Equilibrio instabile

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Scelte strategiche di governo e fibrillazione dei partiti

Ogni settimana proviamo a decrittare quel che ci accade intorno a e cercare di dare un senso compiuto alla stagione nella quale ci troviamo. Ogni volta dobbiamo porre in evidenza una sorta di dimensioni parallele. Quella dell’azione governativa che cerca di dare ordine al disordine creato sì dalla pandemia, ma anche da una gestione dilettantesca della pandemia che ha preceduto l’attuale esecutivo. Una situazione che fa i conti con lo stop quasi completo e forzato di due terzi del sistema economico sempre più in affanno e con la concreta e confusa complessità del periodo della vaccinazione contro il virus dove detto in modo semplice, ognuno vorrebbe andare per proprio conto e dove si concentrano le confusioni istituzionali create da decenni di riforme disorganiche ed incompiute nel tessuto vivo della Costituzione. Stato e Regioni sembrano a volte una diarchia invece di essere elementi dello stesso corpus. I governatori sembrano ergersi a capi di una piccola patria e non ad attenti cooperatori del bene comune dell’intera nazione.

Di qui diverse velocità, diversi sistemi, diversi approcci allo stesso problema: fronteggiare senza se e senza ma la pandemia, contrastare la diffusione del virus e adottare tutti gli strumenti disponibili sino al vaccino per cercare di avere ragione di questa tragica iattura che ci è venuta addosso. Ma la confusione riguarda anche il vaccino, il suo approvvigionamento, le diverse possibilità esistenti, la sua distribuzione territoriale e quella relativa alle fasce di età più a rischio. Il governo ora prova a dare senso compiuto ad un sistema che si è trovato davanti, in corsa, con logiche e caratteristiche difficili da condurre. Solo se la determinazione sarà più forte delle avversità, l’esecutivo riuscirà a raddrizzare il sistema e a farlo apparire per quello che deve essere: efficienza, affidabilità, rifiuto dei privilegi a vantaggio dell’intero popolo italiano. Per far questo dovrebbe riuscire ad operare astraendosi dall’agone politico stretto e guardando un più in alto. E qui nascono i problemi

A fronte di questo, su un altro parallelo, abbiamo quel che potremmo definire il paese reale, le sue divisioni di sempre, la sua incapacità di sintesi politica da troppo tempo. Il sentirsi una nazione, un popolo unito, dovrebbe trovare nell’azione politica e sociale delle riprove, delle indicazioni rassicuranti e non un coacervo di ulteriori incertezze, posizioni ad usum delphini, partigianerie inconcludenti e dannose. Come ad esempio pensare al prossimo futuro in termini di elezione del Quirinale, elezioni politiche e amministrative, composizioni e ricomposizioni del quadro politico come se tutto avvenisse in una condizione di normalità!

La politica, al netto della improbabile e solo apparente unità di facciata con la quale premier e ministri devono fare i conti ogni giorno, continua a seguire il bandolo della propria matassa o meglio ognuno segue il bandolo della propria incurante del quadro di insieme. Non una manifestazione seria di senso dello stato, piuttosto un costante scimmiottamento di esso, declinato come meglio serve al proprio interesse guardando ad un futuro prossimo ancora indistinto dove tutto dovrebbe tornare “normale”. Solo che questa normalità non solo è presunta ma non tornerà mai quella di prima. Il paese che uscirà dalla pandemia, quando sarà, necessariamente sarà un paese mutato in molti aspetti e la politica dovrà saperli affrontare e rappresentare.

Ecco perché uno sguardo all’esistente non conforta e non scalda anche perché i problemi veri sono quelli della sopravvivenza tout court e non quelli della prevalenza o meno di una visione di parte sempre più inadatta alla realtà.

L’unità apparente è in realtà una somma di divisioni e di contrasti. In primis quelli che sono gli attori: la vecchia maggioranza di Pd e cinquestelle e quella nuova di unità nazionale con Lega e Forza Italia al governo e Fratelli d’Italia all’opposizione. Tutto chiaro allora? Neppure per immaginazione fervida.

I cinquestelle affrontano il momento dirimente della loro storia turbinosa. La fine del governo Conte due ha portato con sé l’esplosione del movimento rimandata e rinviata dalle alchimie del guru. Ora l’ex premier per una sorta di inspiegabile trasmutazione è stato indicato senza elezioni e senza confronto, come l’unica ancora alla quale affidare il movimento in rotta. Su quali basi e su quali idee questo avvenga è ancora da comprendere. L’unica cosa certa è che la spaccatura più evidente è tra chi lo sostiene, i grillini di governo, e chi si oppone i grillini puri e duri di sempre eredi quel vaffa che da elemento distintivo di questa parte è ora divenuto una sorta di dannazione che rischia di abbattersi su se stessa. Il distacco niente affatto pacifico con la piattaforma Rousseau ne è al contempo prova evidente e manifestazione efficace del “tradimento” non tanto delle origini ma di quanto in apparenza si voleva fare governando il paese. Che Conte sia la risposta è tutto da vedere apparendo più come il risultato di un distillato di vertice che non una scelta di “cittadini”.

E, però, a questa visione sembrano collegarsi i democratici guidati ora da Enrico Letta che mira a fare il federatore delle sinistre esistenti inglobando in questo schema anche il “partito” di Conte. Molti i segnali che non sia una scelta oculata e che troppi siano i rischi non di sommare due ricchezze, ma due debolezze. E in questo schema è forte il rischio che a pagare di più sia il Pd. Il futuro prossimo ci dirà dove sta andando questa armata Brancaleone!

Di armata in armata, nessuna certezza e nessuna chiarezza, neppure sul fronte delle opposizioni. Le difficoltà umane dell’ex cavaliere rendono immobile dal punto di vista politico Forza Italia mentre la sua parte governativa sostiene con convinzione Draghi. La Lega dibatte tra le assicurazioni di Salvini al premier e agli “alleati” del momento ma la pancia scalpita e preme dando alimento ad alcune intemerate anche se va detto molto calmierate. La compagine di governo, in posti importanti per l’azione di recupero del paese spinge ad una stabilità e ad una moderazione che confliggono con il sentire della base. Una sintesi difficile ma che potrebbe segnare anche i futuri destini del partito. Per la Meloni per il momento intere praterie di possibile consenso ai danni della Lega – anche qui dunque gli equilibri rischiano di risolversi in casa e a danno di tutti i compresenti – ma un oggettiva difficoltà a carenza di analisi politica in grado di rappresentare una reale alternativa. Due debolezze, anzi tre, che non fanno una forza.

Insomma l’orizzonte è diviso equamente tra un governo che deve governare e  nei prossimi mesi con rinnovata efficacia e un agone politico in cerca di identità. Cosa accadrà lo decideranno gli italiani quando le condizioni oggettive consentiranno di andare al voto!     

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