e le loro eredità

Sono passati 87 anni dalla prima scissione dell’atomo, 35 dal disastro di Chernobyl. Eppure, è proprio in questo breve lasso di tempo, in questo battito di ciglia della storia umana, che l’uomo ha creato qualcosa che sopravvivrà a lui stesso e a molte generazioni a venire: i rifiuti nucleari. Il reattore n° 4 di Chernobyl, si stima, rimarrà pericoloso per decine di migliaia di anni. Ciò pone questioni dalla rilevanza fondamentale ma dagli sviluppi poco prevedibili.

Ha preso il via a inizio gennaio la procedura che porterà alla costruzione del Sito unico nazionale di stoccaggio permanente dei rifiuti nucleari. 150 ettari, un Complesso Stoccaggio Alta Attività (CSA), un Parco Tecnologico. Il processo è gestito da Sogin, la società di Stato responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi.

Il deposito nazionale, il cui completamento è previsto entro il 2025, ospiterà esclusivamente rifiuti radioattivi prodotti nel nostro Paese e sarà dotato di una struttura a matrioska: speciali contenitori metallici (“manufatti”) proteggeranno i rifiuti radioattivi e saranno coperti da altri tre strati, nell’ordine una barriera di calcestruzzo speciale, un’ulteriore barriera, chiamata cella, realizzata in cemento armato e una collina artificiale.

Sogin ha reso pubblica la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), che illustra i 67 luoghi ritenuti idonei ad ospitare il deposito, tra i quali i 12 più adatti si trovano in provincia di Torino, Alessandria, Viterbo. Il processo di selezione si è svolto su scala nazionale, per esclusione, secondo criteri quali l’alta densità abitativa, il rischio sismico e idrogeologico, la presenza di siti Unesco o aree protette, l’altitudine e la presenza di versanti ad elevata pendenza.

Si è aperta ora una fase di consultazione dei documenti, 60 giorni (ma fin da subito si è parlato di emendamenti per allungare i tempi) per formulare osservazioni e proposte tecniche in forma scritta. Seguirà una fase di raccolta di manifestazione d’interesse volontaria, motivate dai possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere. Se non perverranno sufficienti candidature, si apriranno trattative bilaterali per trovare una soluzione condivisa. E se nemmeno queste dovessero condurre a un esito soddisfacente, il ministero dello Sviluppo economico interverrà individuando l’area con un decreto.

I territori interessati non hanno tardato a esprimere la propria opposizione al progetto. I comuni hanno lamentato, oltre al resto, la mancanza di comunicazione tra Stato e Regioni nel corso dell’intero processo. Le associazioni ambientaliste hanno chiesto di lavorare alla costruzione di un Sito unico europeo e di sfruttare i siti già esistenti sul territorio nazionale, da mettere in sicurezza e sottoporre a procedure di Valutazione Ambientale Strategica (VAS).

Sogin fa presente, a proposito, che “né i depositi temporanei né i siti che li ospitano sono idonei alla sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi”. La loro vita di progetto, infatti, ammonta a circa 50 anni, mentre i rifiuti radioattivi devono essere messi in sicurezza per almeno tre secoli. Ciò non toglie la necessità di un vero percorso partecipato, di aperta e sincera comunicazione da parte di tutti gli attori interessati.

L’isolamento dei rifiuti dall’ambiente sarà in ogni caso garantita a lungo termine nel sito nazionale di stoccaggio, pensato per resistere a una vasta gamma di incidenti. Un costante monitoraggio verificherà anche la qualità dell’acqua, dell’aria e della catena alimentare, da prima della fase di costruzione e anche dopo la chiusura. Tutte le procedure di sicurezza e sostenibilità saranno rispettate.

Nonostante il diffuso interesse nell’energia nucleare come fonte di energia a basse emissioni di carbonio, la longevità dei rifiuti radioattivi pone infatti non pochi problemi dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Si stima che, a livello globale, 22000 metri cubi di rifiuti solidi ad alta radioattività siano accumulati in magazzini temporanei ma non smaltiti in modo permanente. Negli anni, autorità inglesi, americane e russe, tra le altre, hanno gettato più di 150000 tonnellate di rifiuti a bassa radioattività in mare e nei fiumi.

Si ritiene, al momento, che la migliore tecnica di smaltimento sia seppellirli a grandi profondità. Recenti esperimenti hanno mostrato che le ultime tecnologie nel campo della fratturazione idraulica del petrolio potrebbero fornire un inaspettato aiuto tecnologico in tal senso, riducendo allo stesso tempo di due terzi i costi necessari allo smaltimento. Un contributo viene anche dalla chimica: alcuni ricercatori hanno notato che il batterio Gloeomargarita lithophora è particolarmente abile nel risucchiare gli isotopi radioattivi radio 226 e stronzio 90.

L’umanità si trova di fronte a un dilemma strutturale senza precedenti: non c’è modo di comunicare efficacemente alle future generazioni (specialmente quelle più lontane alle nostra) l’esistenza e la pericolosità dei rifiuti radioattivi. I rischi, per l’ambiente e per la salute umana, si estenderanno per periodi ben oltre la nostra capacità di comprensione. Se, nel prossimo millennio, qualcosa dovesse andare storto nel sottosuolo, le generazioni future rischierebbero gradi di inquinamento altamente diffusi.

È in questa cornice che l’avvio delle procedure di costruzione del Sito unico nazionale di stoccaggio permanente dei rifiuti nucleari va visto come una (tardiva ma nondimeno necessaria) assunzione di responsabilità da parte del governo. È di vitale importanza per lo Stato mantenere un dialogo aperto e illustrare con trasparenza i rischi, specialmente il rischio di una mancata gestione dei rifiuti, ora stoccati in depositi temporanei inadatti allo smaltimento definitivo.

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