Non solo microplastiche

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I mille e uno modi in cui stiamo mettendo a repentaglio la salute degli oceani – e perché, invece, dovremmo favorire uno sviluppo sostenibile

Oceano, non Terra: così dovrebbe chiamarsi il nostro Pianeta, che è composto al 71% da acque oceaniche. Eppure, nonostante l’estrema importanza rivestita dagli ecosistemi che ricoprono la gran parte della sua superficie, le minacce antropogeniche si sommano le une alle altre, con effetti combinati disastrosi.

Assai nota è la problematica delle microplastiche, minuscoli frammenti di plastica, più piccoli di 5 millimetri, riversati nelle acque oceaniche. Recenti stime parlano di 8,3 milioni di particelle per metro cubo di acqua e di 14 milioni di tonnellate sedimentate sui fondali. Non è un’esagerazione affermare che il nostro Pianeta sia ricoperto di plastica da cima a fondo: residui sono stati trovati sia sulla vetta dell’Everest che nella Fossa delle Marianne. E su tutto ciò che sta in mezzo: nel ghiaccio artico, nella pioggia, nel cibo che mangiamo (non solo il pesce, ma anche frutta e verdura), nelle acque reflue, nelle acque potabili e perfino nella placenta umana.

I numeri complessivi sono talmente ampi che è difficile farsene un’immagine precisa: secondo le stime, ogni anno si riversano negli oceani 8 milioni di tonnellate di plastica, che vanno ad aggiungersi ai circa 150 milioni di tonnellate già presenti.

È complesso anche elencare in modo esaustivo le fonti di provenienza. Alcune si sono rivelate difficilmente prevedibili anche per gli scienziati, come nel caso delle microplastiche nel Mar Glaciale Artico. Il 92% di queste ultime, infatti, si è rivelato essere composto di fibre sintetiche, specialmente poliestere, ovvero il materiale principe del settore abbigliamento. Considerate le dinamiche delle correnti oceaniche e il fatto che un singolo capo di abbigliamento può rilasciare milioni di fibre durante un tipico lavaggio domestico, possiamo iniziare a fare mea culpa: sono infatti le lavatrici di Europa e Nord America che contaminano le acque del Polo Nord.

Le microplastiche, per quanto siano un problema esteso e ormai fuori controllo, non sono le sole a minacciare i nostri oceani. Gli ecosistemi oceanici sono infatti messi a repentaglio anche da altre attività antropiche, come la pesca eccessiva e lo sviluppo selvaggio lungo le coste.

La prima è una grave minaccia per gli habitat oceanici e la biodiversità, con conseguenze negative per la sicurezza alimentare, il turismo, l’economia e la salute di tutte le popolazioni coinvolte. Circa il 90% degli stock ittici marini è oggi sfruttato o sovrasfruttato ed esiste il rischio reale del collasso della pesca commerciale entro il 2050.

Il secondo consiste nella distruzione delle barriere coralline, dei prati di fanerogame, delle paludi salmastre e delle foreste di mangrovie, tutti habitat chiave per l’oceano e non solo: forniscono anche servizi ecosistemici fondamentali per la sopravvivenza umana. Solo alle barriere coralline è legata, al mondo, la vita di mezzo miliardo di persone in 50 nazioni, per sostentamento, pesca e turismo.

Lo sbiancamento dei coralli, strettamente legato all’aumento della temperatura delle acque oceaniche, è solo il preludio di una lunga serie di conseguenze ambientali a catena: quando muoiono le barriere coralline, che, per come le conosciamo, sono il risultato di 240 milioni di anni di evoluzione, scompaiono tutte le specie ad esse associate. Il 50% delle barriere coralline nel mondo è già morto e gli scenari peggiori prevedono una completa scomparsa di questi ricchi ecosistemi entro il 2070.

Un altro problema, ampiamente sottovalutato, ma dagli effetti catastrofici, è quello dell’inquinamento acustico. Gli oceani sono stati trasformati, dall’azione dell’uomo, in posti incredibilimente rumorosi per la fauna selvatica. Il rumore antropogenico copre spesso i paesaggi sonori, fondamentali per la loro sopravvivenza. Se molte specie sono in grado di spostarsi per evitarlo (causando però una maggiore competizione per un minore range di risorse), altrettante sono impossibilitate a muoversi e si ritrovano sottoposte ad altissimi livelli di stress.

Le soluzioni esistono, nonostante il riconoscimento istituzionale tardi spesso ad arrivare (il 14° obiettivo ONU per lo sviluppo sostenibile, incentrato sulla vita sott’acqua, non menziona nemmeno l’inquinamento acustico). Basterebbe che le navi rallentassero, modificassero le rotte di navigazione per evitare aree sensibili e sostituissero i propulsori.

Similmente, esistono, se non soluzioni facilmente percorribili, almeno linee guida sulle quali impostare l’azione politica, anche per gli altri punti critici sopra elencati. Interventi efficaci dovrebbero includere l’effettivo divieto della pesca illegale e il passaggio a una pesca più sostenibile, l’istituzione di aree marine protette (sulla falsariga del non così ambizioso obiettivo del “30×30” di Biden, ovvero l’impegno a proteggere il 30% del territorio e degli oceani statunitensi entro il 2030) e l’implementazione delle più avanzate tecnologie per il filtraggio delle microplastiche.

Si tratta, per esempio, di tecnologie che spingono le microplastiche a raggrumarsi, formando composti che possono poi essere efficacemente filtrati. Oppure di ceppi di batteri capaci di scomporre i materiali sintetici e perfino mangiare i rifiuti plastici. Altri metodi in via di sviluppo sono schermi caricati staticamente per catturare particelle di plastica o filtri di cellulosa in grado di catturare anche le nanoplastiche, sottili fino a 0,1 micron.

Le Nazioni Unite hanno scelto di dedicare il decennio 2021-2030 alle scienze del mare per lo sviluppo sostenibile: un segno positivo nella giusta direzione? Ai posteri l’ardua sentenza.

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