La sottile linea rossa tra sviluppo, benessere e sostenibilità

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Se la scarsità delle risorse è un concetto noto in economia, le problematiche ambientali hanno invece fatto il loro ingresso solo in tempi relativamente recenti

Con il clamore mediatico (seppur intermittente e, spesso, inconcludente) che coinvolge oggi il climate change, è difficile rendersi conto che, come ci spiega la professoressa Manuela Ciani Scarnicci, docente di Economia presso l’Università eCampus, “il rapporto tra economia, ambiente e scarsità delle risorse è una problematica recente: l’uomo non si è reso pienamente conto delle problematiche ambientali prima del 1960”.

Nonostante, infatti, problemi come l’inquinamento atmosferico siano presenti, anche in maniera massiccia, fin dalla Rivoluzione Industriale (si pensi al “fumo di Londra”), prima della seconda metà del Novecento non si ha avuto coscienza del fenomeno nel suo complesso e si è agito in un’ottica di risoluzione dei singoli aspetti della problematica ambientale (come i “polmoni verdi” progettati al tempo all’interno del perimetro cittadino della capitale britannica per lenire i disturbi respiratori causati dall’inquinamento).

Ci si può, in particolare, appoggiare alle teorie di due illustri economisti per spiegare le radici teoriche del problema: Thomas Robert Malthus (1766-1834) e William Stanley Jevons (1835-1882). Il primo, con la formulazione di una legge che viene oggi ricordata con il suo nome, affermò che, come riassume Ciani Scarnicci, “la popolazione cresce più velocemente delle risorse”.

Il secondo, sulla base dell’osservazione che il consumo di carbone in Inghilterra era cresciuto dopo che James Watt aveva introdotto il motore a vapore, alimentato a carbone, formulò una teoria secondo la quale i miglioramenti tecnologici che aumentano l’efficienza di una risorsa possono fare aumentare il consumo di quella risorsa, anziché diminuirlo.

La conclusione? Due processi che sembrano, ai nostri giorni, inarrestabili – la crescita della popolazione mondiale e l’avanzamento tecnologico -, sono treni in corsa contro la disponibilità di risorse e sono pertanto strettamente correlati alle dinamiche ambientali.

Come spiega Ciani Scarnicci, infatti, “abbiamo compromesso molte risorse in maniera non recuperabile – pensiamo solo alla problematica delle isole di plastica negli oceani, oppure alle zone completamente depauperizzate dall’agricoltura intensiva, alle zone desertificate che ora sono inutilizzabili nel settore agricolo, alle zone talmente inquinate che di alcune non è nemmeno possibile fare una bonifica”.

E conclude: “Ci siamo resi conto che il sistema lineare, così come lo conosciamo, non può andare avanti: le risorse sono scarse, c’è bisogno di una chiave di svolta”. È da qui che nasce l’esigenza di passare da un’economia lineare a una circolare, intesa come “un’economia di flussi di materie che rientrano nelle attività produttive”, grazie alla quale “si calcola di abbattere il 40% dei costi totali e di ottenere un risparmio di 500 miliardi di euro e un incremento del PIL del 4% al 2030”.

“Nell’economia circolare”, afferma Ciani Scarnicci, “si vede un nuovo modello di sviluppo, dal punto di vista non solo di una risoluzione alla problematica delle risorse scarse ma anche di una nuova competitività tra le imprese”. Nonostante gli innegabili vantaggi, tuttavia, “la transizione industriale è un procedimento lungo e costoso: bisogna cambiare il processo di produzione e ripensare il concetto stesso di prodotto e di risorsa”.

E non solo: la transizione verso l’economia circolare comporta anche, per le aziende, la scelta di abbracciare la cosiddetta Responsabilità sociale d’impresa (RSI), che è un cambiamento “a 360°: non solo un ripensamento del concetto di prodotto e di consumo, ma anche nuovi rapporti con gli stakeholder e migliori condizioni di lavoro”.

Una maggiore attenzione alla sostenibilità intesa in senso lato è necessaria non solo a livello microscopico, del panorama interno alle singole aziende, ma anche a livello macroscopico e internazionale: i concetti di benessere sociale e di sostenibilità ambientale si stanno lentamente facendo strada in strumenti importanti come gli indicatori macroeconomici.

Il PIL, spiega Scarnicci, è una “grandezza internazionalmente riconosciuta, necessaria per le comparazioni e per le politiche”. Cita Paul Samuelson quando la definisce “una di quelle misure aggregate senza le quali chi si occupa di orientare le politiche economiche si troverebbe sperduto in un mare di singoli dati, non organizzati, e non sarebbe in grado di stabilire il raggiungimento degli obiettivi economici”.

Tuttavia, non è esente da debolezze. Lo stesso Samuelson era solito scherzare dicendo che il PIL crolla quando un uomo sposa la sua cameriera: il PIL infatti aumenta, al contrario, quando la maggiore partecipazione femminile alla forza lavoro induce le famiglie ad affidare al mercato attività come la pulizia, il cucinare o la cura di bambini e anziani.

Inoltre, prosegue Ciani Scarnicci, “alcune categorie non sono inserite all’interno del PIL: pensiamo al lavoro casalingo o al mercato dell’usato, che riguarda le macchine così come il mercato immobiliare. C’è poi tutta la problematica del sommerso”. Infine, conclude, paradossalmente “un problema ambientale come l’inquinamento fa crescere il PIL a dismisura, a causa della spesa pubblica fatta per risanare la problematica”.

Si rende pertanto necessario “affiancare al PIL altri tipi di indicatori, che considerano l’ambiente e il benessere”. Nel nostro Paese è stato introdotto il BES (Benessere equo e sostenibile), “un esperimento tutto italiano, dal 2017 inserito anche nella politica: il nostro governo si è reso conto che il PIL non è l’unico indicatore utile per individuare le politiche economiche necessarie”.

Tra i domini del BES rientrano indicatori importanti: non solo lavoro, ma anche conciliazione del tempo di vita; non solo sicurezza, ma anche sicurezza percepita; e non solo benessere, ma anche benessere soggettivo. Fa il suo ingresso anche l’ambiente: “In una società sviluppata, dove la stretta sopravvivenza non è più fonte di preoccupazione diffusa, vengono presi in considerazione fattori come la qualità dell’aria, del cibo o del paesaggio e l’ambiente entra a far parte del nostro benessere”.

Il BES, conclude Ciani Scarnicci, “ha sicuramente alcune debolezze, tra cui la multidisciplinarità: ogni dominio ha al suo interno una serie di indicatori molto vari, per cui la raccolta dei dati, la comparazione e lo studio non sono processi immediati. Siamo però sulla buona strada: abbiamo capito che non dobbiamo guardare solo al reddito, ma a come stanno le persone, che è un discorso a 360°, dove l’ambiente ha un ruolo dominante”.

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