Tibet: il paradiso perduto

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Pochi giorni fa, il 10 marzo 2021, si è celebrato nel disinteresse quasi generale, il sessantaduesimo anniversario della rivolta del popolo tibetano contro l’occupazione cinese. Sessantadue anni prima, il 7 ottobre 1950, l’esercito di Pechino aveva invaso l’altipiano Tibetano per secoli governato da una comunità di monaci guidati dal Dalai Lama secondo le regole professate dalla religione buddhista.

Fu una strage. L’esercito cinese, forte di migliaia di uomini e dotato di armi avanzate, decimò la popolazione composta da circa due milioni di persone, che viveva quasi separata dal resto del mondo, sulle alture più estreme a ridosso della catena dell’Himalaya. I metodi repressivi che la Cina ha praticato contro la popolazione buddista del Tibet sono stati trasferiti alle nazionalità musulmane dello Xinjiang

Una colonizzazione che dura da oltre 60 anni e che ha prodotto effetti nefasti su un territorio incontaminato e considerato dagli scienziati “il Terzo polo della Terra”, in virtù delle immense ricchezze naturali presenti nel suo territorio, a cominciare dalle sorgenti degli innumerevoli corsi d’acqua che scaturiscono dai ghiacciai  e che irrorano di vita intere regioni, costituendo l’indispensabile linfa di sostentamento per oltre un miliardo di persone che vivono nell’area del sud-est asiatico.

La brutalità del Governo centrale cinese si è acuita negli ultimi anni, quando Pechino ha scoperto nuovi giacimenti di minerali e ha abbattuto le poche foreste di conifere ancora esistenti per alimentare le velleità di crescita dell’Impero del Dragone, contaminando così un intero ecosistema e contribuendo al mutamento climatico globale. Una politica che ha portato alla morte di oltre un milione di persone e alla cancellazione sistematica del patrimonio storico e culturale tibetano d’inestimabile valore. Oltre 6mila monumenti sono stati distrutti e la tradizione orale tibetana è stata quasi completamente cancellata. Tuttora Pechino proibisce l’insegnamento del Buddhismo, imponendo sanzioni durissime ai pochi che hanno il coraggio di difendere le proprie tradizioni. Migliaia di dissidenti religiosi e politici sono stati deportati in Cina per essere utilizzati nei campi di lavoro dove sono all’ordine del giorno torture e angherie di ogni tipo.

La stessa sorte toccata ad un altro popolo annesso alla sfera d’influenza cinese, quello degli uiguri dello Xinjiang, dove migliaia di dissidenti sono costretti ai lavori forzati e la cui terra è sempre più sommersa da rifiuti provenienti dalle altri regioni della Cina. La strategia di Pechino è chiara: deportare la popolazione locale e poi installare basi militari e discariche di materiale altamente tossico affinchè non si possano più creare le condizioni di vita normale per le popolazioni autoctone. Una buona parte dell’arsenale missilistico della Repubblica Popolare cinese infatti è stoccato tra le montagne del Tibet, mentre gli esperimenti nucleari, con le relative esplosioni altamente radioattive sono state effettuate proprio nella regione musulmana dello Xinjiang, contaminando per decenni decine di chilometri quadrati resi spettrali.

Crimini contro l’umanità che Pechino sistematicamente ignora, così come è blanda la risposta della comunità internazionale, interessata a fare affari con la Cina, diventata la fabbrica del mondo, che negli ultimi decenni ha consentito a migliaia di multinazionali d’istallare le proprie attività sul suo territorio in virtù del bassissimo costo del lavoro e della mancanza di diritti dei lavoratori. Un atteggiamento ipocrita che solo la crescente preoccupazione per la crescente potenza di Pechino sta mettendo in discussione. A cominciare dai delicatissimi dossier sulla rete 5G e l’atteggiamento opaco tenuto dal Governo di Pechino sulla diffusione dell’epidemia Covid-19 partita dalla città cinese di Wuhan.

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