Il Venezuela e le conseguenze del populismo

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Il Venezuela è un Paese immensamente ricco di risorse naturali, con una superficie di 916.445 km2, tre volte l’Italia, e una popolazione stimata nel 2019 di 28,5 milioni di persone, di cui, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), 7 milioni sono emigrati negli ultimi 2 anni. Ha le più ampie riserve di petrolio del mondo, più dell’Arabia Saudita e di altri grandi produttori. Tuttavia, oggi è fuori dai primi dieci Paesi esportatori di petrolio. Le cifre dell’economia sono drammatiche, con una caduta stimata dalla Commissione economica per l’America Latina (CEPAL) del 30% del PIL entro il 2020, un’inflazione del 2.959,8% (datosmacro.com) e un tasso di disoccupazione stimato a quasi il 50% dal Fondo monetario internazionale (FMI).

Il governo ha sospeso le indagini sulla povertà, ma le misurazioni basate sul reddito effettuate da due università venezuelane mostrano che il 96% della popolazione è povero, e il 79% ‒ come riportato in El País l’8 luglio 2020 ‒ vive in estrema povertà.

È vero che l’economia venezuelana è stata pesantemente colpita dalle sanzioni volute dall’ex presidente statunitense Donald Trump e ha subito i contraccolpi delle fallite operazioni di destabilizzazione promosse da Washington insieme ai governi di Colombia, Brasile e Cile principalmente, ma questo non basta a spiegare il degrado della qualità della vita e lo sgretolamento di un Paese, delle sue istituzioni e di una società che era tra le più avanzate dell’America Latina. La risposta va cercata nel petrolio e nella pioggia di dollari che ha cominciato a riversarsi nel Paese a partire dal secolo scorso, dove ha trovato istituzioni democratiche deboli, un sistema giudiziario cooptato dai governi e quello politico divorato dalla corruzione. Questo ha portato all’esplosione sociale del 1989, che ha lasciato centinaia di morti nelle strade nel cosiddetto Caracazo e si è concluso nel 1993 con la rimozione del presidente Carlos Andrés Pérez, dopo due tentativi di colpo di Stato, uno dei quali promosso dal comandante Hugo Chávez.

Non esiste una definizione univoca di populismo, tuttavia, è chiaro che esso si sviluppa quando c’è un divario crescente tra la classe politica, l’élite al potere e la cittadinanza, cioè quando il sistema è delegittimato e sorge un malessere che può approfittare di un vuoto di potere. È allora che arriva il momento del leader audace e carismatico, che pretende di interpretare il sentimento popolare, i sogni e le aspirazioni delle persone, promettendo di porre fine agli abusi, alla corruzione, di scacciare i cattivi politici, di dedicarsi al popolo amato. Diventa un personaggio accattivante, che comincia ad essere seguito dalle masse. È stato così nel caso di Hugo Chávez, che dopo aver scontato 2 anni di carcere per sedizione ne uscì come vittima e leader. La sua ascesa fu inarrestabile, vincendo le elezioni presidenziali del 1998 con il 56% dei voti. L’anno seguente chiese la convocazione di un’Assemblea costituente, ottenendo un sostegno del 90% e poi l’approvazione della nuova Costituzione con il 72% dei consensi.

Ha così istituito un sistema unicamerale, permesso la rielezione immediata del presidente, introdotto il voto per le forze armate, e cambiato il nome del Paese in Repubblica Bolivariana del Venezuela, in omaggio al liberatore Simón Bolívar. Nel 2000 Chávez fu poi rieletto con il 60% dei voti. Nel 2004 tenne un referendum per chiedere che gli fosse consentito di rimanere al potere e ottenne il 59% dei consensi. Nel 2006 vinse con il 62%, mentre il candidato dell’opposizione, Manuel Rosales, ottenne il 37%. In quell’occasione il presidente disse che avrebbe condotto il Venezuela al «socialismo del XXI secolo». Nel 2012 sconfisse Henrique Capriles con il 55,07% dei voti.

In 14 anni di governo, l’ex presidente Chávez ha vinto 14 elezioni presidenziali, legislative e governative, fino alla sua morte nel 2013. Il sostegno popolare a Chávez è stato il risultato di un preesistente sistema intriso di corruzione, che ha spinto la gente a fidarsi di un leader portatore di un discorso nazionalista e antimperialista.

La popolarità di Chávez ha conquistato gran parte della sinistra latinoamericana, che lo ha trasformato in un eroe rivoluzionario, e le simpatie di alcuni partiti populisti europei, come il Movimento 5 stelle in Italia, che secondo alcune fonti avrebbe anche ricevuto finanziamenti dal Venezuela. Chávez non ha risparmiato accuse pesanti al presidente degli Stati Uniti Bush, che nel 2006 definì «Mister pericolo, assassino, genocida, codardo e alcolizzato», e alla cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha accusato di rappresentare «la destra tedesca, la stessa che ha sostenuto Hitler e il fascismo». Dell’ex presidente peruviano, il defunto Alan García, disse che era «un ladro, un giocatore d’azzardo».

Favorito dagli alti prezzi del petrolio, il braccio economico del populismo di Chávez ha esteso le sue ramificazioni ad altri Paesi della regione. Così, nel 2005 è nato un importante strumento di politica estera del Venezuela: Petrocaribe, un’alleanza di 14 Paesi che ottengono così petrolio a prezzi di favore, con fondi rimborsabili in 25 anni e interessi minimi, o in cambio di cibo e servizi, come nel caso delle economie impoverite di Cuba, Nicaragua e delle piccole isole del Mar dei Caraibi. Con questa forma di diplomazia del petrolio, il Venezuela si è assicurato l’appoggio incondizionato di questi Paesi nelle organizzazioni multilaterali e specialmente nel sistema interamericano. Inoltre, ha stabilito solide alleanze con la Russia e la Cina, Paesi con i quali ha contratto un enorme debito acquistando tecnologia per uso nel campo petrolifero e attrezzature militari. In America Latina è diventato uno dei leader politici più in vista, al fianco dei presidenti Kirchner, Lula, Correa, Morales e Bachelet, sostenendo tra gli altri la creazione dell’UNASURe favorendo l’integrazione politica in un ciclo, poi terminato ma che sembrava dovesse durare molti anni.

Il più grande errore del defunto presidente Chávez è stato quello di sottovalutare il potere di Washington e nominare come suo erede un politico senza visione e quindi incapace di affrontare le conseguenze della fine del ciclo di alti prezzi del petrolio in un Paese che non ha investito su nuovi settori e infrastrutture e non ha risparmiato per i tempi cattivi. L’opposizione interna è stata sostenuta e incoraggiata dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che hanno cercato il rovesciamento del regime di Maduro, arrivando all’assurdo di riconoscere un presidente che non lo è, come Juan Guaidó, o addirittura minacciando un intervento militare.

Il populismo ha una lunga storia nel mondo, non solo in America Latina, con leader che si sono presentati come alternative al capitalismo e al socialismo nel secolo scorso. Oggi vediamo gli esempi di Trump negli Stati Uniti, Jair Bolsonaroin Brasile, Viktor Orbán in Ungheria o Rodrigo Duterte nelle Filippine, per citarne alcuni. Hanno tutti un atteggiamento simile: stimolano il risentimento della gente contro l’élite, alimentano il nazionalismo e la xenofobia, sono nemici della globalizzazione e screditano la politica.

Nessuno può prevedere come finirà il governo di Maduro, che si è intanto trasformato in una dittatura de facto, ma ciò che è chiaro è che ricostruire il tessuto sociale del Venezuela richiederà molti anni, forse decenni. L’eredità del Comandante Chávez rimarrà nei libri di storia come un ulteriore esempio di un leader carismatico, convinto di condurre il suo popolo alla liberazione, allo sviluppo e al socialismo. Niente di tutto ciò è successo, e oggi c’è solo un sistema delegittimato, segnato da molteplici accuse di corruzione, violazione dei diritti umani, nessuna capacità produttiva, nessun investimento, carenza di cibo, un alto tasso di criminalità e, cosa ancor più grave, la disillusione e la disperazione del suo popolo.

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